JOE JACKSON – Night and Day (A&M)

Nel 1981 Joe Jackson ha una gran voglia di fuggire via dalla new wave e di ritirare fuori il suo amore per Duke Ellington, Sonny Rollins, Cole Porter, George Gershwin e Charlie Parker che era stato quasi raso al suolo dal ciclone Sex Pistols. Lo fa dapprima guardando all’America con un vecchio cannocchiale anni ‘30 chiamato Jumpin’ Jive. Quindi, andandoci di persona. Respirando il fumo del Blue Note. Joe si trasferisce a New York e si lascia sedurre riscrivendo le regole dell’elettro-pop degli anni Ottanta filtrandole attraverso le sincopi pianistiche del jazz e gli aromi latini della salsa funky alla Ray Barreto con un singolo vincente come Steppin’ Out.

Night and Day, l’album che cementa l’amore di Joe Jackson per la musica americana, è un elegante omaggio a Tin Pan Alley e alle musiche carioca degli immigrati della Grande Mela.

Broadway, il jazz, lo swing viste attraverso gli occhi di un inglese che ha appena tradito il rock per infatuarsi delle grandi orchestre, come un vecchio emigrante d’inizio secolo abbagliato dalle luci della terra delle grandi promesse, dei sogni che possono diventare realtà. Le chitarre skankin’ del pub-rock e del punk vengono messe a tacere dal pianoforte e da una sporta di percussioni latine e il sapone delle creste punk tradite in favore della brillantina.

Non si sputa più, nella musica di Joe Jackson. Si indossano le scarpe di vernice e lo smoking bianco, e si va a scoprire l’America. 

Se Jumpin’ Jive si era accontentato di accendere i riflettori su Cab Calloway, Benny Goodman, Louis Jordan e Fats Waller lasciando Jackson fuori dal cono di luce, in un omaggio totale agli anni del jive e dello swing, Night and Day fa riemergere la personalità del musicista inglese e lo resuscita imponendolo da artista di nicchia a cantautore pregiato grazie a ballate amare come Breakin’ Us In TwoReal Men, ai ritmi sudamericani di T.V. Age e Cancer probabilmente scritte passando sotto le finestre di David Byrne, al suono caraibico di Another World e ovviamente al successone di Steppin’ Out , cavalcata di pop sintetico capace di buttare giù l’altro fortino del sophisticated-pop dell’anno, ovvero New Frontier di Donald Fagen.  

È una New York che ha sostituito i neon alle luci a petrolio, va da sé.

Però sembra davvero di vederli in faccia uno per uno,  gli undici men at lunch sospesi per aria con un panino in mano davanti alla maestosità del Rockefeller Center. Ognuno col suo dolore. Ognuno con la sua donna che aspetta il suo rientro. Ognuno col suo sogno americano ancora tutto da costruire.

                                                                                                          Franco “Lys” Dimauro

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