LITTLE MURDERS – Stop plus Singles 1978-1986 (Off the Hip)

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Un omicidio piccolino, quello dei Little Murders di Melbourne. Roba che non regge il confronto con i crimini ben più efferati che si stanno consumando in quegli anni proprio in quella città. Pur soffocato dalla montante onda punk, Rob Griffiths riuscirà tuttavia a farsi largo in una scena delirante “proteggendo” la sua idea di suono “english” (lui è da lì che proveniva, ed è dal suo amor patrio che avrebbe preso l’abitudine di vestire se stesso e i suoi ampli con la Union Jack) dagli sbrodolamenti hard tipici del periodo riformulando la line-up quando i rischi sembravano voler prendere la forma di una reale minaccia e facendo dei Little Murders una delle più incontaminate power-pop bands in giro per l’Australia, assieme ai Sunnyboys di Sydney. Il suono che affascinò allora un giovane Greg Shaw resta ancora oggi un grande esempio di scintillante guitar-pop di cui Stop riassunse, nel lontano 1986, formula e ricettario: era come ascoltare i Saints rifare le canzoni dei Monkees. Una ricetta che Rob avrebbe messo da parte per dieci anni salvo poi riprenderla in mano al momento di tornare ai fornelli per realizzare solo nel 1997 il primo vero album (…and Stuff Like That per la cronaca, realizzato in parte con materiale vecchio di cui troverete qualche sputo pure qui dentro, seguito poi a distanza ravvicinata da First Sight e We Should Be Home By Now, NdLYS). Un monumento alla coerenza e all’amore per la più perdente delle musiche perdenti.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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THE THREE O’CLOCK – The Hidden World Revealed (Omnivore)

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Se sparare sulla Croce Rossa è già una carognata, figurarsi sull’Esercito della Salvezza. Eppure, è proprio da lì che inizia la storia dei Three O’Clock, dai Salvation Army. Anno 1981. Los Angeles, California. Siamo proprio agli albori del Paisley Underground, ovvero della rilettura più o meno creativa della musica psichedelica degli anni Sessanta. Il nome però cambia in fretta. Già l’estate dell’anno successivo, i quattro ragazzini appassionati di Beatles, Pink Floyd, Byrds e Jam, sono costretti loro malgrado a cambiare nome.

La musica però non cambia.

A molti piace.

Ancora oggi.

E io, che pure qualcosa di musica credevo di capire allora come oggi, non ho mai compreso cosa potesse affascinare di piccoli mostri come Jet Fighter, Sound Surrounds o When Lightning Starts, vicine allo spirito degli anni Sessanta non più di quelle dei Culture Club o dei China Crisis.  

Sono tornato sull’enigma nel corso degli anni. A cadenza variabile ma costante.

Ho messo Sixteen Tambourines e Arrive Without Travelling sul piatto, dentro il mangianastri e dentro il lettore (nonostante tutto mi piace non farmi mancare nulla) e ho continuato a rimuginare, sicuro che sarebbe giunto il giorno che anche io avrei compreso, autoconvincendomi che era solo un problema di fuso orario.

Poi, la notizia: i Three O’Clock si riformano! Vanno al Coachella! Esce una raccolta di “best”ialità e inediti.

Eccolo, il momento in cui avrei capito! Il momento in cui avrei avuto un’erezione ascoltando la voce di Michael Quercio e le chitarre di Gutierrez!

Carico l’orologio e lo sincronizzo sulle Tre In Punto.

Ingrano la prima e aspetto lo schianto.

E lo schianto, ancora una volta, non arriva. E neppure l’erezione.

Qualcosa, semmai, si muove un po’ più sopra, zona pelvica-intestinale. Una sorta di fastidiosa prostatite resa ancora più irritante dagli spasmi di colite.

Il sound dei Three O’Clock suona oggi ancora più mostruosamente ibrido di quanto apparve all’epoca.

Un mezzosangue che tracanna dall’abbeveratoio di acqua limpida dei sixties e orina piscio torbido come quello delle band new romantic della scena inglese.

Un po’ quello che erano i Church o i Chills, in pratica. La voglia di rendere moderno, attuale (si ascoltino gli innesti di sax, di sintetizzatore, l’uso della batteria ma anche della voce) il suono già artificioso di band come Bee Gees, Left Banke e Moody Blues si rivela una torta ipercalorica carica di grassi saturi.  

Un esercizio di stile fine a se stesso al cui fascino (ora lo so per certo) per questa vita non cederò più.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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