THE CREATURES – Boomerang (Geffen)

0

Ibernato il progetto Creatures per sei anni, Siouxsie e Budgie rispolverano la vecchia sigla nel 1989, appena dopo la pubblicazione di Peepshow dei Banshees.

Gli ingredienti sono uguali a quelli del disco di debutto: la voce sontuosa di Siouxsie e le percussioni di Budgie, talvolta rimpolpate da una ingombrante sezione fiati.

Come per Feast si decide di scegliere a caso un luogo geografico che funga da camera d’eco emozionale per l’atmosfera del disco.

Questa volta il posto prescelto è l’Andalusia la cui influenza è tangibile in alcune porzioni di un disco che si allontana dal mondo dei Banshees per rifugiarsi in una essenzialità strumentale (Willow l’esempio più clamoroso) che mette a nudo una fortissima capacità espressiva.

Siouxsie al centro della scena come una Shirley Bassey inondata da un unico abbagliante cono di luce bianca.

Siouxsie spinta sul proscenio da un ritmo reggae (Speeding) e che invece di sorridere balbetta boom…boom…boom…boomerang.

Siouxsie attorniata da percussioni orientali (Fury Eyes) che stringe i suoi occhi da geisha accecata dai fari.

Siouxsie disidratata dal caldo vento africano (Simoom), la lingua appiccicata dalla sabbia, mentre una percussione berbera le si strofina addosso come una pesante coltre di scirocco sahariano fino a farle venir meno le forze (Strolling Wolf, costruita rallentando il ritmo della traccia precedente e trasformando la sofferenza desertica della regina nera in un guaito licantropo, NdLYS).

Siouxsie nuda, davanti all’oceano. Beccata da stormi di gabbiani neri (Venus Sands).

Siouxsie vestita di bianco, portata via dalle onde del mare. Budgie ha cucito per lei il vestito migliore. Decorato di petali e trame di organza, perché la morte sia leggera.       

Lui è Porgy. Lei Bess. Questa è la loro Catfish Row.

 

 

                                                                                                Franco “Lys” Dimauro

 The Creatures - Boomerang

THE CHROME CRANKS – Love in Exile (Konkurrel)

0

La morte arriva in confezione regalo per Love in Exile, come fosse il massacro di San Valentino. Un pacco a forma di cuore. Un pacco che non contiene nessuna forma d’ amore. Una bara che sembra una scatola di cioccolatini e che invece ad ogni morso ti mette in circolo un po’ di veleno.

Seppure in forma meno aberrante, il leviatano dei Chrome Cranks è ancora una bestia vorace e paurosa che sconosce la disciplina e dentro cui si agita la forza primitiva e indomabile della creazione divina. Una cosa come Wrong Number,  divorata dalla chitarra metallica di William Weber e dalle tonsille di Peter Aaron, è un puro tormento voodoo incassato tra le macerie arrugginite dei Beasts of Bourbon e il cimitero di carcasse metalliche dei Jesus Lizard mentre anche le smorfie più vicine al blues (Lost Time Blues, la cover di See That My Grave Is Kept Clean, We‘re Going Down, Hit the Sand) vengono abbrutite da una insana passione per l’osceno e per il deforme fino a sconfinare nel necrofilo e tetro presagio di Curtains for My Baby che chiude tra sinistri rumori e voci soffocate questa ennesima rappresentazione del raccapriccio e della deflorazione blues.

C’è odore di carne bruciata dentro il camino di casa Chrome Cranks.

E ho proprio paura che sia la vostra.

                                                                                                Franco “Lys” Dimauro

love-in-exile