ORANGE 9mm – Driver* (Not Included) (East/West)

Dopo la rivoluzione di costume di Nevermind le multinazionali del disco si abituarono all’idea di adottare le bestie che prima avevano lasciato crescere nei liquami dei porcili indipendenti.

Se li mettono in casa. Gli tengono le lettiere pulite e ogni tanto, quando cagano fuori dal pattume, sono costretti a pulire anche la merda.

Credono che, comunque sia, profumi di soldi.

Non sanno che i soldi profumano sempre di merda. Ma il contrario non sempre.

Infatti si troveranno in breve a spalare sterco.

Ma pure a contare qualche milioncino di dollari.

Non so ora quanti gliene abbiano fatti guadagnare con precisione gli Orange 9mm ma considerando che li tengono in casa solo due anni i conti non devono essere quadrati granchè.

Suppongo quindi producessero più roba marrone che carta verde.

E anche tanto rumore. Sono gli anni in cui l’hardcore esce dai vicoli dei quartieri bianchi americani e si scontra con la cultura hip-hop dei sobborghi neri.

È come assistere a uno di quei film truzzi degli anni Ottanta dove gang di guerrieri metropolitani si scontrano con altre gang di disadattati per il controllo del territorio.

Solo che ora lo scontro si è spostato dalle strade umide del Bronx su quelle artistiche. Ma c’è ancora qualcosa di molto fisico in questa “culture-clash” e gli Orange 9mm ne rendono bene la forza.

Come nel caso dei Rage Against the Machine che in quegli anni mettono a fuoco non solo il bonzo della copertina del loro primo album ma un’intera batteria da guerriglia urbana, gli Orange 9mm lavorano imprigionando le parossistiche sciabordate hardcore dentro impalcature ritmiche metalliche e pestandone le carni con l’uso implacabile, inflessibile della parola, secondo lo stile maschio di Henry Rollins.

Driver* ha questo ronzio metropolitano di ferraglia che esce fuori prepotente su canzoni dai titoli lapidari e dai suoni devastanti come Glistening, Highspeed Charter, Disclaimer, Pissed, Toilet e anche i momenti di apparente calma (Suspect, Magnet, Sacrifice) sono come inghiottiti dalle carni di ferro che ne definiscono i bordi. E’ come tuffarsi nelle acque inquinate del porto, in una sottile striscia di mare nero chiusa da  due lunghe, interminabili carene a V profonda cariche di ruggine.

Una clava postmoderna che incombe sulle vostre teste.

Ah! E in quanto al casco, non fidatevi. Sul retro è bucato.

Da un proiettile.

 

           

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro  

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