JUNE OF 44 – Four Great Points (Quarterstick)

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E va bene, mettiamo caso che alla fine i gufi avevano ragione e che il rock è morto.

In quale baule sistemereste quel che ne resta?

Perché non dentro un disco dei June of 44?

Magari dentro questo qui, così potete scrivere il suo necrologio con quattro grossi punti: R.O.C.K.

Un disco dove pare di averlo seppellito vivo, il rock.

Lo senti che si agita ancora, quando passa un pezzone come Cut Your Face, con le sue chitarre che sbriciolano il marmo e la ritmica che picchia come un panzer hardcore.

Poi invece ti accorgi che quello che importa di più ai June of 44 non sono le sue ossa ne’ tantomeno la sua carne ma piuttosto le sue ombre.

Storpiate dal trip-hop, dal dub, dalla musica concreta, dal jazz e che poi sembrano lievitare su un piccolo giro di chitarra sospeso nell’idrosfera, venire inchiodate al cuore dai martelletti di una macchina da scrivere, essere sospinte nel vento da una bocca che soffia nell’ancia di una tromba.

È un inganno, la vita.

E spesso pure la morte.  

 

                                                                                    Franco “Lys” Dimauro

 

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ADAM AND THE ANTS – Kings of the Wild Frontier (Epic)

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Fra le tante truffe perpetrate da Mr. Malcolm McLaren una delle più famose riguardò quella ai danni di Stuart Leslie Goddard ovvero Adam Ant, all’indomani dell’uscita di Dirk Wears White Sox, l’album di debutto della sua band.

La sua band sono gli Ants, le formiche.

McLaren è il formichiere.

Matthew Ashman, Leigh Gorman e Dave Barbarossa vengono risucchiati in toto dalla tana di Adamo la Formica e costretti a formare una nuova band che sia la copia del gruppo madre, ma con una voce femminile a fare la differenza.

Una voce e, soprattutto, un corpo. Perchè quello che il Sig. McLaren ha in mente è un gruppo porno-wave.

Nascono così i Bow Wow Wow.

E così nascono pure gli Adam and The Ants di Kings of the Wild Frontier.

Entrambi “educati” alla musica africana da McLaren in persona che ha intuito come l’elemento tribale possa essere uno dei tratti fondamentali del dopo-punk (e lo sarà, basta ricordare Southern Death Cult, Birthday Party, Theatre of Hate, Public Image Ltd, Fields of the Nephilim, Talking Heads, Virgin Prunes, Killing Joke e, appunto, Bow Wow Wow e Adam and The Ants, NdLYS), entrambi destinati ad un successo di cui ora nessuno pare più ricordarsi.

Eppure Adam Ant nei primi anni Ottanta è il più eccentrico sex-symbol di tutta la new-wave inglese. Metà Corto Maltese e metà Calico Jack (proprio alla sua Jolly Roger è dedicata una delle tracce dell’album), fisico asciutto, viso d’angelo.

Tutte le ragazzine lo vorrebbero a letto.

Si limitano a tenerlo sul giradischi.

È così che Kings of the Wild Frontier, a dispetto di un contenuto non esaltante dal punto di vista artistico ma ancora non del tutto accomodato alle pure logiche commerciali, arriva nei top ten britannici.

Il disco si avvale dei riff twangy di Marco Pirroni, chitarrista punk che all’epoca ha già suonato con Siouxsie Sioux, Rema-Rema, Models, Sid Vicious e con un debole per Duane Eddy e Link Wray (Los Rancheros è una classica western song, Ants Invasion è un riadattamento dello stile da frontiera messicana tanto caro ai Wall of Voodoo mentre Killer in the Home è, in pratica, ricalcata sul riff di Rumble, NdLYS), dell’uso di una doppia batteria che ne accentua la carica tribale e dei cori da riserva indiana di Adam e della sua ciurma. E in questo, non c’è storia, Adam and The Ants sono più credibili dei Bow Wow Wow con quest’aria da pistoleri romantici e cialtroni che hanno appena sparato in testa al punk e adesso si divertono a tracannare rum.

Adam and The Ants, come Capitan Harlock, è una delle immagini degli anni Ottanta che non ci piace dimenticare.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

adam and the ants

WILLY DeVILLE – In New Orleans (Big Beat)

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L’ultimo sogno artistico di Willy DeVille prima di essere divorato dal cancro è quello di ritornare a New Orleans e “rimettere in piedi la band”.

