THE DIRTBOMBS – Ooey Gooey Chewy Ka-Blooey! (In the Red)

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Se il titolo gommoso dovesse lasciare ancora qualche dubbio, il cartoon di copertina dove la band di Detroit posa come gli Archies fuga via ogni residuo sospetto: i Dirtbombs rendono omaggio alla più disimpegnata e goliardica scena musicale degli anni Sessanta: quella della bubblegum music creata ad artificio dentro la casa di produzione Super K. Nata “in vitro” per contrastare la musica impegnata dei cantautori di protesta e il beat indisciplinato delle garage bands, la bubblegum della premiata ditta Jerry Kasanetz e Jeff Katz fece man bassa delle classifiche nel 1968 scoprendo un nuovo filone d’oro nella musica per teenagers.

Era una parodia del beat, svuotata di ogni avanzo di aggressività.

Un contenitore privo di contenuto che imponeva ai giovani musica senza nerbo e alle classifiche gruppi o, molto sovente, gruppi-fantasma come Ohio Express, Tommy James and The Shondells, Archies, 1910 Fruitgum Co., Sugar Bears, Lemon Pipers, Crazy Elephant. Musiche e testi completamente disimpegnati che avevano un triplice obiettivo: vendere, vendere e vendere.

Sognato e progettato da lungo tempo, ora che i mercati internazionali affondano e l’ottimismo naufraga tra le onde di un mare sempre più scuro, vede finalmente la luce il disco-omaggio alla bubblegum pensato da Mick Collins.

Suona come una provocazione.

Ma, più verosimilmente, suona ahinoi come un disco degli Shondells.

Con l’aggravante (o l’attenuante, dipende dal vostro punto di vista) di essere, a differenza di quelli, fuori contesto storico.

E così i Dirtbombs, approfittando della stima di cui godono, ci costringono oggi a fare quello che evitammo di fare allora: ascoltare un intero album di bubblegum music. Oppure qualcuno tra voi ha davvero ascoltato per intero Goody Goody Gumdrops, Chewy Chewy o Green Tambourine?

Dieci canzoni scritte da Collins inscenando la parodia della parodia, con una finezza da intenditore come la scelta di sfumare i brani anziché smorzarli, come era d’ uso fare nei 45 giri della Buddha Records e una capacità del tutto naturale di scrivere canzonette facili facili, talmente stupide e appiccicose da risultare talvolta irritanti (Jump and Shout, Crazy For You), proprio come quelle gomme da masticare che ti si appiccicavano al sedere mentre pomiciavi con la tua ragazza nella panchina del parco o sotto la suola delle scarpe mentre la riportavi a casa con l’audace speranza che ti invitasse a salire approfittando dei genitori che si erano assopiti ascoltando un noiosissimo disco di Charles Aznavour.  

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

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BUZZCOCKS – Time’s Up (Mute)

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Prima di entrare in “cucina” e mettere sottosopra mestoli e scodelle, i Buzzcocks avevano già messo a soqquadro la cantina sotto casa assieme a quell’Howard Devoto che li avrebbe di lì a poco abbandonati per depredare un non meno ricco “magazzino”.
Bene. Time‘s Up, messo fuori nel 1991 e ora ristampato dalla Mute è un prezioso documento che affonda nella preistoria del gruppo mancuniano, prima di lanciare nel febbraio del ’78 What Do I Get? nel firmamento del punk inglese. Erano le sessions che sfoceranno nell’EP di debutto Spiral Scratch e nel singolo-manifesto Orgasm Addict. Registrazioni grezze già permeate da quel torbido gusto per la melodia che farà di Pete Shelley e compari una delle formazioni più geniali del punk al bionico. Dentro ci trovate pure Boredom, uno dei dieci pezzi DEFINITIVI del punk figlio della regina Elisabetta. Quindi, fatelo vostro.
Bellissimo il booklet con tanto di intervista “storica” a Devoto e ricco di foto d’epoca. Un vero spaccato di un’Inghilterra che non c’è più, arenata lungo i marciapiedi e appoggiata ai muri rigonfi di scritte e di A4 ciclostilati, con la colla che colava giù da locandine fotocopiate storte e jeans logori.
Su traccia multimediale invece, una breve fotografia del gruppo in azione al suo primo gig, a fianco di Sex Pistols e Slaughter and The Dogs. Altri tempi, cazzo. Altri tempi.

