AFRICA UNITE – Rootz (Universal)

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Roots: radici.

Una delle parole-chiave della musica reggae, da sempre legata alle radici religiose, sociali, geografiche, culturali della propria terra.   

La sfida degli Africa Unite fu, trenta anni fa, quella di trapiantare quelle radici all’interno di un contesto metropolitano europeo come quello torinese.

Prima, limitandosi a usare la stessa tecnica appresa dai coltivatori giamaicani, Bob Marley in primis. Poi, producendo una sensimilla che innestasse la propria peculiarità di appartenenza al territorio con la forza di quelle radici.

Arborescenze che avrebbero, di fatto, aperto una via italiana al reggae.

Una contestualizzazione all’epoca resa possibile grazie all’abbattimento delle barriere di espressione favorite dalla necessità di eloquenza del rap.

Il primo esperimento in tal senso venne infatti mascherato sotto l’egida della stagione delle posse italiane, sotto lo pseudonimo di To.sse., quindi rivendicato in quel piccolo manifesto che divenne Babilonia e poesia.

Da allora gli Africa Unite non hanno mai smesso di sperimentare, con ogni mezzo possibile. Da quello elettronico del dub e delle sue derive ritmiche della jungle a quello di scuola classica della musica per archi. Rielaborando i classici di Marley in lingua originale ma pure mischiandosi con i dialetti, lavorando su dischi strumentali o chiedendo ad altri di dare una visione inedita del proprio lavoro.

Facendo dischi solari, scuri, brillanti o appannati.

Permeabili al clima interiore di chi li ha creati e a quello globale che ci avvolge tutti.

Rootz riporta la band di Pinerolo in grande forma, tornando alle sue “radici” che sono quelle di un suono reggae compatto e rotondo, di tanto in tanto avvelenato dalle profondità scure del vortice dub, secondo lo schema di Un sole che brucia.

Si avverte una forte inclinazione al poetry-dub di Linton Kwesi Johnson e Mutabaruka, un’esigenza a far affiorare le parole restituendo loro il compito di veicolo di comunicazione, di denuncia, di confessione. Si percepisce in maniera chiara su Music ‘n Blood affidata alla voce cavernicola di Madaski, su Cosa Resta commissionata a Bunna e su Mr. Time, dove se la giocano entrambi.

Ma è una necessità che si avverte chiara su tutto il disco. Ed è un’urgenza spinta dal bisogno di allontanarsi dalle ideologie radicali e dai fanatismi che affliggono il pianeta, anche quello a loro caro della cultura giamaicana, anche facendo nomi e cognomi su un pezzo che farà discutere come Così sia e con cui gli Africa prendono le distanze dalle istanze maschiliste e sessiste di alcuni rastaman e schierandosi contro il cameratismo complice che fomenta ogni ideologia, anche la più ignobile rivestendola di una dottrina comune che ne alimenta la diffusione, raccogliendo proseliti. Il fanatismo religioso è invece preso di mira su Mr. Time dove, sapientemente, la band tratta con distacco e sfiducia ogni forma di delirio spirituale, anche quello del rastafarianesimo esaltato da figure come Bob Marley o Burning Spear dimostrando un punto di vista critico e adulto, affrancato dalle febbri d’emulazione incosciente che caratterizzano le sottoculture popolari.

Gli altri attacchi sono quelli contro le nefandezze delle istituzioni o da esse taciute, condonate, esonerate dall’infamia e organizzate come regola, come precetto non ammonibile e idoneo all’indulto. Il malcostume politico denunciato sull’anti-singolo che chiude il disco e reso disponibile in download gratuito sul sito del gruppo e i misfatti contro l’ambiente raccontate lungo Il movimento immobile.

Ma ci sono anche i momenti di puro svago in levare, da quelli più morbidi come Si e Here and Now fino al rocksteady acceso di The Lady in compagnia del prodigio pugliese Mama Marjas. La Lady, appunto.

Soli o in ballotta (oltre alla Marjas ci sono l’asso Alborosie e i cameo di Jacob dei Yellow Mood e Piero e Roddy dei Franziska, NdLYS) gli Africa continuano a maneggiare la musica giamaicana con l’assodata padronanza di linguaggio lirico e musicale che ne fa la cosa più preziosa dell’ormai affollata scena reggae italiana. 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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