EDOARDO BENNATO – I buoni e i cattivi (Dischi Ricordi)

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L’ho rivisto qualche sera fa in tivù. Era sul palco dell’Ariston coi capelli tinti e gli occhiali da sole inforcati.

Li porta sugli occhi da anni ormai, ad ogni ora del giorno e della notte e in ogni stagione. Io credo gli si siano incollati al naso.

Ma io non mi fido di chi si nasconde gli occhi.

Nemmeno quando ha dei messaggi importanti da dare. Anzi, soprattutto allora.

Mi spingono a confondere la saggezza con la retorica, quasi che quegli occhiali li indossassi io.

Eppure Bennato di cose ne ha dette.

Di forti, acute e sagaci. Bagnate nell’arte della metafora e dell’ironia sottile ma pungente. Una satira sorda.

Io ho amato Bennato quando le uniche tette a cui pensavo erano quelle di mia madre.

Dico, prima dei Clash e prima degli Stooges. Prima degli Unclaimed e dei Cramps.

Prima dei Cure e degli Smiths. Prima dei CCCP e dei Count Five.

Prima di qualunque altra cosa animata con uno strumento in mano io ho amato Bennato.

Perché mi raccontava la vita con l’unico linguaggio che io potevo capire: quello delle fiabe. Raccontava di degrado e di corruzione, della devastazione del territorio e del saccheggio culturale che affligge Napoli.

E parlava di tutti.

Del Papa e del Presidente della Repubblica, della scuola e delle lobbies dei  costruttori, di suo fratello Eugenio, del suo produttore, del maestro De Simone e del suo amico Raffaele Cascone.  

È quello menzionato su Venderò (sull’album La torre di Babele del 1976, NdLYS) e che qui è ritratto in copertina assieme a lui.

Di spalle e con le manette ai polsi.

Vestiti entrambi da carabinieri: i buoni? O i cattivi?

È da qui che comincia ad insinuarsi il dubbio su cui è costruito tutto questo secondo lavoro del folksinger napoletano.

I buoni e i cattivi camminano fianco a fianco e sono vestiti uguali. Impossibile distinguerli. Spesso, quasi sempre, sono vestiti bene.

Sorridono sempre e ti stringono la mano.

E quando te lo mettono in culo si fanno il segno della croce.

La musica è quella povera dei suoi primi anni. Fatta con poche cose, quasi tutte suonate da lui. Ma può ancora contare sui suoi vecchi amici: suo fratello Eugenio che, malgrado non condivida la sua scelta di abbandonare la strada della tradizione popolare, continua a stargli accanto, Bruno Limone che lo accompagna, quando serve, al basso, Andrea Sacchi, Tony Esposito.

E soprattutto il maestro Roberto De Simone che qui arrangia l’orchestra per In fila per tre (ma nel disco viene inserita nuovamente la versione orchestrale di Un giorno credi che compariva già sul disco di debutto, interamente arrangiato dal Maestro, NdLYS).

I buoni e i cattivi ha un suono “da strada”, un po’ come tutta la produzione del Bennato pre-Canzonette. Ed è un disco di denuncia.

Che parla di cose nostre, vicine, tangibili, familiari.

A noi che conoscevamo a memoria la costituzione americana e il ritratto di Abramo Lincoln, che protestavamo per un albero abbattuto in Canada mentre ci facevamo riempire le nostre città da mostri di cemento. A noi che credevamo Dylan potesse salvare il mondo e che siamo tornati anni dopo a patteggiare per i laburisti perché la chitarra ammazza-fascisti di Billy Bragg ci chiedeva di farlo, schierandoci per partito preso senza sapere spesso di cosa stessimo parlando.

Edoardo Bennato era lì per noi.

Aveva trovato le cattedre universitarie occupate da Guccini, i circoli libertari presidiati da De André, le sedi della FGCI piantonate da Claudio Lolli.

Aveva preso la sua roba e si era messo in strada.

