THE UGLY BEATS – Motor! (Get Hip)

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Dopo due ciambelle senza buco, gli Ugly Beats sono riusciti a sfornare una donut come si deve. Motor! è un disco pieno di colori Paisley ottenuti miscelando tubetti di jingle-jangle giallo ocra con i vasetti verdi del fuzz e quelli azzurri del suono twangy. Un esperimento cromatico che la band ha già tentato, come dicevo, riuscendo solo a mettere su la cornice.

Motor! invece mette in fila delle belle tele che in alcuni casi (Harm‘s Way, Bee Line, Through You e soprattutto All Comes Back) toccano vertici di eccellenza, in una sorta di “personale” con cui la band di Austin vuole mettere in mostra tutte le proprie influenze: folk-rock, Merseybeat, garage, surf-music, Byrds, ? & The Mysterians, Neil Diamond (omaggiato con la ripresa un po’ sbiadita di You‘ll Forget), Sonny & Cher. Il capolavoro non c’è ancora, ma stavolta è solo questione di tempo.  

 

                                                                           Franco “Lys” Dimauro

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THE GUN CLUB – Miami / Death Party / The Las Vegas Story (Cooking Vinyl)

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L’evento vero sono gli inediti ritirati fuori dal cassetto e che verranno pubblicati dalla Glitterhouse l’11 Gennaio 2010. Al resto siamo invece già abituati: un lungo rosario di ristampe, raccolte, improponibili dischi dal vivo, DVD, cofanetti e scatole Sperlari.

Accompagnate da una promozione umiliante, ecco nuovamente riesumate le spoglie della trilogia “Animal” dei Gun Club, ovvero le radici del voodoo-punk.

La metropoli-giungla è la chiave di lettura della poetica di Lee Pierce di quegli anni, attratto dalla voracità urbana pronta ad inghiottire ogni cosa, ad annichilire ogni singhiozzo.

Miami si annoda a questo concetto con la cruda veemenza di un cappio.

È uno sgranarsi di immagini di dolore, di disperata ricerca di purezza e consolazione. Sono piedi che affogano nella palude.

Jeffrey è un soldato che torna dalla peggiore trincea: quella che lo obbliga a sparare ai propri sogni. Non torna a casa vittorioso. E forse a casa non ci arriva mai.

Death Party è in origine un EP e documenta il breve periodo di Jim Duckworth (ex-Panther Burns) alla chitarra. È snello e veloce, contiene una delle più belle canzoni di Jeffrey (House on Highland Ave., NdLYS) e raccoglie nuovi proseliti, malgrado il successo, quello vero, non arrivi ne’ adesso ne’ poi.

The Las Vegas Story torna tra le ombre dei grattacieli.

Lo fa con meno furia rispetto a Miami e Sex Beat. Semplicemente perché il tempo della furia è passato.

Ora arriva il tempo dei rancori.

Anche quelli di una critica che lavora alacremente per distruggere Lee Pierce.

Lo farà a brandelli massacrando da lì in avanti ogni suo disco.

La santificazione avverrà anni dopo la sua morte, come spesso accade.

Pare che nessun discografico abbia presenziato alla sua cerimonia funebre.

Da allora si dice passeggi da solo sotto gli alberi di asfalto della California avvolto in un saio color mastice, sotto il nome di Shaku Chi Ken.

Nessuno sa in cosa si sia reincarnato.

Ma state certi che non è Jack White.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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MAGIC CHRISTIAN – Evolver (Dirty Water)

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Cyril Jordan ha più capelli oggi che quando stava nei Flamin’ Groovies. Roba da non credere, anche se noi italiani a codesti miracoli siamo ormai abituati (…).

Come del resto siamo abituati alla musica di Jordan e al suo perpetuo omaggio al rock ‘n roll di Stones e Who e al folk rock di Byrds e Beau Brummels.

Per i fanatici del power-pop “classico” i Magic Christian sono Dio sceso in terra.

La scrittura di Cyril Jordan (affiancato qui da Eddie Munoz dei Plimsouls al basso, Clem Burke dei Blondie, Prairie Prince dei Tubes e dal singer Paul Kopf dotatissimo erede delle vocalità morbide e avvolgenti di Sal Valentino, NdLYS) è inattaccabile. E qui dentro ci sono ancora quattro/cinque canzoni da manuale. Voglio dire, OGGI. A 42 anni da Younger Than Yesterday e a 33 da Shake Some Action. Alec Palao impazzirebbe per loro, se il conflitto di interessi non gli impedisse di scriverne. Ecco perché lo faccio io. Ahahah.

           

                                                                          Franco “Lys” Dimauro

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