WOLFMOTHER – Cosmic Egg (Modular)

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E alla fine la gallina dalle uova d’oro ne ha cagato un altro. Cosmico, addirittura.

Peccato che la band non abbia retto alle pressioni enormi dopo il trionfo del disco d’esordio, sfaldandosi prima di mettere mano al disco nuovo.

Un parto travagliato. 48 mesi di gestazione per un uovo identico al primo.

Come un parto gemellare, ma molto più complicato.

Cosmic Egg ha la corporatura robusta del suo primo fratello, ha i muscoli buoni ereditati dai genitori, capaci di sforzi estesi e prolungati ma anche di mantenere tonicità nei momenti in cui l’acido lattico è già stato smaltito assieme alle tossine.

Resisterà quindi al compito per cui è stato designato, come certi eroi biblici segnati sin dalla nascita. E destinati a finire dentro le pellicole del cinematografo.

Ecco, qui tutto ha l’aspetto di un colossal.

Dalla blindatissima e strategica campagna promozionale all’uovo della copertina, alla sbandierata Phaze II che sa tanto di storia vecchia come i Deep Purple.

Tutto hollywoodiano, anche troppo. Tanto da risultare quasi posticcio.

E l’impressione, come nei blockbuster, è che ci sia tutto tranne le canzoni.

Tutto roboante, tutto ad alto voltaggio, tutto testosterone e priapismo ma alla fine tutto già sentito, dal singolo New Moon Rising che è un rettile heavy come gli Iron Butterfly ma che a ben guardare è un serpente che si snoda tra Woman e Joker and the Thief a In the Castle, la classica Mind‘s Eye “Phaze II”, com’era del resto lecito attendersi, dal boogie metallico della title track che pare una Roadhouse Blues immolata al martirio hard-rock ai timbri heavy-prog di Phoenix esumati dai vecchi vinili di Deep Purple e Uriah Heep, dal rock ‘n roll di 10,000 Feet suonato con quel gusto per il riff rappreso dei Queens of the Stone Age al taglio sabbathiano caro alla stagione stoner che fa bella mostra di se in Sundial.

Ma Cristo, piacerà. Eccome se piacerà. Perché, come una donna da bordello, sa toccare i tasti giusti al momento giusto. Ti infila la mano nei calzoni e accarezza tutto ciò con cui ogni rockettaro ha bagnato il letto nelle sue polluzioni giovanili: lambisce gli Zeppelin di Zoso, i T. Rex del guerriero elettrico, i Guns n’ Roses, i Cult, i Sabbath, i Rose Tattoo, i Doors e pure gli ultimi Oasis, nell’inaugurale riff circolare e monolitico di California Queen. Quindi lo comprerete, lo scariche-rete, ne abuserete e ci farete il vostro figurone ai semafori, col finestrino abbassato.

Il rock che mangia se stesso, come i dinosauri del pianeta giurassico.

 

                                                                               Franco “Lys” Dimauro

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PEARL JAM – Vitalogy (Epic)

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V per Vendetta.

V per Vitalogy.

V per Vedder.

Il terzo album dei Pearl Jam è il trionfo di Eddie Vedder. È lui il primo attore di questo disco umorale e in qualche modo straordinario. Eddie è la mente lucida e dispotica in un momento in cui gli equilibri all’interno del gruppo sembrano incrinarsi. È il momento del risveglio etico e politico di Vedder, della sua ferma posizione avversa nei confronti di Ticketmaster che porterà all’allontanamento di Abruzzese, l’attimo infinitamente lungo e pesante in cui una band partita dal nulla si ritrova a dominare il mondo e si chiede quale debba essere il messaggio da lanciare, quale debba essere il suo ruolo, il suo compito, il suo obbligo morale nei confronti di un pubblico diventato numericamente abnorme.

L’attimo in cui i Pearl Jam si trasformano negli U2 e Vedder in Bono Vox.  

Un momento di confusione e di ridefinizione dei ruoli che ben si avverte nella scaletta di Vitalogy, ricco di tracce sperimentali, di incompiute e di frammenti incomprensibili. Non solo al pubblico, ma pure agli stessi musicisti i cui sfoggi solistici sono ridotti al minimo rispetto alla prosopopea solenne e monumentale di Ten. Musicalmente è un disco slegato ed emotivamente scostante con un attacco frontale degno dei Damned migliori come Spin the Black Circle e dall’altra una ballatona pop come Better Man destinatata in un primo momento a Greenpeace e poi inserita su insistenza di Brendan O’Brien sull’album.

Tra queste due anime, Vedder si muove inquieto e smanioso indagando sulla  propria identità di artista e di band violate da un’attenzione dei media e del pubblico esorbitante (le poche parole di Pry, to e Bugs sono al limite della mania di persecuzione), interrogandosi su come colmare l’enorme paradosso che obbliga la sua band a trovare un canale di comunicazione con i propri fan senza aver risolto l’incomunicabilità che invece regna in studio e dietro il palco. 

Eddie ha paura di cadere dal piedistallo dove qualcuno lo ha messo. E ha il terrore di precipitare nella stessa buca del suo amico Kurt Cobain. Vitalogy è un disco che fotografa la band sul ciglio dello strapiombo.

Adesso, per salvarsi, occorre sterzare a destra.   

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro 

 

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