THE RAUNCH HANDS – The Raunch Hands (1+2)

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Mike Chandler ha una nuova band ma nessuno lo sa.

Del resto pochi ricordano anche quelle che ha avuto prima: una band di degenerati chiamati Outta Place che si divertivano a tirare fuori vecchie carcasse dalle pozze di lerciume del rock ‘n roll, metterci sopra qualche cencio ed esibirle come spaventapasseri nel circuito garage che contava. Erano i migliori del giro.

Sboccati e senza alcuna speranza di poter piacere ad alcuno, se non a me: all’uscita del secondo mini-Lp, non esistevano già più.

Ancora prima c’era stato dell’altro: una band in cui lui suonava, malamente, il basso e Tim Warren altrettanto male l’organo. Non ne sarebbe rimasta traccia ma avrebbe sancito la nascita di una grande amicizia, anche artistica: Mike avrebbe dato una mano economica all’amico Tim per stampare un disco che avrebbe segnato l’inizio di un’etichetta che diventerà l’emblema di una intera filosofia di vita, la stessa da cui attingeranno proprio gli Outta Place.

La label era la Crypt Records e il disco il primo volume di Back from the Grave.

Le storie di Tim e Mike torneranno ad intrecciarsi, come vedremo.

Il passo successivo furono i Raunch Hands.

All’epoca, non li capisce nessuno.

Dopo, neppure.

A parte Tim ovviamente, il quale non solo se li mette in casa e nel suo furgone per portarli in tour ovunque capiti, ma suggerisce pure a Mike tutta una serie di oscurissime cose che lui sta reperendo in giro per l’America per riempire i suoi volumi di musica improbabile. Inoltre, facendo uno strappo alla regola, li infila pure dentro il terzo volume delle sue Back from the Grave, accanto a bestie come Murphy and The Mob, Montells e Little Willie and The Adolescents, aprendo per la seconda volta (nella primissima tiratura del primo volume della serie aveva in realtà permesso in via del tutto eccezionale all’amico Monoman di chiudere la scaletta con una versione di The Witch che verrà rimossa nelle successive ristampe, NdLYS) le segrete della sua cripta ad una band contemporanea.

Ma prima di finire nella cripta di Warren i ragazzi firmano per la Relativity, un’etichetta metal messa su da Barry Kobrin ma che lavora pure con Robyn Hitchcock e Cocteau Twins, tra gli altri. Hanno soldi da investire, e li buttano così.

Tutto il materiale inciso per la Relativity (El Rauncho Grande del 1985 e Learn to Whap-a-Dang dell’anno successivo) verrà ristampato in digitale nel 1990 da un’etichetta di Tokyo, la 1+2 Records di Barn Homes ed è un po’ da qui che parte la storia del rock ‘n roll a bassissima fedeltà degli anni Novanta. Quella di bands come Bassholes, ’68 Comeback, Gibson Bros. e Gories, per intenderci. Che non solo registrano male, anzi malissimo, ma suonano con quell’identico modo sgraziato, insolente e sfrontato recuperando dalle frattaglie che la storia del rock ha rimosso e messo tra gli scarti di produzione. Country, hillbilly e blues scassati, legati con lo spago e attaccati con mastice da falegname. Un po’ fuoriposto ovunque, all’epoca.

Ripudiati dagli oltranzisti devoti al garage punk degli Outta Place, derisi dai fedeli al suono roots, accusati di essere una band di fantocci che si fa beffe della tradizione. E invece…se i Long Ryders erano un branco di vaccari intenti a radunare il bestiame lungo le pasture della campagna americana, i Raunch Hands erano una piccola mandria di buoi che pascolava nel letamaio del rock ‘n roll come solo i Panther Burns o i Cramps facevano all’epoca.

Una di quelle piccole ma inevitabili botole dove può andare a incastrarsi il vostro piede, se state cercando sotto l’asfalto con cui è stato coperto gran parte del tesoro sepolto del rock ‘n roll. Statevi accorti.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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KIM FOWLEY – Wildfire – The Complete Imperial Recordings 1968-1969 (Tune In)

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Sul retro copertina del terzo album a suo nome, Mr. Kim Fowley sembra Julian Cope.