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro  

 

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NEW YORK DOLLS – New York Dolls (Mercury)

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Oltraggiosi, provocatori, irriverenti. Oppure, delle semplici checche.

Così venivano descritte le New York Dolls durante la loro breve, bruciante carriera.

E invece, soprattutto, le New York Dolls erano una promessa di libertà.

La promessa che il rock ‘n roll era l’unico modo per sentirsi protetti da un Dio permissivo che fa finta di non vedere la mano che si allunga a prendere la mela.

Anche se fosse quella enorme di New York.

Naufragate in un oceano di eroina, odio e prigionia le torpediniere proto-punk di Velvet Underground, Stooges e MC5, sono proprio le New York Dolls a gettare in mare le scialuppe che salveranno lo spirito del rock ‘n roll più sfacciato e volgare.

Finiranno peggio degli altri. Ma per tre anni il loro sogno di libertà era stato talmente forte da far sanguinare il naso.

La storia era iniziata quasi per gioco nel 1970, a casa del diciannovenne egiziano Sylvain Mizrahi. Serate alcoliche dove il giovane Sylvain insegna qualche rudimento di batteria all’amico Billy Murcia e improvvisa qualche giro rock ‘n roll con l’altro compagno di liceo Johnny Genzale. Poi Syl parte per l’Europa. Ma Johnny (nel frattempo ribattezzatosi Thunders) non ha tradito il suo sogno. Ha reclutato altri disadattati del Bronx e di Manhattan, ha lasciato il suo posto di bassista ad Arthur Kane e quello di cantante a David Johansen e si è adattato al ruolo di chitarrista, al fianco di Rick Rivets. Le Bambole avevano iniziato a battere sulle strade di New York. Siamo nell’Ottobre del 1971. Ma è quando Sylvain torna a casa per Natale, rispedendo nella sua Rick Rivets, che nasce la leggenda delle New York Dolls.

I primi spettacoli shock con i cinque musicisti vestiti da zoccole, le prime attenzioni di altri personaggi eccessivi come David Bowie e Lou Reed e pure la prima morte: Billy Murcia lascia il marciapiede la sera di un 7 Novembre 1972, strafatto di alcol e droghe, proprio alla vigilia della firma del contratto con la Track Records di Kit Lambert.

Sarà Jerry Nolan a prendere il posto di Billy.

E la Mercury a prendere quello della Track.

Nell’Aprile del 1973 si chiudono in studio truccatissimi assieme ad uno sbigottito Todd Rundgren che li invita a tirare fuori dal culo i loro brillantini glam e registrare dieci pezzi e una cover di Bo Diddley. Nessuno si ricorderà di Murcia durante le registrazioni. Ma Billy piomberà comunque dentro Alladin Sane di Bowie, ancora vestito da bambola. Scovatelo, se non lo avete ancora fatto.  

Il disco esce nel Luglio di quell’anno. Esattamente un mese prima dell’infame Goats Head Soup con cui i Rolling Stones abdicano dal trono di peggiore rock ‘n roll band del pianeta dopo una tetralogia da pelle d’oca. New York Dolls è il passaggio dello scettro dalle mani dei vecchi Stones ai nuovi.

Si alzano i bicchieri colmi di crema all’uovo.

La cerimonia è pronta.

Il pubblico invece no.

Quello non arriva.

Va ai loro concerti per sbeffeggiarli e se ne torna a casa ad ascoltare i Lynyrd Skynyrd, John Martyn o i Genesis.

