LITTLE RICHARD – Here‘s Little Richard / Volume 2 (Ace)

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Il rock ‘n roll fu densamente suscettibile di redenzioni, riscatti spirituali, espiazioni. E crisi mistiche.

I piedi ficcati nello zolfo ma le mani che bussano alle porte del Paradiso, insomma. 

Quando uscirono questi due dischi, il “piccolo” Richard Penniman aveva già avuto la sua. Era successo su un volo aereo durante il suo tour australiano con Gene Vincent ed Eddie Cochran. Il velivolo sta perdendo quota e Little Richard ci mette un attimo ad abiurare la sua causa e promettere a Dio di dedicarsi alla musica del Cielo, anziché a quella del Diavolo. L’aereo riprende quota, atterra a Sydney, Little Richard scende e butta tutta la sua chincaglieria nell’acqua torbida del porto.

Lui racconta di aver visto degli angeli rimettere in piedi il suo aeroplano. I maligni vociferano fosse la maniera più furba di sfuggire al fisco e tenersi i proventi strabilianti delle vendite dei suoi primi 45rpm.

Tornò a casa in nave. Sopra di lui, l’aereo prenotato per riportarlo a casa, piroettava giù affondando nel Pacifico.
La Specialty intanto “sfruttava” il fenomeno con l’uscita di questi due LP.

Micidiali. Mentre le canzoni di rock ‘n roll abbondavano di doppi sensi, lui riempiva le sue di non-sense. Scioglilingua volgari e inopportuni. Come fare la conta in una stanza occupata da un’orgia.

            

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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SAM & DAVE – Back at’ Cha! (Shout!)

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Dopo le delusioni di due carriere soliste che non riuscirono a decollare, Sam Moore e Dave Prater, il duo dinamitardo del soul di casa Stax decise di tornare a unire le proprie forze per saldare qualche debito.

Il risultato fu questo Back at’ Cha! ora finalmente ristampato in digitale e registrato coi migliori sessionmen della scena di Memphis: Steve Cropper, Duck Dunn, Al Jackson, Clarence McDonald, i Memphis Horns.

Proprio mentre gente come Marvin Gaye, Curtis Mayfield e Stevie Wonder riadattava il proprio stile aprendosi alle contaminazioni musicali e rivendicando la forza sociale della propria musica, Sam & Dave costruivano quello che può essere considerato l’ultimo album “old-style” della storia della soul music.

L’attacco frontale è affidato a When My Love Comes Down e A Little Bit of Good (più avanti ribadito dalla bellissima Blinded By Love di Allan Toussaint): fiati in grande evidenza e le voci di Sam e Dave cariche di sesso come era stato anni prima per Hold On! I’m Comin’. Ma il resto, dal tiro funky di Queen of the Ghetto a quello southern di Give It What You Can non gli sono da meno.

Fate la pace col soul.

 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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PAOLO APOLLO NEGRI – The Great Anything (Hammond Beat)

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L’Hammond è un po’ una filosofia di vita.

Come la Vespa o il Subbuteo.

Se lo suoni, non celebri mai te stesso, ma lui.

Ecco, Paolo Negri è un po’ l’officiante di questa cerimonia dove viene celebrato il groove d’avorio.

Non solo Hammond, per essere precisi, visto che il disco si apre con una Gasoline 1971 che riporta in pista il timbro Moog e toglie un po’ di polvere dal suono acid jazz che fu dei Mother Earth, grazie anche alla voce della bionda Corrina Greyson.

Discone di gran classe, dove niente è lasciato al caso.

Ne’ le orgie di gruppo, ne’ le fughe soliste.

Come nell’apoteosi di I‘m a Fool che si apre come un funky degli EW&F, si trasforma in un jazz da struscio e si richiude grasso lasciando che le fantasie sessuali di Paolo e di Marco Tansini diano il meglio di se.

Il mambo tribale/spaziale di Jungle Food stempera in qualche modo l’attesa per la reunion dei Black Widow con il cameo di Clive Jones al flauto.

 

                                                                               Franco “Lys” Dimauro

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THE BEASTS OF BOURBON – Box Set (Inertia)

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Quando ti passa sopra la musica dei Beasts of Bourbon capisci che il blues può essere la cosa più sporca del mondo. Ma è già troppo tardi per scollartene.

Pensa dopo esserti sorbito di fila i loro primi tre album qui boxati dalla Inertia.

L’esordio dell’84 è uno scheletrico country suonato da vecchi cowboys internati in qualche sperduta casa di cura psichiatrica nel deserto australiano. Le sputacchiere attaccate alle pareti del refettorio sono piene di grumi di sangue e catarro. Le infermiere hanno finito il loro turno, l’accesso alla dispensa dell’alcol è libero. Sour Mash, quattro anni dopo, sacrifica i toni grotteschi dell’esordio a favore della cattiveria. Come i Pussy Galore dall’altra parte dell’Oceano, i BoB stanno infierendo sul corpo marcio del blues e Perkins è la perfetta pantomima del supplizio come Spencer lo è dell’agonia. Una burla finita in pianto.

Black Milk raddrizza il suono delle Bestie. Le sghembe arie gotiche dei primi anni sono soffocate dalle smanie morrisoniane del leader.

Una recita, più che un delitto. Henry Landau ha lasciato casa e nel suo giardino stanno già mettendo i paletti per mettere su il tendone del Grand Guignol.

Ma dentro il suo camino c’è ancora uno stomachevole puzzo di carne e di sangue.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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