QUELLA band: Dr. John, Allen Toussaint, Wayne Bennett, Isaac Bolden, Ross Brady, Billy Gregory, Eddie Bo, Brian Coyolle. Ovvero, per farla breve, il suono di New Orleans. Lo stesso di cui Willy si innamora dopo un decennio culminato con la fuga da New York e l’esilio umano proprio nella città della Louisiana. È qui che Willy va alla ricerca di quella semplicità espressiva che i suoi ultimi dischi avevano perduto. Ed è qui che la ritrova grazie al prezioso aiuto del vecchio amico Carlo Ditta. Quello che ne viene fuori è un disco di cover intitolato Victory Mixture per realizzare il quale Willy chiama i musicisti che quel suono lo hanno plasmato pescando tra gli scarti di musica americana portati a valle dal Mississippi. Un disco fatto di pochissimi ingredienti, alla faccia delle iperproduzioni che avevano indebitato la Polydor e permesso a Willy di dilapidare ogni fortuna in un fiume di eroina. Un album fatto senza trucchi e con pochi soldi, quei pochi che gli vengono ancora concessi assieme agli ultimi bricioli di fiducia. In New Orleans è la ristampa integrale di quel disco con l’aggiunta di sei tracce del live Big Easy Fantasy registrato durante il New Orleans Revue.

Il Sud prima di Katrina.  

                                                                                    Franco “Lys” Dimauro

Willy DeVille in New Orleans

PRIMAL SCREAM AND MC5 – Music From the Film “Black to Comm” (Easy Action)

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Vinile rosso ed etichetta ispirata alla grafica delle etichette Atlantic: già mi piace.

Perché un conto è scoparsi una bella fica, anzi due.

Ma un conto è scoparsi una-bella-fica-anzi-due vestita come si deve.

E chi se ne frega se quella u-b-f-a-d non ha più venti anni.

Su un palco si muove ancora come si deve e sul piatto del tuo giradischi fa ancora la sua porchissima figura, alla faccia di tante facilotte puttanelle da classi-fica.

Quel palco, questo palco, è quello della Royal Festival Hall di Londra, nel complesso del Southbank Centre. Là dentro ogni anno qualche artista prende le redini del Meltdown Festival e ne caratterizza il cartellone.

Il 24 Giugno del 2008 su quel palco salgono Primal Scream ed MC5, chiamati dai Massive Attack ad essere l’attrazione di quel lungo pomeriggio, prima separatamente e poi fusi assieme in una super-band chiamata a sparare sul pubblico cinque classici del loro repertorio. Sono in undici: Bobby Gillespie, Michael Davis, Martin Duffy, Dennis Thompson, Darrin Mooney, Adam Pearson, Mani, Wayne Kramer, Barrie Cadogan, William Duval e Andrew Innes ma alla fine, per l’esecuzione di Black to Comm, diventano addirittura quattordici con l’aggiunta di Jason Pierce, Mel Draisey e il leggendario John Sinclair.

Al tavolo dell’ultima cena erano in tredici.

Qui si esagera.

Sono due cantanti, due batteristi, due bassisti, quattro chitarristi, una violinista, un sassofonista, un pianista e un avvocato del diavolo che si appropriano della folla. 

La Easy Action mette sul mercato per tutti tre DVD che raccontano per immagini i tre momenti di quella serata e per me che non mi piace vedere i vecchietti pelati che giocano a fare i capelloni, un vinile che invece immortala esclusivamente il set comune: I Can Only Give You Everything, Movin’ On Up, Skull X, Rocket Reducer No. 62 e una lunga devastante versione di Black to Comm che occupa l’intera facciata B. 

La copertina è la medesima per tutti e quattro i supporti: un vecchio schizzo di Michael Davis del 1967 e medesima la dedica a Fred Smith e Rob Tyner che avrebbero potuto esserci ma il destino ha voluto non ci fossero.

Forse Carlton Sandercock esagera quando scrive sulle note di copertina che quello che abbiamo in mano è un pezzo di storia. Forse la storia stessa, quella musicale perlomeno, non esiste più. Forse è già stata tutta scritta e noi ci limitiamo a rileggerla, come fosse una vecchia agenda di appuntamenti passati.

Alcuni adempiuti, alcuni disattesi, alcuni soltanto desiderati.

Voi c’eravate all’appuntamento con gli MC5 al crepuscolo degli anni Sessanta?

E a quello coi Primal Scream all’alba degli anni Novanta?

E adesso che vengono a ricordarvelo, farete finta di avere già un impegno? Una cena di lavoro? Una serata con gli amici? Una triste partita di calcetto? Una fiction imperdibile sul vostro schermo a 86 pollici e mezzo? Una visita a un parente malato? Riordinate il vostro calendario e trovate un po’ di spazio per far saltare le casse dello stereo, visto che è l’unica rivoluzione che vi è stata concessa. 

 

                                                                       Franco “Lys” Dimauro

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