ECHO & THE BUNNYMEN – Porcupine (Korova)

La prima cosa che si sente sul terzo album dei Bunnymen non sono i Bunnymen. Porcupine si apre con il violino di Lakshminarayanan Shankar, prodigioso violinista indiano ingaggiato da Bill Drummond per sonorizzare esclusivamente il singolo The Back of Love che aveva anticipato di parecchi mesi l’uscita del difficile terzo album della band.

Una volta terminate le registrazioni del disco però, Drummond era stato costretto a ricorrere nuovamente all’aiuto di Shankar: la WEA aveva bocciato i provini ritenendoli troppo poco adatti alle vendite. I boss volevano un album gonfio, ridondante, barocco, sovrarrangiato ed esuberante fino a rasentare il pacchiano.

E i Bunnymen non esitano a darglielo, quell’album lì.     

Ritornano in studio e ri-registrano tutto, con una consulenza di professionisti da fare gola ai Pink Floyd: un produttore e ben sei ingegneri del suono.

C’è più gente in sala regia che in sala di registrazione.

Vogliono un disco che suoni come la filarmonica di Vienna? Lo avranno.

Porcupine è il tentativo in parte irrisolto di rendere oggettivamente maestosa la musica del gruppo di Liverpool, il sacrificio necessario per passare dallo stato di gruppo-culto a quello di gruppo-guida del circuito new-wave nazionale.

La manovra che può far felici i maiali della casa discografica e soddisfare l’ego smisurato di McCulloch da sempre convinto di essere alla guida del gruppo più importante del dopo-Doors.

Un disco che odora di compromesso ma che allo stesso tempo vivacizza l’emotivo impressionismo della scrittura della band. La scelta di orchestrare pezzi come The Cutter (sfruttando un nemmeno troppo mascherato furto alla Matthew and Son di Cat Stevens e alla recente Fireworks di Siouxsie and The Banshees, NdLYS) o Heads Will Roll si rivela alla fine vincente, trasformando in stereotipo/archetipo quello che prima sembrava un tentativo di conciliare le oppressive derive estetiche dei Joy Division con la psichedelia torva di Velvet Underground e Television e ricoprendo di vernice argentata il profondo disagio interiore che sta divorando McCulloch dall’interno e che sta mettendo a dura prova gli equilibri interni al gruppo. Scrostata questa patina di colore posticcio, ecco riemergere gli spettri del dolore che si muovono grevi su pezzi ciechi come Porcupine o la bellissima Higher Hell.

Sepolti sotto i ghiacciai islandesi, quattro uomini-coniglio cercano di far salva la pelle. Mentre gli si congela l’anima.

 

                                                                                                Franco “Lys” Dimauro

 

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