TUXEDOMOON – Ship of Fools (Cramboy)

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L’opinione più comune è quella che vuole Ship of Fools uno dei peggiori episodi della saga Tuxedomoon. Le ho lette anche io quelle recensioni che lo descrivono come un disco poco coraggioso, addirittura accademico. Un album talmente poco considerato, che se provi a comprarlo su Amazon finisci per acquistarlo tutto sbagliato (The Train al posto di Atlantis, An Afternoon With N al posto di Reeding, Righting, Rhythmatic, A Piano Solo al posto di Break the Rules, e così via fino alla fine) generando confusione su confusione malgrado a nessuno nell’era del digitale interessi cosa stia ascoltando, tant’è che quella scaletta sbagliata è ancora lì, su quella pagina dove la musica va a morire, dodici anni dopo. A me piace da morire invece, nonostante la sua ricercatezza un po’ snob possa sembrare in incompatibile antinomia con le fastidiose trame avanguardistiche dei primi dischi della band americana. È un disco volutamente ambivalente, diviso tra una prima facciata piena di funky mutante e una seconda side che invece è una placida distesa di pianoforti a coda, fiati sordinati e chitarre mute, nell’abbagliante chiarore di una stanza candida come la camera da letto di Lennon o Ono. Una ripresa al rallentatore sul pube finalmente rasato di Yoko e sul corpo glabro di John. Fino a che l’ensemble non torna, ubriaco, ad intonare la melodia alticcia del jazz di The Train. In contrapposizione con i movimenti cameristici della seconda facciata, le tre canzoni del lato A del vinile indulgono invece in quella frenetica e cervellotica babele di suoni, voci e ritmi che sono uno dei tratti distintivi della musica dei Tuxedomoon. Epilettica (Break the Rules), robotica (Reeding, Righting, Rhythmatic) e decadente (Atlantis), avamposto di una world music creata dalle macchine per educare gli uomini alla contemplazione del bello, attraverso l’elaborazione psicologica del goffamente mostruoso. 

Qualcuno rimarrà per sempre fermo al porto di ormeggio, salutando con la mano questa nave di folli, credendo di essersi salvato. Poco prima di affondare.   

 

                                                                                    Franco “Lys” Dimauro

 

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MASS CULT SUICIDE – Mass Cult Suicide (Off the Hip)

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È rassicurante vedere come la tradizione aussie degli 80‘s non sia andata completamente perduta. E quando parlo di aussie-rock parlo di quella serpe scura che dal punk decadente dei Radio Birdman attraversò il blues deforme dei Birthday Party, il surf da orinatoio dei Sunnyboys e i mari acidi dei Died Pretty fino a ficcarsi dentro il post-punk malato di Bad Seeds o City Solution.

Un po’ di quel veleno si agita ora dentro queste nove fialette dei MCS.

E se è prematuro intuirlo dai 30” di Farfisa e Moog che introducono al disco, la cosa si fa palese con Back in Time: c’è quello stesso taglio “malato” delle cose migliori dei New Christs. Atmosfere che adombrano pure il beat di Call My Woman o Where Is the Fun? e che ci fanno immaginare una nemmeno troppo improbabile jam tra Barracudas e Scientists lasciando però spazio pure per una cosa lieta e graziosa come Last Night I Got Drunk, esattamente a metà strada tra i Modern Lovers e Spencer P. Jones. Cresceranno in fretta. Forse ancora più velocemente se decidessero di lasciare a casa John Beard.

 

 

                                                                       Franco “Lys” Dimauro

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