ALAN SORRENTI – Aria (Harvest)

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Il primo disco del “figlio delle stelle” esce nel 1972 per la Harvest.

Proprio così.

All’alba del decennio, prima delle tronfie e galoppanti rime in falsetto, delle palle con gli specchi e di quelle ostentate dai suoi pantaloni stretti di monta, Alan Sorrenti condivide la stessa etichetta con i Deep Purple e i Pink Floyd, con Kevin Ayers e Syd Barrett, con i Pretty Things, i Love e la Third Ear Band.

La copertina è bellissima: apribile, con questa figura bucolica un po’ sinistra del Sorrenti accartocciato in un mantello tra cespugli dal cromatismo tetro che a me ha sempre un po’ ricordato l’immagine di copertina dell’omonimo dei Black Sabbath.

All’epoca lui ha appena ventidue anni e ha una voce duttile, androgina, vicina alle  delicate cromature di Tim Buckley e Robert Wyatt.

Negli anni d’oro della disco-music e della pop-music transgender sarebbe diventato il suo cavallo vincente, all’epoca ne ostacolò il percorso.

Il pubblico non è pronto e in verità non lo sarà mai: chi va fuori dai canoni subisce l’arrendevolezza intellettuale del critico d’arte, raramente l’attenzione della platea.

In quei primi anni della sua carriera Sorrenti è un vero sperimentatore della voce, come più tardi lo sarà Demetrio Stratos e come, quasi simultaneamente, aveva osato Claudio Rocchi sul suo Volo magico # 1 di un anno più vecchio.

Abita a Napoli ma porta dentro se questo atavico sapore delle brume gallesi anche se, a differenza della sorella, non cercherà mai di affondarci del tutto le mani.

Ma il suo primo disco ha quest’“Aria”  un po’ fiabesca di muschi e di felci, di brezza umida e caliginosa, di pareti scrostate e annerite dalla fuliggine di inverni lunghi e surreali che cercherà di replicare anche sul successivo Come un vecchio incensiere…, riuscendovi solo in parte.

Aria è pervaso da questa aulicità solenne ma un po’ metereopatica, decadente che piove su tutto il disco, non soltanto sulla lunghissima title-track che occupa tutta la prima facciata dell’album (si, piccole carogne cresciute a Chicken Nuggets e Ipod, una volta i dischi avevano forma circolare e avevano due facciate. A metà durata, all’incirca, occorreva alzarsi il culo dal divano o dal gabinetto e andare a girarlo, altrimenti finivi per fare un solco nuovo sul disco e uno sulle tue tasche, NdLYS) e che ne riassume, senza peccare in essenzialità, i toni, il clima e anche il tema.

Che è profondamente erotico, quantunque sia foderato da questa veste panteista e carico di simbolismo ecologico. Un erotismo dove la carnalità viene inghiottita dalla sacralità biologica fino a diventare parte integrante dell’ecosistema.

Le modulazioni di Alan Sorrenti che si articolano per tutta la durata della suite fino alla simulazione orgasmica del finale si muovono in questa selva disegnata dal violino di Jean-Luc Ponty (suo il violino su It Must Be a Camel su Hot Rats di Frank Zappa, NdLYS), dalle percussioni di Toni Esposito (che lo accompagnerà anche sul disco successivo, NdLYS) e dal piano di Albert Prince abili a costruire questi intrecci tra folk pastorale, suggestioni gaeliche, aliti jazz e crinali progressive.

La voce si scompone, si ricompone, si decompone, si apre e si richiude, vibra, allunga le parole a dismisura, le sfigura, le spalma, le rende acqua, aria, terra, fuoco.

Alan Sorrenti diventa Nettuno, poi Atlante, infine Icaro.

Sotto, i paesaggi si fanno mutevoli, cangianti.

Diventano grotte ed abissi, cascate e alberi sferzati dal vento.

L’altro lato del disco ospita tre lunghe composizioni che mèdiano la sperimentazione con la ricerca di un’inedita via cantautorale, spostando l’obiettivo nazionale dai folksingers americani (Dylan, Ochs, Bob Lind ecc.) e dai cantastorie francesi (Brèl, Brassens, Gainsbourg, ecc.) che rappresentarono per tutto il decennio i due modelli fondamentali per i cantautori italiani, verso artisti dalla musicalità più complessa come Hammill, Buckley, Shawn Phillips, Roy Harper.

Vorrei incontrarti è una dolce invocazione d’amore adagiata su un morbido velluto acustico e pigramente appoggiata ai tocchi di chitarra vagamente medievale di Vittorio Nazzaro. Il passo di Alan è misurato, lieve, come la canzone richiede.

Una delle perle seppellite nella merda della pop music italiana.

La mia mente si introduce con maggiore decisione lasciandosi poi intorbidire dall’incestuoso incontro fra strumenti elettrici e acustici mentre Sorrenti torna ad esasperare le sue doti vocali prima pestando i grappoli di piano di Albert Prince, poi giocando con i ricami della tromba, prima circuendola, quindi sovrastandola, infine domandola.

Un fiume tranquillo, il pezzo conclusivo, parte sereno, rassicurante.

Fino ai primi 88 secondi. Poi il gioco torna a farsi peso.

Il piano elettrico parte come il C.T.A. 102 doppiato dalla voce, poi tornano gli uccellini ad annunciare la tromba di André Lajdli che regala al pezzo l’ennesimo, pregiato abito stravagante.

Alan tornerà a lambire gli stessi territori con il disco successivo.

Poi, la svolta pop.

Quindi, quella dance.

Infine, il buio.

