DAVE BRUBECK QUARTET – Time Out (Essential Jazz Classics)

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Scippare la vetrina del Time a musicisti come Charlie Parker o Miles Davis non è roba che capita tutti i giorni ad un jazzista. Soprattutto se ha la pelle bianca. O forse proprio per questo, chi può dirlo.

Fatto sta che, vai a vedere, su quella copertina del 1954 Dave fu ritratto con un’improbabile pelle scura. Ma il successo, quello vero, arrivò solo qualche anno dopo e proprio con questo album che elaborò due intuizioni geniali. La prima fu quella di “importare” alcuni elementi della musica classica dentro il contesto jazz, la seconda gli venne ispirata dai frequenti tour in Medio Oriente e India: è qui che vengono a contatto coi musicisti locali e Joe Morello ha la possibilità di suonare con percussionisti che sconoscono la forma in 4/4 tipica del mondo occidentale. Fondere questi due elementi con il proprio background jazz fu la chiave del successo di Take Five e Blue Rondo a La Turk, i due classicissimi di Brubeck che portarono il jazz alle masse.

Ad integrazione di questa ristampa l’intero Brubeck Time, disco del ’55 ispirato proprio alla copertina del Time e pieno di standard altrui.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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SIX MINUTE WAR MADNESS – Full Fathom Six (Wallace/Il verso del cinghiale/Santeria)

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Ve lo racconterò e non ci crederete.

È l’alba del 26 Marzo 2010 e sto scegliendo i dischi che mi accompagneranno per questa giornata altalenante tra un sole che scortica la pelle e stormi di nuvole basse e rapaci che con raccapriccio ne sfumano i raggi.

Il pensiero, chissà perché, mi va ai SMWM. Non c’è un motivo preciso eppure ce ne sono tanti. Fu uno degli ultimi dischi della Blu Bus, l’etichetta dei Kina. Fu uno dei primi dischi che passai in radio. Fu la band con cui Xabier Iriondo decise di continuare a fare ciò che con gli Afterhours non poteva più permettersi di fare.

Si, oggi porterò i SMWM con me. E invece, dopo il bidet, me ne dimentico.

Quando rientro a casa, alle 13.40, trovo la consueta pila di pacchetti ad attendermi.

Il primo che scartoccio, come sempre, è quello della Wallace. Glielo devo.

Anche qui, per una serie di motivi.

Perché Mirko Spino ha pubblicato 130 dischi e me ne ha mandati 131.

Perché ha il coraggio di fare ancora le cose con tutto l’amore e tutto l’odio che meritano.  

Perché mentre tutti si affannano e spingono e sgomitano per avere il loro spazio in prima fila, accanto alle tette della Clerici, la Wallace difende solo la sua idea.

Una musica che sia libera, senza prigioni. Che non deve mettersi in mostra ma aspettare che venga cercata.

Quando apro il pacco ho un attimo di esitazione. Poi sorrido di sbieco, come Billy Idol quando fingeva di fare il cattivo. Dentro al pacco c’è un’inattesa ristampa di Full Fathom Six, terzo e ultimo album dei Six Minute War Madness.

Non posso più evitarlo.

Ripiomba sul mio stereo, quella vecchia macchina che una volta serviva per ascoltare i dischi che prima o poi dovrò spiegare ai miei bambini.

E ci ripiomba in veste doppia.

Ma come cazzo è possibile mi chiedo?

Le sorti del disco sono state già decise dalle multinazionali milionarie che hanno scelto di farlo scomparire per poi rivendercelo tra qualche anno e intanto ci ingolfano i PC di merda liofilizzata e qualcuno, che milionario non è, si ostina a ristampare un disco dei Six Minute War Madness e per di più in veste “deluxe”, come si trattasse dei Nirvana?

Qualcuno vi sta prendendo per il culo, ragazzuoli. E non è Mirko Spino.

Dunque due cd. Il primo ripropone il suono dei SMWM maturi, col cantato rantolante in italiano, lo strato di rumori e dissonanze, pause, fratture, sconnessioni.

Il secondo ci mostra la progressione artistica del gruppo milanese, dalle scorie grunge dei primi due dischi (chitarre fumanti, cantato in inglese poi gradatamente in un italiano ancora impersonale, suono compresso) fino alle apoplessie dell’ultimo periodo in cui il suono si spoglia, denudandosi della furia un po’ scontata degli esordi. Di più, spellandosi. Sin da subito, da quell’incrocio tra Milano circonvallazione esterna e Faust’O che è Gli incubi e poi via vai tra quei frammenti senza titolo che intersecano le altre strade principali del disco, quelle lasciate sgombre per la furia di Uomini cattivi o Prima noia ma anche piene di vetrine poco illuminate come IV Moravia o di saracinesche arrugginite come pare di sentire su Come un soffio, di nuovo con quella voce masticata in gola, come uno sputo di catarro troppo difficile da ingoiare, fino alle derive di Washington che urla e Panorama da cui davvero pare di stare su un belvedere mentre le luci del mondo si sistemano in maniera panoramica solo per noi, come fosse il più bello spettacolo del mondo. Voi fatelo stando seduti, se vi piace. Ma non privatevene.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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