ENTROFOBESSE – Behind My Spike (Wild Love)

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Mi viene difficile associare la musica degli Entrofobesse alla loro città di origine.

La trovo la cosa più incompatibile a quello che lì si respira.

E mi chiedo quanto possa essere duro suonare come loro in una città dove assieme al fumo dei fornelli a carbone che ancora popolano i cortili svolazzano le canzoni dei neomelodici e le piazze si affollano di gente che sbafa panini gonfi di maionese mentre qualche improvvisato cantante dalla fedina penale più lunga dei testi delle sue canzoni si agita sudato sul palco traballante improvvisato al lato della Chiesa Madre.

Deve essere un po’ come coltivare la vite in una risaia. Il tuo mosto forse lo assaggeranno in pochi. E magari il tuo vino sarai costretto ad esportarlo.

Che è quello che hanno fatto in parte gli Entrofobesse affidando il loro disco a un’etichetta come la Wild Love e girando in lungo e in largo per l’Italia e per quel girotondo di stelle simile all’etichetta dei salami Negroni che è l’Unione Europea. Per la quale noi rappresentiamo, appunto, una stella e poco più. E nemmeno tra le più luminose.

Ora, a me il sakè non piace.

Gli preferisco la musica degli Entrofobesse, anche se gli effetti sono quelli di un tuffo nelle memorie del rock suonato in verticale sulle pareti scoscese dei palazzi di Chicago, Louisville, Washington un po’ di anni fa piuttosto che quello delle case senza intonaco e spesso senza concessione edilizia che affollano Niscemi.

Merito certo dell’estetismo algebrico e razionale del quartetto siciliano ma anche delle mani di Bob Weston. Uno che, morisse oggi, lascerebbe decine e decine di band senza l’ago della bussola. E merito pure di Sacha Tilotta che di chitarre che suonano così disarmonicamente aggrovigliate a casa sua ne ha sentite sin da quando mamma Giovanna e papà Agostino gli hanno messo su la cameretta, poggiandogli la rete del cullino sulle casse di due mega ampli a testata valvolare.

Assieme, lavorano a definire il suono chiuso dentro Behind My Spike.

Lo arginano, lo tengono buono senza contraddirlo, come si fa con gli epilettici.

Sotto la musica si contorce ma non diventa mai oppressiva. Vive di una veemenza misurata, calibrata. Ha un suo ordine che nella musica melodica viene chiamata armonia e che nel noise viene definito “matematica” perché applicato al concetto ritmico piuttosto che a quello armonico e tonale.

Una difformità formale ma non di concetto e in fondo il motivo vero per cui non ho mai imparato a suonare uno strumento che prevedesse l’emissione di più di una nota.

Se però dovessimo all’infinito sfruttare analogie trigonometriche per definire il suono di tutto ciò che trova un suo ordine pure nell’apparente disordine, direi che la musica degli Entrofobesse è più prismatica che cubica. Ha questi piccoli grani di cristallo che arrivano a solidificarsi sotto forma di campanellini sulla title track e di sottili filamenti elettrici a bassa tensione su A Little Band Wood ma che riescono pure a non farsi seppellire mai del tutto dalle escrescenze di rumore di Giorgia in the Battle, Miss Jay o Hawk che sono gengive gonfie di sangue, ascessi dentari curati senza anestetico, sovrabbondanti di muco.

È una violenza esuberante ma tenuta a bada, ostentata e dissimulata proprio nel momento in cui ti aspettavi di vederla esplodere, secondo quella meccanica greve che fu degli Shellac of North America, dei Don Caballero e dei June of 44 e prima di loro dei King Crimson più eccentrici e che nel frattempo abbiamo imparato prima a riconoscere e poi ad averne a noia su centinaia di dischi se non copia conforme, poco dissimili.

Delle visioni grunge di cui ho letto a proposito di loro un po’ ovunque non trovo traccia. Lo avranno suonato agli esordi, forse. O avrebbero voluto suonarlo e non hanno saputo farlo. O hanno intenzione di farlo in futuro e la cosa non mi piacerebbe nemmeno un poco. Meglio tenerceli così, con questi grappoli di dolore sordo come una colite spastica.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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