Dalla parte del torto, ma in mezzo a noi.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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AA. VV. – Illegitimate Spawn # 2 (Twist)

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Non lo so.

È da un po’ che Rudi Protrudi mi pare ossessionato da se stesso.

Magari mi sbaglio, ma una serie di tre doppi cd per autocelebrarsi chiamando a raccolta gruppi da tutto il mondo per re-interpretare le proprie canzoni mi pare un po’ eccessivo. Anche se si parla dei Fuzztones.

Che di canzoni belle ne hanno scritto, perdio.

Ma che, cazzo, hanno spesso dei cloni che paiono merda rinsecchita.

Come se Rudi fosse entrato a cagare nei cessi dello Slego durante il tour di In Heat e le porte fossero state riaperte solo venti anni dopo.

Non mancano i nomi grossi, da Ian Atsbury ai Gonn passando per glorie del garage come Sick Rose, Urges, What…For! o Norvins e le comparsate dello stesso Rudi (ma anche di Mike Czekaj e Elan Portnoy, NdLYS) così come ci sono gruppi “minori” che fanno la loro sporca figura (gli Hangee V, i Sextress, la Queensgang Orchestra) ma mi pare davvero si stia caricando la storia dei Fuzztones di troppa zavorra. Aspettando da venticinque anni che tirino fuori un altro Lysergic Emanations.

 

 

                                                                                                Franco “Lys” Dimauro

Fuzztones+Illegitimate+Spawn+Vol+II

DEXTER JONES’ CIRCUS ORCHESTRA – If Light Can‘t Save Us, I Know Darkness Will (Fuzzorama)

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Nome e titolo che, assieme, si mangiano metà delle battute classiche della media delle recensioni da carta stampata.

Sarà per questo che molti ne stanno alla larga facendo dell’Orchestra la meraviglia rock europea meglio custodita.

Tanto che a qualcuno suonerà nome del tutto nuovo quando invece questo terzo album celebra i loro primi dieci anni di attività e che qualchedun altro potrebbe invece confondere col quasi omonimo gruppo australiano.

Cresciuti nel posto giusto ma al momento sbagliato, dopo che il “fenomeno” rock scandinavo era stato già appallottolato dalla stampa e dal pubblico e buttato nei cassonetti della riciclata da cui puntualmente ci sarà chiesto di riprenderlo tra qualche anno (ci hanno già chiesto di riprendere le Shop Assistants, figurarsi….NdLYS).

L’Orchestra di Dexter Jones però lavora su un concetto di rock meno furioso di quello dei circhi di Hellacopters (per restare in patria), Gluecifer o Turbonegro (per rimanere in zona “fredda”).

Più ricercato e meno d’impatto, creando ponti artistici e tracciando affinità elettive con Soundtrack of Our Lives e Queens of the Stone Age.

Altre band dai nomi prolissi, guarda caso.

Merito soprattutto delle chitarre che lavorano spesso all’unisono o comunque ad incastro o che si sovrappongono in modulazioni che mai oltrepassano la soglia del buon gusto o del rumore.

Difficile, quando si parla non di due e nemmeno di tre ma di ben quattro chitarre.

Non c’è parata da retaggio hard rock ed ovvio esercizio di muscoli, quanto piuttosto una grande capacità di piegare la tecnica al servizio dell’atmosfera, come succedeva in passato per band come Yawning Man o Masters of Reality.

Non fatevi ingannare dal suono gelido di If Bars Could Bend, il brano per organo e voce messo in apertura: il suono del disco è, come quello dei due album precedenti, un’avvolgente coperta dal groove molto southern e aria da jam session.

Acceso e brillante nella smaniosa I‘m a Dog But You‘re a Hound poi via via sempre più sprofondato nei climi bluesy e folk spaziale da Desert Sessions.

Caldo, nonostante le latitudini.

A volte è necessario fermarsi a queste pozze di acqua, quando il tuo peregrinare tra la scena rock pare una visita al museo delle cere.

 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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