New York Dolls era un disco di spregiudicato e approssimativo rock ‘n roll di strada.

In copertina il gruppo posa per Toshi Tasaki, il fotografo di Vogue, su un divano trovato per strada e coperto con del raso bianco, con i consueti abiti di scena, le acconciature cotonate e il pesante make-up preparato a Dave O’ Grady.

Sul retro invece uno scorcio di New York, esattamente l’angolo tra St. Marks Place e la Second Avenue, nella Lower East Side. Davanti alla piccola ma famosa Gem Spa, l’edicola aperta ventiquattrore su ventiquattro e che ancora oggi si rifiuta di vendere giornali porno. 

Un disco che rendeva omaggio agli eccessi e che l’America che era appena tornata a casa dai funerali di Hendrix, di Morrison e della Joplin e che non era ancora pronta per il ciclone punk che l’avrebbe investita suo malgrado, si rifiutava di accettare, impaurita da quelle prime ballerine che fischiettavano in un pomeriggio di primavera ora trasformate in lupi mannari che ululano alla luna. Hauuuuuwww!, da quei Frankenstein che si muovono tra le ombre lunghe dei grattacieli di Manhattan, da quei ragazzi che vengono da un pianeta solitario, da quelle ragazze vietnamite che tornano per restituirci gli incubi che abbiamo regalato loro senza che fossero mai venute a chiederceli, di quei travestiti che strisciano lungo le metropolitane della Grande Mela in cerca di un bacio.

Nessuno sembrava volersi divertire con la musica delle New York Dolls.

Pochi sorrisi per una musica che invece solo di quello voleva nutrirsi: di un’enorme, sbeffeggiante risata di libertà.

 

                                                                                                Franco “Lys” Dimauro

 

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THE INVISIBLE EYES – Laugh in the Dark (Bomp!)

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L’ultima band messa sotto contratto da Greg Shaw prima della sua dipartita è questo combo di Seattle che suona garage songs avvolte in un vero tappeto di organo. E fin qui nulla di male, se non fosse che Janet Hurt, incaricata di tenere le sue dita attaccate ai tasti per i 50 minuti del disco, difetta di fantasia e di quel guizzo che dovrebbe teoricamente dare senso ad una scrittura abbastanza scontata dei brani. Ho letto su loro paragoni ingombranti con Ray Manzerek. Addirittura. E invece a me sembra di essere tornato a sentire caricature neosixties come i Dwarves di Horror Stories o i flaccidi Vietnam Veterans. E se proprio volete insudiciarvi col garage punk, quello vero, non mi pare sia questo il disco da consigliarvi a scatola chiusa.

 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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THE NORVINS – Time Machine (Soundflat)

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Totalmente presi dalla nuova febbre garage europea dopo i recenti assalti di Staggers, Revellions, Rippers e chi più ne ha più ne metta? Bene, il nome nuovo da appuntarvi è ora questo: The Norvins. Vengono dalla Francia e sono al disco di esordio: 14 tracce costruite sulle macerie del garage punk ortodosso degli anni Ottanta. Grigliate fuzz, organo demente, armonica blues e un repertorio che lambisce le gabbie dorate di Zakary Thaks, Elevators, Sonics, Moving Sidewalks, Syndicate of Sound e altre pepite come le Nothin’ e Abba che hanno messo dentro al disco. Pezzi velocissimi che spesso non arrivano manco ai due minuti. Autentiche sberle garage che ti spaccano le mascelle e che risuonano come i ceffoni di Fleshtones, Cynics o Staggers. Vi basti il trittico iniziale Theme, Mean Judith e quella Invisibile Woman già sentita sul 4 volume di Lost In Tyme per sapere da che parte stare. Ed è inutile aspettiate di leggere cosa ne pensa Pitchfork.

L’unica cosa a gracchiare lì sono i corvi che gufano sulla sorte del rock ‘n roll.

