REDSKINS – Epilogue (Insurgence)

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Una storia breve ed intensa. Troppo breve. E troppo intensa.

I Clash chiusi dentro le mura della Stax.

Soul-punk da far sanguinare ogni buco del corpo.

I Redskins furono il fuoco che bruciò l’Inghilterra dei medi anni Ottanta.

Un’Inghilterra che divampava già delle fiamme rosse di Billy Bragg, Easterhouse, Chumbawamba, Three Johns ma che i Redskins riescono a colorare con un’intensità da fiamma ossidrica.

Un solo album, qualche singolo e centinaia di concerti, molti dei quali gratuiti. Poi il gruppo si sfascia. Per sempre.

Epilogue riapre quel libro di storia. Ci sono i primi due singoli per intero, i primi provini per la Decca, un paio di tracce live (Don‘t Talk Me About the Weather e The Most Obvious Sensibile Thing) e tre registrazioni casalinghe dei No Swastikas, la band skin che sputava in faccia ai nazi e da cui sarebbero nati i Redskins.

Se siete passati da quegli anni senza averli mai sentiti dovreste chiedervi a quale categoria animale appartenete. Se non c’eravate ancora, eccovi un cartoccio di avanzi per cominciare ad annusare il loro sangue.

 

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

Redskins Epilogue

THE PRIMEVALS – On the Red Eye (Last Call)

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Mi piace parlare di bands delle quali nessuno conserva memoria.

Ho sempre la tentazione di dire delle solenni minchiate.

Così, per il gusto di farlo.

Del resto, mi dico, sono in pochi a leggermi, e di quei pochi i tre/quarti non sanno di che sto parlando.

Così potrei dire, che so, che i Primevals suonavano come gli Smiths.

Anzi no, che erano i Depeche Mode sotto falso nome.

O ancora, che era un progetto che vedeva Nick Cave duettare con Penelope Houston degli Avengers.

Minchiate così.

Poi però, non per un’etica professionale che sconosco (l’etica professionale è quella cosa che giustifica recensioni strepitose per dischi che sono merda pressata, NdLYS) ma per un’onestà intellettuale e una questione di rispetto proprio per quei pochi che si ostinano a leggere i deliri di questa protuberanza alla china della storia del rock ‘n roll che si chiama Franco “Lys” Dimauro, mi freno.

E torno sui binari della correttezza storica.

E così torno sui miei passi e vi dico che no, i Primevals non suonavano affatto come gli Smiths, che con i Depeche Mode avevano proprio nulla a che spartire e che non c’è nessun duetto vocale, men che meno tra Cave e la Houston.

Però i Primevals erano (sono) una grande band, questo ve lo assicuro.

Detto in due parole, facevano suonare gli Hoodoo Gurus come fossero i Gun Club.

Che per me è già sulla carta la cosa più bella del mondo.

Scozzesi di nascita ma apolidi per scelta, avendo trovato radici musicali in mondi lontanissimi come quelle che vi ho descritto, i Primevals nascono nel 1983 a Glasgow. L’anno successivo, dopo un 7” su Raucous Records, si accasano alla corte della miglior etichetta di quegli anni: la New Rose. Il risultato esce nel Gennaio del 1985 ed è un miniLP intitolato Eternal Hotfire. Un dischetto contraddittorio che, se da un lato (My Emancipation, Blues at My Door, Lucky I‘m Leaving) mostra già la caratteristica del loro suono, dall’altro contiene anche un mostro come See the Tears Fall che, nonostante l’uso delle chitarre slide, mostra un pesante debito verso gli eroi locali, ovvero Jim Kerr e i Simple Minds.

La band intanto affina il proprio stile dividendo il palco con Gun Club, Alex Chilton e David Johansen.

La svolta decisiva avviene durante l’anno grazie alle attenzioni e alle cure di Richard Mazda, il produttore dei seminali primi due album dei Fleshtones ma anche di Wall of Voodoo, Birthday Party, Scientists.

È lui a sedersi in consolle per le registrazioni di Sound Hole e per Live a Little.

Richard è totalmente affascinato dal gruppo inglese tanto da diventare il sesto Primeval, finendo per suonare qui e là l’organo Hammond, qualche traccia di percussioni, diventando corista, arrangiatore, fotografo, grafico.

Sono i due dischi che definiscono definitivamente il suono dei Primevals, con questo suono scivoloso di chitarre e la voce di Michael Rooney che, lontano dalle sofferenze di un Jeffrey Lee Pierce o di un Tex Perkins, canta con la solarità di un Dave Faulkner in crociera e si, ogni tanto torna a fare il Jim Kerr in pausa dal lavoro (Cotton Head). Però è questo contrasto con musiche che altrove sono segnale di un logorante demone interiore (Scientists, Gun Club, Beasts of Bourbon, Tex and The Horseheads) che rende i Primevals una band unica, privandoli del contesto delirante che elevano le altre bands allo status di culto adolescenziale ma facendone un fenomeno buono per tutte le stagioni per i pochi che hanno avuto la fortuna di avvicinarsi ai loro dischi.

Questa doppia raccolta curata dalla Last Call, l’etichetta che raccolse il testimone della New Rose, allinea un bel gruzzoletto di materiale d’epoca: gli album di cui vi ho detto per intero, i singoli del periodo (compresa la cover di Diamonds, Furcoat, Champagne dei Suicide che il gruppo regalò alla compilation Play New Rose For Me, NdLYS) e un pugno di nuove incisioni datate 27 Febbraio 2000. Ce n’è abbastanza per innamorarvi. O per lasciare che qualcuno con meno onestà intellettuale della mia vi dica che suonavano come i China Crisis. Fate voi.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro   

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BO DIDDLEY – Bo Diddley / Go Bo Diddley (Rattle & Roll/Disconforme)

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Il rock and roll fu l’estrema urbanizzazione del blues. Esportato dai campi di cotone verso le metropoli, come la manodopera nera delle periferie agricole.

Io lo chiamo la “rivoluzione industriale” del blues.

Venne fuori una ridda di impresari, dirigenti di azienda, operai, capireparto e onesta manovalanza.

Poi arrivò un tale con due occhiali improbabili e mise su un sindacato.

Senza iscritti.

Rivendicando la natura tribale, istintiva del blues.

Il suo obiettivo è riportare il r ‘n’ r in Africa. Si presenta al responsabile della Chess, accorda la chitarra come quel vecchio pezzo scritto in ricordo della Guerra di Sebastopoli (ora comunemente chiamato D Tuning, NdLYS), mette in mano a Jerome Green due maracas e attacca a suonare un pezzo che parla di se stesso.

In terza persona, come fosse un re, sopra un groove che è puro ritmo della giungla. La sua non è una rock ‘n roll band, è una tribù Masai che suona il blues.

Tutta la vicenda artistica di Diddley girerà attorno a questa idea di base. Scrivendo all’infinito la stessa canzone. Rivoluzionando le idee darwiniane di evoluzione, riportando l’uomo alla sua condizione di primate. Qui dentro ci sono le origini di quel concetto. Che vi piaccia o meno, una delle tre/quattro cose sulle quali si è costruito sessanta anni di musica rock.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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