Pare che quando venne spento l’ultimo faretto alogeno dello Studio 54 lui si trovasse nei bagni a reggersi l’uccello dopo aver urinato dieci bicchieri di Martini Dry. Sembra stesse cantando C’è sempre musica nell’aria. Senza accorgersi che invece era stata spenta per sempre.

 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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THE BISHOPS – Sojourn (W2)

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Vi avevo messo in guardia in tempi non sospetti (Rumore # 207): For Now testimoniava una band in mutazione.

E ricordo pure che qualche critico più quotato aveva avuto da ridire.

Il nuovo miniLP conferma e certifica quella mia impressione: il beat degli esordi è completamente evaporato (perché fargliene una colpa? Nemmeno i Beatles suonavano più Help! già l’anno dopo, NdLYS) e i Bishops cercano la strada di un pop sofisticato e complesso sempre meno chitarristico e sempre più vicino ai Lotus Eaters anzichè ai Jam.

Nel frattempo anche il fratellino minore di Peter e Mike “Bishop” è diventato adulto ed è stato infilato nel gruppo. Dieci dita in più, nella sempre meno parsimoniosa musica del gruppo britannico, sono una benedizione. Se poi arriva anche un seppur atipico quartetto d’archi come succede su Nowhere to Run e Headlights (On) siamo quasi in odore di beatificazione Coldplay. A me che non piacciono i santi non provoca alcun brivido se non una leggera ammirazione per lo sforzo architettonico con cui sono state costruite queste cinque icone.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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THE RESIDENTS – Meet The Residents! (Ralph) / Third Reich ‘n Roll (Ralph)

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Gli ultimi freak della scena hippie di San Francisco.

I primi innovatori della new wave californiana.

Sovvertitori, scandalosi, folli, anarcoidi, sabotatori, sobillatori.

Scelgono di non avere un’immagine pubblica e invece sono l’immagine più eversiva e rappresentativa del nuovo che avanza.

L’arte della parodia e del bricolage estetico/culturale, il cubismo, il dadaismo, il citazionismo, le improbabili teorie neuro-termiche, l’astrattismo e l’ingegno caricaturale sono tante facce di questo parallelepipedo che risponde al nome The Residents e che ha in Salvador Dalí, Captain Beefheart, Frank Zappa, Filippo Tommaso Marinetti e Brion Gysin i propri padri putativi.

Dopo essere stati banditi dal circuito discografico ufficiale  Homer Flynn e Hardy Fox tirano su la Ralph Records con l’intento di pubblicare le loro registrazioni (e riservandosi così anche la libertà di non dover spurgare il proprio suono primitivo, cosa che diventerà un altro tratto peculiare del loro stile, NdLYS) e di tirare fuori ogni schifezza pseudo-musicale venisse fuori dalla loro città. Sarà proprio alla Ralph che approderanno criminali come Chrome, MX-80 Sound e Tuxedomoon.

Il primo album è avvolto in una dissacrante copertina che stravolge il quasi-eponimo album dei Beatles, simbolo massimo del consumismo musicale che i Residents si apprestano a combattere.

Dentro, però, non c’è nessuna canzone dei Beatles.

Anzi non c’è nessuna canzone. Punto.

Meet The Residents è una accozzaglia spregevole di musiche meccaniche, arie classiche, voci paradossali, bizzarrie etniche e percussioni montate in sequenza. Tutto viene piegato alle esigenze concettuali ed espressive dei Residents distruggendo di fatto ogni precedente schema dentro cui è costretta la musica contemporanea. Dentro il tritacarne della band di San Francisco tutto viene macinato, fatto a pezzi e triturato con spietato disprezzo per creare un mostro sonoro reso ancora più turpe dall’approssimazione con cui viene assemblato.

I Residents non si sforzano di creare un genere musicale.

Si limitano a demolire ogni altro genere sia passato prima di loro, da qualunque longitudine esso sia arrivato.

Compreso il rock ‘n’ roll.

Sebbene per tutti gli anni Novanta, dopo le esplosioni delle nuove musiche elettroniche (jungle, drum ‘n bass, trip-hop, glitch-pop, ecc.), sulle riviste di musica sia apparso più e più volte il necrologio che dava per morto il rock ‘n roll, l’anno del decesso della più importante musica giovanile del XX Secolo è infatti il 1976.

Nel Febbraio di quell’anno i Residents fanno a pezzi il corpo del rock ‘n’ roll con la stessa follia abominevole e immorale delle squadriglie del Reich nazista nel campo di sterminio di Mauthausen. Sulla copertina, vestito con una divisa da SS, campeggia Dick Clark, altro “prodotto” mass-mediatico di consumo. Dentro sfilano, sfigurati, i resti della stagione d’ oro del rock ‘n roll: Let’s Twist Again, The Letter, Hanky Panky, Psychotic Reaction, Monster Mash, I Want Candy, Papa’s Got a Brand New Bag, Wipe Out, 96 Tears, Gloria, Hey Jude, Rock Around the Clock, Yummi Yummi Yummi, Light My Fire. Le virtuose protagoniste del luminoso mondo del rock ridotte a un ammasso di ossa, come vittime dell’olocausto che si avviano verso le camere sature di Zyklon B di questa Auschwitz dell’era del pop.

Qui si consuma il primo sterminio del rock ‘n roll, prima che l’Armata Rossa del punk arrivi a liberare i superstiti costringendo i Residents alla fuga e a dirottare i loro interessi morbosi verso altre vittime.

Nessuno riuscirà a sfilare dalle loro teste quegli incredibili, abnormi bulbi oculari.

Nessuno saprà mai se dentro quelle gigantesche pupille si nascondessero davvero delle SS o piuttosto delle Sturmtruppen. 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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