 

 

                                                                 Franco “Lys” Dimauro

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LEMONHEADS – Hate Your Friends / Creator / Lick (Fire)

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Subito dopo i ragazzi incazzati di Minneapolis (Grant Hart, Paul Westerberg, Bob Mould, Dave Pirner) e appena prima dei ragazzi incazzati di Seattle (Kurt Cobain, Eddie Vedder, Tad Doyle, Layne Staley) c’erano stati i ragazzi incazzati di Boston: J Mascis, Frank Black, Peter Prescott, Evan Dando.

Ragazzini di buona famiglia deviati dall’hardcore, perennemente insoddisfatti, annoiati dal lusso, sfiniti dall’ozio.

Finiranno tutti a tagliarsi le unghie e ad ingrassarsi di torte di mele. Ma all’inizio, quando la loro adolescenza premeva da dentro, correvano carichi di accidia come i dannati nella quarta cornice del Purgatorio.

Per Evan Dando e i suoi Lemonheads sono gli anni che vanno da Laughing All The Way to the Cleaners a Lick, tutti adesso ristampati dalla irreprensibile Fire Records.

Ovvero, dalla prima versione di Glad I Don‘t Know del Giugno ‘86 alla seconda, Aprile 1989. Oppure, per capirci, dal momento in cui Evan, Ben Deily e Jesse Peretz scoprono il punk (anche quello minore, come quello dei neozelandesi Proud Scum di cui rifanno I Am a Rabbit) al momento in cui Dando abbandona i vecchi amici e decide di non incazzarsi più, neppure quando Cobain gli ruba il trono di re delle collage radio. Proprio il posto dove il biondo di Boston aveva sempre sognato di stare, sin da quando passava le notti con gli occhi sui libri del liceo e le orecchie sintonizzate sulle “orge” della Harvard Radio Broadcasting.

Hate Your Friends, il debutto su grande formato, li presenta come i più credibili eredi del punk esistenziale dei Replacements, con Dando e Deily intenti a spartirsi il compito di autori e vocalist, come succedeva nell’ altra grande band di Minneapolis.

Un disco pieno di piccole gemme di powerpop imbottite di rumore punk su cui svettano Nothing TrueDon‘t Tell YourselfFed Up (per Evan) e Fucked UpSecond Chance e Uhhh (per Ben). Capiente il bagaglio delle bonus tracks incluse nella nuova ristampa, alcune già pubblicate nella reissue del 1992 (Sad GirlBuried AliveGotta Stop), altre del tutto inedite (il set per la WERS del 1987 con una feroce cover di Sick of You degli Users) più la convincente cover di Mod Lang dei Big Star pubblicata sull’introvabile Crawling From Within.

Creator si apre come il primo Black Sabbath. Raccapricciante, detto così, ma del resto è il periodo in cui la band mette pezzi come N.I.B. e Hatin’ Spores in repertorio.

Non saranno le uniche cover a fare il tormento e la fortuna di Evan Dando, come tutti sanno. Su Creator ad esempio se ne affacciano un paio firmate Charles Manson e Kiss ma il tono generale dell’album è già molto meno sprezzantemente punk mentre i pezzi scritti da Dando riduce la forbice che separa la sua scrittura da quella di J Mascis (Clang Bang ClangDie Right Now) e Ben Deily prepara il terreno per quello che saranno i Lemonheads della fase vincente con le chewing gum soffici di SundayLive WithoutPostcard Falling.

Le bonus tracks riesumate per la riedizione Fire vedono una nuova esibizione della band dietro la cabina insonorizzata dalla WERS di Boston.

Dopo Creator, i Lemonheads cominciano sempre più a diventare un affare privato per Evan Dando.