Capelli spioventi, completo di pelle nera, i polsi legati da una catena e i piedi immersi in una pozza di acqua fetida. È il 1968 e Fowley ha già fatto parecchio rumore. Ha prodotto svariati singoli (Like Long Hair di Paul Revere and The Raiders, Nut Rocker di B. Bumble and The Stingers, People Let‘s Freak Out dei Belfast Gypsies, Papa Oom Mow Mow dei Rivingtones, Popsicles and Icicles dei Murmaids tra gli altri), ha inciso un singolo pluricensurato come The Trip, lavorato a fianco di Seeds, di Cat Stevens, dei Soft Machine e delle Mothers of Invention, inciso tre album paradossali e scopato centinaia di groupies sui divani degli studi LWG di Michael Lloyd.

Registrato in sole sei ore in una fredda serata del 1968, Outrageous è un disco volutamente volgare. Sconcio e sudicio per vocazione. Un instant-album dentro cui Kim diventa il profeta alternativo della summer of love proponendo un COCKtail di  violenza, rumore, sesso animalesco, volgarità e follia pura come antidoto ai problemi sociali di quel ’68 di cui questo disco diventa uno dei figli più inquieti.

Una striscia madreperlata di seme maschile che incolla Jim Morrison a Iggy Pop.

Un album dove il buon gusto viene seppellito da una pioggia di insulti, mugugni, rutti, orgasmi, provocazioni, accuse, incitamento ad ogni tipo di abuso.

Trentasei minuti durante i quali Fowley fa di tutto per farsi odiare e per dissacrare l’immagine di giovane angelo che la Imperial ha scelto per presentare al pubblico il disco di un genio strampalato che fatica a tenere a bada. Outrageous si apre con un garage punk emule della Talk Talk dei Music Machine intitolato Animal Man in cui il cantante californiano non fa mistero della sua esigenza di impressionare il suo pubblico (I’m vulgar…! I’m a pig…oink, oink! Haha…I’m an Animal Man!!!
I’m love addict…public enemy number one! I’m gonna butcher all the girls in my loving room floor) e di schizzare veleno e sperma sui vestitini a fantasia floreale delle attonite ascoltatrici, come in effetti avviene già al centotrentesimo secondo del brano. Wildfire offre il fianco, grazie alla chitarra di Mars Bonfire, al blues sporco di marca Steppenwolf. La balbuzie orientale di Chinese Water Torture introduce alle convulsioni isteriche di Nightrider, altro episodio sacrificato al Dio pagano del disgusto. La seconda facciata del disco è una stravagante sequenza di dadaismi e pop-art zappiana (Inner Space Discovery e il conclusivo siparietto di California Hayride), caricature rock ‘n roll farcite da flatulenze assortite (Barefoot Country Boy), sermoni morrisoniani (Down) in cui Fowley si autoproclama il Signore della Spazzatura. Outrageous, al di là delle sue sregolatezze a volte eccessive, è uno dei mattatoi dove il rock ‘n roll è stato scannato e trucidato e poi dato in pasto alla folla cannibale. Peccato molti se ne siano scordati. L’occasione per ricordarsene viene ora offerta da questa ristampa che mette assieme i tre album incisi per la Immediate nel biennio 1968/1969. Al fianco del Fowley stravagante e folle di Outrageous c’è quello ordinario di Born to Be Wild (un disco di rivisitazioni alla tastiera di successi del periodo come Hello I Love You, Born to Be Wild, Sunshine of Your Love, Soul Limbo, Pictures of Matchstick Men) e quello ripulito, convenzionale ed innocuo di Good Clean Fun registrato con una superband che includeva oltre agli onnipresenti Mars Bonfire e Michael Lloyd, il futuro Byrd Skip Battin, Warren Zevon, Vivian Stanshall e Neil Innes della Bonzo Dog Doo-Dah Band. Dischi-fumetto, se paragonati al folle e dissacrante vangelo hard di Outrageous.

 

                                                                                                Franco “Lys” Dimauro   

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