THE CREEPS – Enjoy The Creeps (Tracks on Wax)

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Enjoy The Creeps fu il disco che tolse agli Stati Uniti la coppa del mondo del garage revival. Lo fece nel 1986 e nei due tempi standard, senza bisogno di tempi supplementari e calci di rigore.

Uno dei testi sacri del Nuovo Testamento del garage rock fu elaborato in Svezia, terra di grandi profeti e di innumerevoli seguaci del Nuggets-sound per tutti gli anni Ottanta. I Backdoor Men erano nati nel 1984 dalla naturale evoluzione dei Pow, una mod-band che allietava i locali di Stoccolma con la loro lista di covers di Small Faces e Spencer Davis Group. Fu in uno di questi club che il biondissimo Hans Ingemansson, mente dei Pow, conosce Robert Jelinek, un immigrato cecoslovacco con la passione per le crude garage bands degli anni Sessanta come Music Machine, Sonics, Count Five e Standells. La band muta pelle, nome e suono. Ribattezzatasi Backdoor Men in onore dello storico e lascivo blues rivisitato dagli Shadows of Knight, si avvicina a un suono più squisitamente sixties-punk, strizzando l’occhio al grungey-folk degli anni Sessanta.

A spingere dal basso è però l’amore per il blues virato punk di bands come Animals e Them, per l’hi-speed soul da go-go party, per il jazz-rock di Brian Auger e dei suoi Trinity. I Backdoor Men si trasformano in breve nei Creeps e nel giro di pochi mesi mettono mano a questo esordio folgorante dominato dalla tastiera Farfisa, dall’incredibile voce black di Robert e dagli inserti di armonica blues (da pelle d’oca l’intro di The Creep, NdLYS) e maracas (che in Rattlesnake Shake si trasformano in un raggelante serpente a sonagli).

Down at the Night Club, in apertura, chiarisce subito il concetto: è un beat energico dominato da un giro d’organo circolare, groovy, dinamico. La voce di Robert nera e piena raccoglie in toto l’eredità di Van Morrison così come quella di Greg Prevost aveva fatto con Jagger, poco tempo prima. In chiusura, dopo due minuti di furia soul-punk, il pezzo si dilata con una sincopata coda strumentale per piano jazz di gran classe. Forse la cosa più chic che una garage band abbia mai osato fare.

Ma chi porta il disco nei salotti buoni dell’Alta Classe è un fesso.

Enjoy riaccende subito i motori con Ain’t No Square ed il suo elementare assolo intinto nel fuzz, fino al rutilante finale. Come Back Baby smorza nuovamente i toni con una ballata dove è ancora una volta l’eco dei Them di pezzi come How Long Baby o Here Comes the Night a risuonare nei riverberi vintage delle chitarre e nel canto implorante di Robert.

Gli fa da gemella, sul lato B, Darling. Uno struggente ricamo folk-blues con le corde vocali di Jelinek tese fino allo spasimo.

Le cavalcate più intense si intitolano Just What I Need, Hi Hi Pretty Girl e She’s Gone, tre violente e implacabili marce beat che spaccano le casse. Resteranno tra le pepite più preziose delle miniere neogarage dell’intero decennio.

Ineccepibili, per gusto ed esecuzione, le covers: una City of People rubata agli Illusions e un medley tra due Sonics “minori” resi con ferocia e competenza filologica.

Now Dig This! di due anni dopo ce li restituirà completamente soggiogati dalla febbre Hammond del post-James Taylor con un album ancora dignitoso ma distante dalle furiose scorribande sixties punk del debutto.

La rovina sarà dietro l’angolo, con una serie di album brutti quanto il gobbo di Notre-Dame e un’immagine da tamarrissimi figli dell’acid-house.

Ma queste sono storie buone per gli agiografi e i minchioni di wikipedia.

Per tutti gli altri rimangono le dodici perle di questo disco, una delle migliori cose rotonde con un buco al centro che non sia da poggiare sul vostro letto ma su un piatto hi-fi. 

 

                                                                                Franco “Lys” Dimauro

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THE CUBICAL – Come Sing These Crippled Tunes (Dead Young)

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Aria da bordello e puzzo di travi ammuffite nell’alcol. Magnaccia dalle barbe dure come setole di cinghiale seduti ad imprecare sulle carte appassite dal fumo e baldracche a caccia di clienti che sculettano nel turpiloquio che infesta la sala.

In un angolo, una band di pelosi morlocks che suona un groviglio di sterpaglie blues sotto i latrati di un cane ringhioso che risponde al nome di Dan Wilson: si chiamano The Cubical ma a nessuno pare importarne un cazzo.  

Waits, Beefheart, Cave sono i primi nomi evocati, per via di certi soffi etilici da battello ebbro (Great White Lie, In the Night), Stairs e Big Kids i secondi, vuoi per lo stesso pedigree liverpooliano, vuoi per i ragli R’ n B di I’m a Peacock o Edward the Confessor. E, da bravi italiani, aggiungerei pure i Playground del compianto Stiv Livraghi. Non tutti possono permettersi oggi di suonare un voodoo-blues con le spille conficcate in gola davanti alle platee dei Coral simulando di essere sul palco del Crawdaddy. Loro si.

 

                                                                        Franco “Lys” Dimauro

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