Anzi, un suo pseudonimo. L’album che documenta lo scontro tra Evan e Ben è Lick, pubblicato nel 1988 o nel 1989 (dipende dalla tiratura che vi ritrovate in casa) e registrato proprio mentre si consuma la battaglia di ego: un cocktail poco alcolico allungato con parecchie dosi di seltz per permetterne la pubblicazione come album completo visto che i due sono riusciti a malapena a completare cinque delle undici  canzoni della sua scaletta definitiva (come confermato nell’intervista aggiunta tra le bonus). Il disco contiene alcune delle canzoni-simbolo dei Lemonheads come il jangle molto Peter Buck che apre Mallo Cup, la volgare invettiva di Cazzo di ferro (i Rokes che planano su un riffone hard-cock) e la cover di Luka di Suzanne Vega che istituzionalizza Evan come eroe delle college-radio americane e delle stazioni di regime altrove. Il meglio di un disco che raggiunge a malapena la sufficienza è  però quello che è stato dimenticato, seppellito da tonnellate di altra musica: l’eco Cheap Trick che si può avvertire sparando a tutto volume 7 Powers,  Ever Come Back D.A..

A cercare di rendere Lick un disco poco più che mediocre ci pensano le bonus a corredo che prevedono l’intero primo EP, le B-Sides di Luka e qualche traccia dal vivo.

A quel punto, i Lemonheads sono alla frutta. Evan Dando passa alle spremute.

 

                                                                                                Franco “Lys” Dimauro


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EVIL TWIN – Kill the Funk (Twinsie)

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Sono entrati in studio con 1300 dollari in tasca per registrare un extended play e sono usciti dalla Basin Productions con un intero album che, in qualche modo, hanno deciso di spedirmi per sollevarmi dal torpore autunnale. Dio li abbia in gloria.

Un disco fatto con pochissimi mezzi: una chitarra, una batteria e qualche mattoncino Lego® per la bella immagine di copertina. Più nulla.

Jared Mattern e Chris Beechey economizzano e ottengono il massimo col minimo indispensabile: Kill the Funk è un disco che alza l’essenzialità a forma d’arte, come succedeva nei dischi della Blues Explosion, dei White Stripes, dei primi Black Keys (ma anche di tanti altri), e suona esattamente come vi aspettate che suoni un album costruito con questi ingredienti: istintivo e carnale, zozzo e spartano.

Jared infila riff di buon gusto, a metà strada tra quelli di Dan Auerbach e Tom Morello (Kill the Funk, Sticky Fingers, Rollin’, Come and Go i più azzeccati, Skeletons, Loungecore e Ease The Mind i più originali) e Chris lo insegue con timpano e rullante.

Prendono pochissimo spazio, come i pupazzetti della copertina.

Funzionali ed ergonomici, come un kit dell’Ikea®.

Il reparto è quello degli accessori per il bagno.

Ideale come idea regalo per sostituire dignitosamente la tavolozza del water di Beggars Banquet

 

 

                                                                                    Franco “Lys” Dimauro 

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COSMIC PSYCHOS – Down on the Farm / Cosmic Psychos / Go the Hack (Goner)

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Fracassoni come pochi altri (anche a quelle latitudini) i Cosmic Psychos inventarono, senza saperlo, quello che solo qualche anno dopo sarebbe stato schedato e storicizzato come grunge.

 

A molte, molte miglia di distanza da Seattle.
Gli attestati di stima rilasciati nel corso degli anni da Kurt Cobain, Eddie Vedder, Donita Sparks, Steve Turner, Butch Vig, Jonathan Poneman, Buzz Osborne (e alcuni dei quali adesso documentati su Blokes You Can Trust, il DVD che celebra il trentennale e la milionesima birra del gruppo australiano) lo avrebbero certificato.

