FRANKIE GOES TO HOLLYWOOD – Welcome to the Pleasuredome (Salvo)

Gli Anni Ottanta.

Una merda, fondamentalmente.

Perché, questi decenni malati che stiamo vivendo, vi illudete siano migliori?

Non lo sono. Solo che siamo troppo avviliti pure per permetterci di criticarli.

Abbiamo troppe cose da salvare. Famiglia, salute, posti di lavoro, mutui ipotecari.

Siamo gli ospiti del Titanic che cercano rifugio nelle scialuppe.

Vediamo inabissarsi la nostra opulenza e pretendiamo che ci si prenda cura di noi, che si abbia rispetto del nostro declino.

Gli Ottanta furono invece gli anni dell’esibizione, gli anni in cui la pop music trovò una sua trigonometria, spinta da un lato dalla forza delle nuove macchine digitali, dall’ altra dall’ avvento dell’ era dei video. Non contava più saper cantare (e del resto molti lo facevano in playback, NdLYS) ma sapersi vendere. Era un mondo di cartapesta, un’ enorme sfilata di carri allegorici, sfolgoranti di luci e roboanti di musiche di plastica. Allora sembrava carino starci sopra, o davanti.

Poi divenne di moda tirarsene fuori e ridere dei capelli cotonati, dei jeans a vita alta, delle spalline e delle maniche a palloncino.

Poi, invasi dalla nostalgia, divenne uso diffuso ma trasgressivo andare a rivedere i filmati d’epoca. Senza farlo sapere in giro. Perché era di moda il politically correct.

Ora che ognuno fa quel che cazzo gli pare un po’ perché Internet ha fagocitato tutta la nostra memoria e ora ce la serve a porzioni, come un enorme forno a microonde (che allora si pensava ancora facesse male, come ieri si pensava dei telefonini e oggi della tecnologia wireless, mentre nel frattempo milioni di persone sono morte di tumore per aver mangiato pomodori coltivati sopra cimiteri di scorie radioattive, NdLYS) e un po’ perché a nessuno ormai importa essere pro o contro qualcosa o qualcuno. Ora, dicevo, io sto riascoltando Welcome to the Pleasuredome.

Lo ha appena ristampato la Salvo, in edizione doppia, come lo era in origine. Solo che allora si trattava di un “atipico” doppio vinile, oggi del “consueto” formato in doppio cd con inediti vari, remix, alternate tracks e tutta quella roba costretta a riempire un disco che ne giustifichi il prezzo e l’acquisto.

Welcome to the Pleasuredome è un disco-manifesto, il mastodonte dell’ era del pop-digitale. Venne costruito così. Un concept-album sul declino della moralità e sulla bancarotta spirituale del ventesimo secolo. Un disco pop costruito per restare.

Alla consolle c’è Trevor Horn, uno che dipinge con i cursori del mixer.

E stavolta sa che sta dipingendo sulla tela giusta. Perché i FGTH giocano tutto sulla provocazione, sull’impatto mediatico. E’ un anfiteatro dove si mette in mostra lo spettacolo del piacere. Una pleasuredome. Una cupola del piacere.

È un po’ come varcare le mura di Sodoma, e Trevor Horn sa come rendere l’idea.

C’è questa overtoure sinfonica che sembra rubata all’Aida. Poi una voce fuori campo annuncia “Il mondo è la mia ostrica”. E una risata esplode fragorosa.

Quindi si entra nei tredici minuti della title track. Tredici minuti.

In epoca MTV equivalente ad un suicidio in pubblico.

Ma loro possono permetterselo. Hanno tre singoli in testa alla classifica inglese. Roba che nemmeno i Beatles, men che meno i Rolling Stones.

FGTH, in questo momento, possono tutto. Pure presentarsi in tunica da senatori  e suonare quella che è la The Great Gig In the Sky dell’orgoglio gay.

Un suono di chitarre cristallino e un giro di basso micidiale, la voce di Holly che canta come dalle tribune del senato romano e quel coro di “Uh!Ah!” implacabile come un gatto a nove code.

Poi arriva Relax, ovviamente. Che letta così sembrerebbe un estratto dai Buddha Bar. E invece è quella cosa high-energy che tutti conosciamo e che quando arrivò in discoteca pochi sapevano come ballare e che in tivù decisero di non farci vedere. Un’omosessualità così sbandierata, negli anni dell’AIDS, era come trasmettere la pubblicità delle Marlboro al centro tumori di Milano.

L’altro singolo arriva qualche minuto dopo, schiantandosi sulle paure della guerra fredda che preoccupano il mondo in quegli anni. Bin Laden non si sa ancora chi sia.

Ma ci sono la Russia e gli Stati Uniti, le “due tribù”, che giocano a fare i prepotenti.

FGTH li scherniscono sul video. E si schierano dalla parte degli spettatori.

Li temono, ma in effetti patteggiano per entrambi.

Voi non fate forse lo stesso, sin dai tempi dei gladiatori?

Le altre cose di cui si conserva memoria sono la ballatona The Power of Love, destinata in breve a raggiungere la vetta delle charts accanto agli altri due singoli e una versione esplosiva di War, nello stesso periodo recuperata pure da Springsteen a testimonianza della globale paura per la guerra nucleare che stringeva il mondo intero in un abbraccio disperato e universale. Tutto il resto ha il sapore finto e artificiale di tanto synth-funk che in quegli anni infesta il mercato, dalle efebiche riprese di San Josè di Burt Bacharach e della Ferry Cross the Mersey che omaggia i loro conterranei Gerry and The Peacemakers alla ballabile Krisco Kisses (ma in questo campo i King, all’epoca, facevano molto meglio, NdLYS), dal rap imbarazzante di The Only Star In Heaven alla cover di Born to Run risolta in un banale rockettino alla Billy Idol.

Sequenza di genio e mediocre ordinarietà che si replica anche sul secondo cd con le versioni-fiume di Relax, The Power of Love e The Ballad of 32 e viceversa le versioni ridotte di Pleasuredome e War più una manciata di cose bislacche che la band realizzò come demo o che relegò alle facciate B dei loro 45, in quel periodo considerati come il lato inutile dei singoli e quindi spesso pieni di schifezze come queste, finchè gli Smiths non avrebbero invertito la tendenza.

Tutto il meglio e tutto il peggio del pop sintetico degli anni Ottanta, come il doppio bianco lo fu per quello elettrico degli anni Sessanta. Anche allora fummo costretti a scavalcare un’idiozia come Obladì Obladà pur di arrivare a sentire il fragore di Helter Skelter, del resto.

 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

pleasuredome

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