LYDIA LUNCH, JAMES JOHNSTON, TERRY EDWARDS, IAN WHITE – Big Sexy Noise (Sartorial)

Lydia Lunch è l’unica cellula malata della New York degli anni Settanta che ha ancora la forza di resistere all’urto dei tempi che cambiano.

È andata a letto con tutto il rock marcio che da allora è venuto fuori non solo dalla sua metropoli ma da ogni parte del mondo. Rowland S. Howard, Sonic Youth, Einstürzende Neubauten, Die Haut. J.G. Thirlwell, Michael Gira, Nick Cave, Marc Almond, Foetus Simphony Orchestra, e tanta altra gente che non ricordo più.

Non che se ne sia fatta un problema, visto il suo rapporto col letto.

E forse anche per questo, anche gli altri non si sono posti incertezze.

Stavolta ad affollarle l’alcova sono i Gallon Drunk che hanno rinunciato al loro nome collettivo per mettersi alla pari con la madrina della perversione.

Ne viene fuori un disco straordinariamente intenso, costruito su solidi tracciati blues punk infettati dagli schizzi no wave di un sassofono impertinente.

Gospel Singer avvia il disco proprio così, come una Fun House suonata a New York nel 1976 anziché nella Detroit del 1970. Ma questa non è l’unica chiave di lettura di un disco che riesce a mutare pelle senza tuttavia creparsi e mettendo in mostra una dignità artistica cui forse era più facile o comodo non credere.

Slydell ad esempio è un funky-noir che la voce da scrofa di Lydia rende lascivo oltre ogni forma mentre Diggin the Hole è una garage song ruvida e rugosa, come se le Brood fossero cresciute dentro la scena riot degli anni Novanta anziché in quella neogarage del decennio precedente, quasi un ritorno di fiamma per i grumi sixties-oriented degli 8-Eyed Spy. Baby Faced Killer si muove sciancata ma ostinata come il passo di un assassino seriale, pestando un tappeto di chitarre ferine e un organo dilaniante.

God Is a Bullet è invece un rumorosissimo pezzo post-grunge con le chitarre che affettano l’aria e le voci che si alternano nella posa di questa istantanea ispirata alla figura macabra e instabile di Charles Manson. Another Man Comin’ è invece un innesto tra il parlato della Lunch e il rumore di un piccolo museo messo a soqquadro. Un fracasso di cocci, di vetri in pezzi, di mensole divelte, di piedistalli staccati dal pavimento e di tele sfregiate con un taglierino. 

Your Love Don’t Pay My Rent è una fogna noise, la latrina dove va a morire Patti Smith. Le chitarre diventano seghe elettriche, come quelle di Texas Chainsaw Massacre e lì dentro c’è una carneficina, finchè non arriva il sax di Terry Edwards a tumulare le vittime. Doughboy torna a far chiasso, ancora non paga di quanto è successo prima. E’ meno delirante, con le parole scandite di Lydia e questo riff figlio degli Stooges malati dei primi due album.

Bella e decadente la cover di Kill Your Sons di Lou Reed, un po’ meno quella di That Smell dei Lynyrd Skynyrd che sarebbe benissimo potuta rimanere fuori da un disco che torna a farci fare qualche sogno erotico sulla carne della Lunch. Magari evitando i filmati amatoriali più recenti e tornando con la mente alla fellatio pretesa da J.G. Thirlwell su The Right Side of My Brain. In fondo, sempre meglio spiare lei che le abominevoli figlie del benessere che impazzano sudicie in tivù.

 

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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