Ma sarebbe bastato ascoltare dischi come Bleach, Hungry For Stink (con dentro una cover nascosta di Lost Cause, NdLYS), Rehab Doll, Lysol con l’opportuna dose di disinvoltura per capire dove quel suono sudicio tra Stooges, Black Flag e Black Sabbath aveva le sue radici: qui, nel cuore di Melbourne, estate del 1985. Un suono torbido come il piscio di un alcolista cronico dove al lerciume di estrazione punk si somma altra spazzatura tirata fuori a pacchi dalle aree urbane intossicate di Detroit e della Riverside County e che produce, con la prima line-up, i tre dischi appena ristampati dalla Goner zeppi di croste punk maleodoranti. Un basso fuzzato, una chitarra che alterna riffoni marci a squilibrate e parossistiche esibizioni di onanismo (l’assordante vento elettrico di Pub, Rambo, Quarter to Three, la lunga orgia di feedback di Crazy Woman), una voce sgraziata che non ha alcuna voglia di mostrare un’anima qualsiasi, supposto che ne abbia una.

La musica del gruppo australiano era un delirante e truce crepitare di distorsioni sinistre. Un acrobatico e irriverente salto nella follia più dissacrante che sembra voler saldare i Sex Pistols ai Sonic Youth (Custom Credit), i Circle Jerks ai Motörhead (Back In Town), gli Stooges ai Nirvana (Go the Hack), i Cramps ai Cock Sparrer (You Can‘t Come In), i Saints ai Mudhoney (She‘s Crackin’ Up), i Public Image ai Miracle Workers (Elle).

Slegati da ogni scena, i Cosmic Psychos sembrano fregarsene di tutto e di tutti, presentandosi con un’immagine del tutto anonima che rende ancora più pericolosa, in quanto celata dietro una superficie di apparente ordinarietà, la violenza di un suono spurio e adulterato che non ha perso una briciola del suo potere dissacrante e del suo sarcasmo politicamente scorretto. Voglio essere come David Lee Roth. Voglio quaranta donne obbligate a succhiarmelo. Voglio lunghi capelli biondi e un grande uccello da 20 pollici.

Linguaggio da camionisti.

 Fegati da camionisti.

 Cappelli da camionisti.

 Musica da camionisti.

 Toglietevi dalla strada, che passa il bulldozer (di nuovo).  

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro     

   

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SICBAY – The Firelit S’coughs (Obtuse Mule)

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Lo aspettavo con ansia questo album dei Sicbay del talentuoso Nick Sakes, un passato tra le fila dei Dazzling Killmen e Colossamite, un presente poco noto tra le fila di questa bands che vede all’opera anche l’altro ex-Colossamite Ed Rodriguez. Gonfia come un ecchimosi, la musica dei Sicbay è un caterpillar che frantuma venti anni di new wave. Sotto, tutto cambia e tutto resta uguale.
Pere Ubu, Fall, Jesus Lizard, Oxbow, i primi June of 44, gli stessi Killmen, i mostri della Amphetamine Reptile riemergono nel loro suono, che tende la trappola e ci rimane imprigionato.
È una musica che non rinuncia al massacro ma lo evita comunque, un’onda di rumore che emerge, sprofonda, riemerge dalle tenebre, con le chitarre, bellissime, che assaltano furibonde e “rientrano” su dilatazioni epiche e caliginose.
Listening to Sound, l’epilettico assalto frontale che inaugura il disco è furiosa e contorta, tra i Fugazi di Red Medicine e l’Henry Rollins meno compiaciuto, Who Wrote the Night? sono i Dinosaur Jr. di Where You Been con la pedaliera sbagliata e David Yow che urla nei timpani di Mascis, The Sighting è hardcore che si disintegra frastagliandosi, sfilacciandosi.
Il lato più scuro del suono Sicbay emerge invece in brani come Metamoros, pigra e introversa, Right Eye Left Eye è inquel diramarsi quasi prossimo allo sfaldamento di certi Slint o degli Spain che è Felsenmeer.
I momenti di stanca si intitolano Silk the Town, inutile siparietto ultra noise che pare una fusione tra Godflesh e Primus, il patetico rallenti di Offshore o lo sfocato jazzetto sedimentato nel rumore di Candlelight Lipstick che parte da nessun luogo e approda da nessuna parte.

