COCTEAU TWINS – Treasure (4AD)

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Chi mise la mano dentro la scena post-punk inglese degli anni Ottanta rimase ustionato dal fuoco freddo dei Cocteau Twins. Io me le bruciai entrambe.

Elisabeth Fraser e Robin Guthrie riescono a trasformare in un sogno estatico le visioni gotiche della new wave britannica. Una larva che diventa una splendida farfalla e prende il volo sbattendo le sue ali variopinte, allontanandosi anche dal proprio bozzolo che era quello opaco di Garlands. Treasure è la metamorfosi compiuta, il disco con cui i Twins salutano il mondo dall’alto planando in un paese delle meraviglie dove i ghiacciai tintinnano come campanelline e le caverne sono spelonche piene di monete d’oro.

Con Treasure i Cocteau Twins realizzano il disco con cui sostituiscono i Banshees nel cuore degli amanti della musica tardo-romantica. Raccolgono la magia oscura di certe evocazioni gotiche care alla Siouxsie Sioux ma ne intrecciano le radici attorno a un suono che ha il gusto un po’ magico di un mondo incantevole e fatato.

Liz costruisce questo mondo di parole incantate, questa formula magica di sillabe e vocali mutevoli, estese e filiformi, questi singhiozzi angelici, questa esperanto stregata per cappellai matti e bianchi conigli bipedi. Sotto di lei risuonano i rintocchi delle campane di Lorelei, il jingle-jangle scintillante di Aloysius, i clavicembali di Beatrix, la marcia ossianica di Persephone, gli abissi acquatici di Otterley.

Treasure è il suono delle meraviglia, dell’incanto che ci coglie davanti all’estasi della bellezza, alla contemplazione dell’infinito, allo schiudersi leggero della grazia della natura, è un nido di ovatta dentro cui covare il proprio animo.

                                                                    Franco “Lys” Dimauro

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JERRY LEE LEWIS – The Killer Tracks (Rattle & Roll/Disconforme)

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Nel ‘57 Presley dichiarò: “se sapessi suonare il piano come lui, smetterei di cantare”.

Fortuna volle che le sue lezioni di piano non fossero granchè, perchè avremmo di sicuro avuto un Elvis in meno ma difficilmente un Jerry Lee in più.

Jerry è l’artista rock ‘n’ roll per antonomasia, esempio vivente di una vita dissoluta spesa tra scandali e tenacia, sfrontatezza e ambiguità.

Tutto quello per cui consigliereste a vostro figlio di tenersi alla larga dalle faccende del rock ‘n’ roll, lui l’ha fatto, producendo nel frattempo questa serie di pezzi per la Sun tra il 1956 e il 1959.

Uno che non ha mai saputo scrivere una sola canzone ma con il ritmo giusto sotto le dita, e non solo quelle delle mani. Cacciato dalla Chiesa perché accusato di suonare come un posseduto dal demonio, ringraziò l’11 Novembre del 1957 con una Great Balls of Fire che dissacrava e vestiva di impulso sessuale il mistero della Pentecoste e delle sue lingue di fuoco. Qualcuno anni dopo gli avrebbe baciato i piedi, gli stessi con cui amava percuotere i tasti del suo pianoforte inventando il boogie che ancora oggi tutti provano a simulare quando parte un pezzo rock ‘n’ roll: pare si trattasse di John Lennon.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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THE ROLLING STONES – Exile on Main St. (Deluxe Edition) (Polydor)

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Nel ‘71 gli Stones scappano, letteralmente, dall’Inghilterra. Dietro di loro uno stuolo di agenti del fisco. In auto, in motovedetta, in fila indiana, in gruppi organizzati. Si rifugiano in Francia, sulla Costa Azzurra dove Keith Richards ha rilevato un vecchio rifugio nazista e ne ha fatto il suo quartier generale.

Qui dentro gli Stones tirano fuori le lamette e si tagliano le vene. Tutto quello che ne esce è emoglobina infettata dall’eroina. È la consumazione dell’ultimo atto. Quando torneranno con Goats Head Soup, avranno un pallore che con fatica riusciranno a placare. È da quel momento che nascono gli Stones con la linguaccia, gli Stones iconizzati dell’immaginario rock fatto di stadi assiepati, tour galattici e fazzoletti bagnati dentro gli slip.

Dentro Exile gli Stones vomitano tutto il loro amore per la musica nera gozzovigliando col bluegrass, la soul music, il blues, il gospel. Senza ambizione, mettono mano al loro disco più ambizioso. Un doppio dove regna il disordine e dove tutto sembra stare nel posto giusto solo per puro caso, per istinto, per fatalità.

Una lunghissima sequenza di smorfie rollingstoniane deformate dall’eroina.

Con loro ci sono un mucchio di complici: Gram Parsons, Dr. John, Nicky Hopkins, Billy Preston, Jimmy Miller, Ian Stewart, Richard Washington, Lisa Fisher, Tami Lynn, Jim Price, Bobby Keys. Alcuni di loro entrano ed escono dalla villa di Villefranche col proprio carico di blues e se ne tornano a casa col fegato in panne. Hanno messo le mani dentro questa merda e ora si ritrovano in qualche vicolo a vomitare, a qualche isolato dagli yacht ormeggiati nel porto di Nizza. Hanno preso del corpo degli Stones e hanno bevuto del loro sangue, in questa eucarestia luciferina da Ultima Cena. Altri sono stati agganciati da Mick Jagger a Los Angeles, dove ha deciso di portare i nastri per avvicinarli all’umore spirituale del gospel.

A rimettere mano in quella latrina in cui gli Stones abitano dai tempi di Beggars Banquet è, trenta anni dopo, mr. Don Was.

E non per pulirla, grazie a Dio: Exile on Main Street resta quella cosa sporca che era, quella sputacchiera di catarro e fiele che ognuno dovrebbe avere attaccata ai muri del proprio bagno. Ma si sa, le esigenze delle agenzie immobiliari di oggi sono diverse. Ti chiedono un adeguamento dell’immobile. E così ecco che Don chiama un po’ di manovalanza e allestisce un doppio servizio.

Non sporco come quell’altro. Ma nemmeno confortevole come quei B&B dove puoi portarti la merendina in bagno mentre ti depili. Dentro, ci sono una decina di sozzure dell’epoca, che Was ha, stavolta si, rimesso a nuovo coinvolgendo a volte in prima persona Jagger e Richards. Si comincia da Sophia Loren, un sincopato gospel latineggiante carico di fiati e armonica che i fanatici degli Stones conoscono già da un pezzo e si scende giù fino al boogie metallico del breve strumentale Title 5 che Don Was riveste di un suono attualissimo. Nel mezzo c’è una bella versione di Soul Survivor, una So Divine che pare aprirsi sull’arpeggio di Paint It Black e invece diventa subito una dolcissima canzone d’ amore dal suono a tratti quasi innaturale o una Following the River ai cui tocchi di pianoforte  viene adesso aggiunto il testo e la voce di Jagger e altre cose meno sconce recuperate dal cassonetto dei rifiuti della Main Street. Tutt’intorno danzano gatti randagi che ridono come iene.

Per l’ultima volta.

Poi saranno anni affollati da magliette con le labbra e stelle filanti.

Fino alla caduta di Babilonia.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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