SCREAMING LORD SUTCH – Rock & Horror (Ace)

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Quando penso al rock ‘n’ roll difficilmente penso a quello cui pensate voi.

Non penso agli axe heroes, alle air guitar, alle pareti di Marshall parate di fronte a decine di migliaia di ragazzini sbavosi, alle bandane, alle orge consumate in alberghi con la SPA in azione ventiquattr’ore al giorno e i portinai compiacenti.

Quando penso al rock ‘n’ roll io penso ad un mondo popolato da personaggi buffi, insolenti, sopra le righe. Penso al passo d’anatra di Chuck Berry, alle porcate di Iggy Pop, alle bende dei Mummies, al bacino di Elvis, al ghigno di Lux Interior, alle chiappe di Poison Ivy, ai feticci voodoo di Jay Hawkins, al ciuffo di Esquerita, ai giubbotti di pelle dei Ramones, alle pareti ricurve del Cavern, ai frutti alla moda di Ghigo, a Jerry Lee Lewis che picchia coi piedi, ai King Kurt coperti di schiuma da barba, alle urla isteriche sotto il palco dei Beatles quel 13 Ottobre del 1963 che cambiò il mondo del pop per sempre.

E penso a David Edward Sutch, lo Screaming Lord Terzo Conte di Harrow.

Il più folle, pittoresco, suggestivo, marcio figlio del rock ‘n roll inglese degli anni Sessanta.

NOBILE MANCATO, POLITICO MANCATO, MUSICISTA MANCATO.

Ma capace di far suonare Jeff Beck, Jimmy Page, Noel Redding, John Bonham e Nicky Hopkins gomito a gomito dentro quello che, poco prima della sua morte, venne definito il peggior album della storia del rock: Heavy Friends.

L’ultima beffa prima di lasciarci per sempre impiccandosi sulle scale che conducevano al letto dove sua madre era morta l’anno prima.

Lo trovarono appeso come un manichino in disuso con una corda colorata attorno al collo, due cristalli di lacrime ai lati degli occhi e un ghigno compiaciuto, come di dolore placato. Era il 16 Giugno del 1999.

Pare che nello stesso momento Jeff Medkeff, nell’osservatorio di Junk Bond in Arizona, avvistasse un nuovo asteroide.

Lo chiamarono 38203 Sanner: Screaming Lord Sutch fu un ASTEROIDE MANCATO.

Ma prima ragazzi, quello che c’era stato prima, era stato il più fantastico, pittoresco spettacolo di horror-rock in giro per la terra.

Finito per caso nei Savages col ruolo di manager, finì per diventarne il cantante incoraggiato dal batterista Carlo Little e facendo palestra sui classici di Berry, Presley e Little Richard.

I primi concerti sono assieme a Vince Taylor, Keith Kelly, i Playboys.

Ma un paio di anni dopo saranno i Who ad aprire per loro. E non viceversa.

Poi decidono di puntare tutto sul personaggio di Screaming Lord Sutch.

Cilindro, mantello, una tonnellata di cerone e un coltello che brandisce senza timore tra i musicisti incarnando alla perfezione il personaggio macabro di Jack lo Squartatore raccontato nella canzone scritta da Charles Stacey, Walter Haggins e Joe Simmons e incisa coi Savages nel Marzo del 1963.

La produzione è affidata a Joe Meek, uno dei geni degli studi dell’epoca.

È sua l’idea di “campionare” il giro di fiati di Dragnet di Ray Anthony all’inizio e alla fine del pezzo.

I Savages ci mettono il “colore”.

Che in questo caso è rosso sangue.

Sul palco Lord Sutch costringe il tastierista a travestirsi da Mary Kelly, con tanto di calze e giarrettiera. Il ruolo di Jack the Ripper spetta a lui, ovviamente.

Ecco, Rock & Horror racconta un po’ di queste storie.

Raccapriccio e commedia horror in 12 episodi.

Come caricarsi la famiglia Addams sulla propria utilitaria e fare un giro dalle parti del cimitero.

La più bella raccolta dei Cramps, prima dei Cramps.

Addio, Duca di Harrow.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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AMY WINEHOUSE – Back to Black (Island)

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Non capita spesso che un disco di classe scali le charts, facendo sbavare i magnaccia delle case discografiche e progettando un furto senza pari durante la diretta della 50ma edizione dei Grammy Awards.

Il tutto senza mettere in gioco la propria credibilità.

Back to Black è quindi, un cigno nero.

Amy Winehouse riesce a cantare di case di cura per alcolisti cronici sotto una pioggia di campanelline, prende a calci sulle palle i paparazzi e passa i weekend a vomitare assieme a Pete Doherty restando nonostante tutto la regina delle classifiche.

Dietro di lei, sul disco, ci sono i Dap-Kings: gente dalla classe inaudita che suona come la backing-band di Otis Redding: strumentazione vintage registrata come si usa in casa Daptone: tecnologia analogica e pochi microfoni. 

Sono loro a rifare il letto su cui si struscia la voce della giovanissima Winehouse su gran parte delle tracce di questo secondo album. Sono proprio loro e il produttore Mick Ronson a fare la differenza rispetto al disco di debutto di tre anni più vecchio, in parte stuprato da alcune scelte imposte dall’etichetta discografica.

Nel frattempo le influenze di Amy si sono allargate: non più solo Frank Sinatra e il blue jazz di Billie Holiday o Nina Simone ma anche il rocksteady giamaicano dei primi anni sessanta (la Winehouse dedicherà al genere un intero EP, un paio di anni dopo, NdLYS) e le all-female bands come Supremes o Shirelles dentro la sua trousse.

Accanto, qualche bottiglia di Gilbey‘s Gin e qualche pipa di crack.

Quello che ne esce fuori è un disco incredibile, un gioco dove seduzione e dolore si spartiscono la scacchiera, da quella furba rilettura di Ain‘t No Mountain High Enough che è Tears Dry On Their Own alle arie da mercato di Kingston di Just Friends, dalle lacrime di dolore di Love Is a Losing Game allo Spector-sound di Addicted, dalla You Know I‘m No Good gonfia di fiati alle sincopi pianistiche di Back to Black, dalle arie melodrammatiche di Me and Mr. Jones a quelle languide di He Can Only Hold Her. Nessun brano che non sia meno che indispensabile.

In epoca di dischi da grandi magazzini, ecco un best seller che non si concede alle svendite.

Meraviglia.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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