NOT MOVING – Not Moving (Spit/Fire)

0

Togliete tutto il superfluo dalla storia del rock italiano e vi resteranno in mano solo pochi nomi. Parlo di gente diventata grande sui palchi, magari dividendo amplificazione e alcol con i Clash o con Johnny Thunders, mica caricando qualche pezzo su Myspace o confidando nell’amico blogger per avere due righe di recensione da poter sfoggiare in bacheca.
Tempi lontani in cui per incontrare un Federico Guglielmi non era sufficiente connettersi dal salotto di casa su facebook, in cui la propria identità non era filtrata, in cui le intenzioni erano tangibili e manifeste, le capacità misurate col sudore, con i biglietti del treno, con i chilometri percorsi su un furgone scassato, mica in volumi di bytes, visualizzazioni su YouTube, numero di amici su un qualsiasi social network del cazzo. Tempi infami, in cui diventare fan voleva dire leggere prima qualche recensione entusiasta, quindi andare ai concerti nei posti più impensabili e infine far scivolare le falangi tra le pile di vinili di Supporti Fonografici o di Disfunzioni Musicali, portarsi a casa i dischi e adunare gli amici per fare le C90 da consumare in auto, tutti insieme, pronti per il prossimo concerto. Te lo sognavi di cliccare su un “diventa fan” e chattare la sera stessa col tuo chitarrista del cuore per scoprire magari che è un rottoinculo che non saluteresti manco al supermercato, figurati se compreresti i suoi dischi. Tempi in cui le distanze erano distanze, per Dio.
Ed era giusto così. Per il pubblico, per i musicisti, per i fan, per i giornalisti, per le etichette, per i bagarini. Per tutti.
C’erano altre unità di misura, all’epoca.
E c’era altra musica, come quella dei Not Moving.
Rock ‘n’ roll scuro e reso cattivo dall’ ascolto ripetuto di gente come Cramps, X, Heartbreakers, Fuzztones, Radio Birdman, Stooges.
Punk, blues, garage, dark. Come scendere all’inferno assieme a Muddy Waters passando per la strada più faticosa: una caverna.
Questa raccolta riapre il feretro sulla produzione del biennio ‘85/’86 del gruppo piacentino, vale a dire il mini Black ‘n’ Wild e l’album Sinnermen, con l’aggiunta di qualche scarto del periodo (Light Off the Night, So Far From Heaven, Mystery Fog, la cover di Kissin’ Cousin’).
Una ferita che si riapre e che mi auguro si richiuda definitivamente e che all’epoca causò la rottura tra band e produttore artistico (Federico Guglielmi) da un lato e produttore esecutivo (ovvero colui che caccia i soldi, per dirla in due parole, NdLYS) dall’altro.
Le ragioni? Per chi non le conoscesse sarà il Guglielmi stessi a spiegarvele in dettaglio nelle note che accompagnano questa riedizione.
Per chi è troppo pigro anche per questo, diremo soltanto che il Sinnermen dell’epoca non era il Sinnermen che la band aveva registrato al Gulliver tra il 3 e il 14 Febbraio di quel freddissimo 1986. Diversa la copertina e diversa la musica, bruciata da un missaggio fatto in fretta e furia dal Simone Fringuelli per accelerare le tappe.
Sinnermen esce oggi col suo scurissimo mantello originale, con gli strumenti infilati nella giusta pista del mixer, con lo stesso sinistro fascino di una musica che si crogiola nel raglio di Lux Interior (la cover di I Wanna Make Love to You, degna di stare su Psychedelic Jungle, NdLYS) e nel fascino lugubre dei Fuzztones più foschi (Catman, Mr. Nothin’) per tuffarsi nel garage criptico di bestie nere come I Know Your Feelings o A Wonderful Night to Die. Cristo, come eravamo belli.

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 not_moving

 

 

Annunci

BANGLES – All Over the Place / Different Light (Cherry Pop)

0

Bangles è il titolo di un pezzo degli Electric Prunes.

Dal 1982 diventa anche il nuovo nome delle Bangs, quattro ventenni californiane innamorate del pop melodico e del jingle jangle degli anni sessanta. Sono belle e brave, diventano il sogno erotico di tanti e quello artistico di tanti altri.

Kimberley Rew, Jules Shear, Liam Sternberg, Prince si inginocchiano ai loro piedi, così guardano anche meglio.

In cambio di qualche buona upskirt cedono loro alcune perle come Manic Monday, Walk Like an Egyptian, If She Knews What She Wants, spedendole in classifica. Stanno tutte dentro Different Light ora ristampato in versione doppia con le varie menate con cui ci umiliavano la vita negli anni 80: extended mix, versioni a cappella e baggianate simili. Più smilza la reissue del debutto, con la sola cover di Where Were You When I Needed You ad arricchire la scaletta di un disco dal suono ancora meno forzato in direzione radio-friendly, libero di scivolare svolazzante di chitarre Rickenbacker e ariose armonie pop dalla splendida cover di Live dei Merry-Go-Round al garage-beat festoso di Tell Me, illudendoci che i Big Star potessero star bene anche in gonnella.

 

                                                                                    Franco “Lys” Dimauro    

R-399650-1438713073-1183.jpeg 

618LIfnsHvL

 

 

THEE VICARS – Psychotic Beat! (Dirty Water)

0

Giovanissimi come la più scalcinata garage-band delle Teenage Shutdown, riecco far capolino dalla sagrestia della Dirty Water i Vicars, seminaristi a vita del garage punk europeo. Il loro secondo album funziona anche più del loro debutto dello scorso anno, tutto suona più definito, più asciutto, seppur restino analoghi gli ingredienti: garage lordo e spiritato come quello dei Bryds e Les Miserables, piccolissime teen-bands perdute nella polvere della più bella era del rock ‘n roll e R ‘n B dozzinale e primitivo come quello dei Grains of Sand. Il freakbeat che qualcuno ci infila dentro quando parla di loro non esiste, è una eresia tirata fuori da chi i dischi non li ascolta nemmeno. Pezzi come Mr. Operator o The Beat possono ancora fare la differenza pur violentando solo due accordi. Get into the psychotic beat, you gravediggers!

                                                                      

                                                                              Franco “Lys” Dimauro

thee-vicars