Franco “Lys” Dimauro

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BLACK SABBATH – Black Sabbath (Vertigo)

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Lieve cade la pioggia, i veli dell’oscurità avvolgono gli alberi anneriti, che, contorti da qualche invisibile violenza, lasciano cadere le loro stanche foglie e piegano i rami verso una grigia terra di ali di uccelli troncate, in mezzo ai campi i papaveri sanguinano di fronte ad una morte gesticolante e giovani conigli, nati morti nelle trappole, stanno in piedi senza muoversi come se fossero guardiani del silenzio che circonda e minaccia di inghiottire tutti coloro che vorrebbero ascoltare.

Muti uccelli, stanchi di ripetere i terrori di ieri, si stringono assieme nei recessi degli angoli bui, le teste scostate per non vedere il cigno nero, morto, che galleggia a pancia in su nell’incavo di una piccola pozza d’acqua.

Emerge da questa pozza una debole e sensuale nebbia che si fa strada verso l’alto per carezzare i piedi scheggiati della statua del martire senza testa il cui unico successo fu di morire troppo presto e che non vedeva l’ora di essere sconfitto.

La cataratta dell’oscurità si forma completamente, comincia la lunga nera notte, ma ancora accanto al lago una giovane donna aspetta, non vedendo, essa stessa crede di non essere vista, sorride debolmente ai rintocchi di una campana lontana e della lieve pioggia che cade.

Poi la puntina sprofonda pigra sui solchi. Ed ecco apparire quei rintocchi e quella pioggia che lacrima da un cielo plumbeo e greve nel fragore di un temporale  bagnando il mantello della sagoma ferina e bidimensionale di strega che domina la brughiera di Mapledurham scelta con intuito fenomenale da Marcus Keef per rappresentare l’ingresso nella storia del Sabba Nero. Il suo volto pallido e totalmente inespressivo, è la rappresentazione gotica del suono gelido del gruppo di Birmingham destinato a mutare per sempre la traiettoria dell’hard rock. Asfissiante e granitico. Tombale.

È il nubifragio più famoso e sinistro della storia del rock.

Dante e Virgilio varcano le porte dell’Inferno per non uscirne più.

Seppure le “simpatie sataniche” e i riferimenti esoterici non fossero affatto novità nel mondo del rock, è proprio con questo album nella sua interezza (grafica, testi, musica, titolo, simbolismo, immagine, data di uscita) che il gioco diventa non solo scoperto ma ostentato. Esibito nel suo raccapricciante richiamo verso la morte con un fanatismo esasperato e teatrale ma, ed è questo che lo rende terribile, sincero. 

C’è un universo di paura ed orrore che si nasconde dietro le mura di quel mulino che inghiotte le acque stagnanti dell’Oxfordshire. Un mulino che macina sgomento e vomita fuori otto canzoni agghiaccianti e sepolcrali, registrate in una sola fredda giornata d’autunno e ispirate, nelle liriche e nelle ambientazioni, alla letteratura fantastica ed esoterica di Lovecraft e Tolkien.

Musicalmente, siamo alla completa disidratazione del blues, alla compiuta scheletrizzazione delle sue strutture musicali (la pentatonica blues rimane il perno della struttura armonica dei solo di Iommi), all’evocazione sinistra del male attraverso l’uso di artifici tonali sinistri divenuti l’abbecedario di tutto il doom a venire.

Ma qui siamo all’Anno Zero.

Alla prima concreta ed attendibile manifestazione del Male attraverso i solchi di un disco. Non più una semplice e discutibile percezione uditiva, una pareidolia acustica sfuggente e subliminale ma un’iperamplificata vibrazione runica di raggelante efficacia diabolica.  

 

                                                                                                Franco “Lys” Dimauro

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