LOS PEYOTES – Garaje o Muerte (Dirty Water)

0

Il meglio Los Peyotes lo mettono in copertina.

Ogni cover, una polaroid troglodita.

Poi, come con le donne, il contenuto non sempre equivale a quello che il contenitore lascia immaginare.

Non che il gruppo argentino si risparmi, tutt’altro.

Ci mette dentro passione, energia, attitudine e dedizione.

Ma sembra più la parodia di un gruppo garage che una band vera.

Sembrano i Beasties, quelli della 151ma puntata dei Flintstones.

È questo l’effetto delle loro urla isteriche e dell’organetto che scorre su ogni traccia come un tapis roulant. Anche perché a cotanta energia non corrisponde una scrittura (o una ri-scrittura, come nel caso delle covers di No Friend of Mine o 96 Tears) che ti possa far scattare dalla sedia e farti venir voglia di risentire un pezzo che sia uno. Forse con l’unica eccezione di Maquilla Tu Mente.

Poi va da se che se te lo mettono ad una festa, salti come una scimmia, ma un conto è trovarti dentro la giungla, un altro riuscire a ricreartela a casa.

  

                                                                                     Franco “Lys” Dimauro

muerte

Annunci

KID CREOLE AND THE COCONUTS – Anthology Vols. 1 & 2 (Rainman)

0

Un disco per l’estate dite?

Di più, vi offro uno spettacolo per l’estate.

Ladies and gentlemen….Kid Creole e le sue Coconuts!!!

E lo so che arriccerete il naso, anche se siete tra quelli che cantano Ciuri Ciuri ai concerti degli Aretuska o che vi siete iscritti ai corsi di latino-americana dove le panze delle casalinghe si muovono al ritmo della lambada.

Perché Kid Creole è una polaroid degli anni Ottanta, con quegli improbabili braghettoni ascellari anni ‘40, le smorfie di Coati Mundi e le cosciazze da varietà del sabato sera delle signorine Noci di Cocco. Una robetta da baraccone latino buono per la sala concerti delle navi crociere.

Lo pensavo anche io.

Poi scoprì che August Darnell aveva inciso i suoi primi dischi su etichetta ZE Records.

Non su Baby Records. Su ZE. L’etichetta della disco mutante. Dei mostri abominevoli che tramortirono il funk con la new wave e spaccarono il corpo del jazz a colpi di ascia. In quelle officine, aveva condiviso il rullo trasportatore con James Chance, il terrorista col sassofono.

Ispirata dalle musiche delle big band, dai ritmi latini e dalla disco music, la musica di Kid Creole è una roba che ti mette di buonumore e ti raddrizza le giornate storte.

Le sue Coconuts servivano a raddrizzare il resto, col risultato che un concerto della band, per quanto kitsch, era contagioso come la brucellosi.

Questa doppia raccolta che pecca per l’assenza di un DVD che avrebbe potuto dare un’idea dell’effervescenza del gruppo (e si che nella confezione c’è pure lo spazio per l’alloggiamento di altri due dischetti…NdLYS) è un ottimo sunto di quanto fatto da Creole lungo la sua carriera con l’aggiunta di qualche inedito come Young, Gifted and White dove si divertono a parodiare il Santana 15 volte disco di platino di Supernatural e a scrivere per il popolo bianco un inno capace di contrastare il Say It Loud, I‘m Black and I‘m Proud di James Brown o della languida Cool, Calm and Collected buona per le docce tropicali di Pocahontas.

E poi ci sono canzoni grandiose come My Male Curiosity, all’epoca scritta per la colonna sonora di Due vite in gioco, il funky elettrico di There But for the Grace of God Go I che August aveva scritto per il quintetto disco dei Machine e che in futuro avrebbe celebrato la sua immortalità nella versione garage dei Gories e in quella elettronica di Carl Craig, la bellissima I‘m a Wonderful Thing, Baby che suona come una canzone dei Phoenix, già nel 1982.

O, se proprio vi piace andare ai concerti di Roy Paci, Don‘t Take My Coconuts, che racchiude in sei minuti e 42 secondi tutti e cinque gli album degli Aretuska.

E poi? Cos’altro vi piace fare nella vita?

           

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

F5287013

 

PYLON – Chomp more (DFA)

0

Randall Bewley è morto lo scorso anno, nel Febbraio più breve della sua vita. Ma nessuno se ne è accorto, a dimostrazione del fatto che i Pylon continuano ad essere, nonostante lo sforzo fatto da Michael Stipe, affare per pochi.

Musica sottodimensionata, fatta di quei piccoli tic nervosi che solo in tempi abbastanza recenti bands come Supersystem hanno saputo portare sui piatti del pubblico indie. All’epoca, parliamo dei primi anni ‘80, la musica dei Pylon era troppo malamente invischiata col ritmo per poter piacere al pubblico alternativo. E del resto troppo malvestita per poter piacere ai fanatici dei sussulti avanguardistici.

E anche geograficamente distante da una New York che allora bofonchiava le epilessie funky che folgorarono Eno sulla via di Damasco.

In disparte da tutto e da tutti la musica dei Pylon si muoveva libera da vincoli, con l’audacia di mettere assieme un po’ di tutto.

Non solo sullo stesso disco. Ma a volte dentro la stessa canzone. Sussultando, gemendo e strisciando, senza nessuna regola e nessun’ansia di voler sbalordire chicchessia.

Sognavano di fare un solo concerto e poi sciogliersi. Avrebbero aperto per U2, Talking Heads e i R.E.M.  

                                  

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro   

indexj