THE HOODS – Gangsters & Morticians (Midnight)

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A volte si nasce nel periodo sbagliato. Chiedetelo a chi è nato nel Medioevo o ai sei milioni di ebrei nati mentre un piccolo nano col baffetto a scopino divorava il mondo.

Oppure, se non amate il raccapriccio, chiedetelo agli Hoods.

Sulla carta, ma anche in sala prove, una band che avrebbe potuto governare il mondo. Invece su di loro fu stesa una coltre di indifferenza che si trasformò presto in un drappo funebre. Ancora oggi, se digitate il loro nome su Google, riuscirete a malapena a sapere che qualcuno ha venduto il loro disco su Ebay e che qualcuno, lode a Dio, lo ha comprato. Poco altro.

Siamo all’alba degli anni Novanta e l’esplosione del fenomeno grunge e del crossover ha fatto spostare gli occhi altrove e la vecchia “scena”, già disgregata e dispersa dalle progressive svolte “dure” di molti leader e dallo scioglimento di alcune icone, si è di fatto disintegrata.

A San Diego, due delle bands più attive, hanno riposto gli strumenti nelle custodie.  

Una erano i Tell-Tale Hearts, scesi direttamente dall’Olimpo per diffondere il Verbo sulla terra.

L’altra i Trebels, famosi in città per aver lasciato Johnny Marr come un coglione durante il New Sounds Festival, con il jack in mano in attesa di poter jammare sul palco col gruppo.

Dai primi viene Mike Stax. Dai secondi tutti gli altri. A loro si aggiunge Ron Swart, finito a San Diego dopo lo scioglimento dei Just Colours, la band olandese dalla cui esplosione partiranno schegge come Kliek e Kek ’66.

Finiscono per scoprire di essere rimasti gli unici in città con una copia di Get the Picture? sul comodino, mentre tutti gli altri hanno ritirato fuori Physical Graffiti.

Il treno è già passato, ma loro decidono di infilarsi nei vagoni lasciati ad arrugginire nei binari morti della Union Station, giù al Kettner Boulevard.

L’idea di base è sempre quella di accendere il grill sotto la carne al sangue dei Pretty Things. Ma la temperatura, benché alta, non arriva ai livelli dei forni Tell-Tale Hearts, che è quello che tutti si aspettano da Mike.

Gangsters & Morticians suona diverso. Non peggio.

Solo, delude le aspettative limitate dei fans dei Tell-Tale Hearts.

È un disco più allegro, più alcolico.

Ma anche meglio suonato, a scapito della spontaneità.

Gangsters & Morticians manca dell’animalesca furia delle precedenti bands di Mike Stax, dove l’errore era paradossalmente funzionale al risultato, sembra un Out of Our Heads suonato dai turnisti della Stax.

Morde. Ma come una tigre da circo. Sai già che aprirà le fauci ad un piccolo impercettibile movimento di sopracciglia del suo domatore, negandoti il brivido del sangue, dello scatto felino e improvviso, della carne dilaniata.

E puoi guardarla mentre mangi i tuoi popcorn al caramello, senza rischiare di dare di stomaco.

           

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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MONSTER MAGNET – Last Patrol (Napalm)

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Tim Cronin è rimasto su Marte.

John McBain su Giove.

Joe Calandra su Saturno.

Ed Mundell, alla fine, ha abbandonato la nave alle porte della galassia di Andromeda.

Wyndorf il Tiranno è rimasto da solo, a vagabondare nel suo universo, tra le costellazioni che sagomano mostri mefistofelici.

Si è fermato.

Ed è ripartito da capo.

Portando in tour Dopes to Infinity prima e Spine of God dopo.

Un bagno rigenerante nella SPA del vecchio space-rock dopato e nella psichedelia cosmica che gli ha dato la spinta per scrivere buona parte di Last Patrol, il disco che dirada le nebbie metallare degli ultimi lavori e reimmerge la testa del mostro Kirbyano nella torba astrale dei primi immensi ed insuperati lavori, alternandosi tra cavalcate compresse fra enormi rulli elettrici come End of Time e Last Patrol,  passeggiate sulla faccia nascosta della luna come I Live Behind the Clouds, Stay Tuned e corrucciate cavalcate tra la polvere rossa del Grand Canyon (The Duke of Supernature) o fra le pragaya del Gange (la cover mistico-psichedelica di Three King Fishers dal canzoniere magico di Donovan).

Last Patrol mostra un Wyndorf in forma smagliante, anche se il suono della sua band e la sua stessa bellissima voce da crooner spaziale sono ormai diventati un clichè e noi (io) troppo esigenti.   

Va da sé che i dischi fondamentali li hanno già scritti, i Monster Magnet.

Quando sia io che Dave avevamo vent’anni di meno.

Non ne scriveranno altri.

Mettetevi il cuore in pace.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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THE HOUSEMARTINS – The People Who Grinned Themselves to Death (Go!Discs)

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Le facce sono sempre quelle da chierichetti pure se le lingue rimangono appuntite e velenose al punto giusto. Conquistate le classifiche con un singolo natalizio dove “scappellano” un vecchio numero degli Isley Bros. come Caravan of Love gli i fantastici di Hull si dedicano alla realizzazione del loro secondo album.

E mentre monta la paura che il quartetto ci propini una qualche cazzo di raccolta di brani da sacrestia, gli Housemartins mettono invece insieme la loro puntuale raccolta di pop songs dal retrogusto beat e blue-eyed soul.

Rickenbacker solari e trombe sordinate.

Un po’ Smiths e un po’ Simply Red.

Pallida, pallidissima copia del fulminante disco di debutto, The People Who Grinned Themselves to Death tuttavia spreca per sempre l’occasione di realizzare il sogno segreto celato nella storica affermazione della band (“noi siamo la quarta miglior band di Hull”) di poter scavalcare Everything But the Girl, Gargoyles e Red Guitars nella classifica delle migliori band della propria città. Gli ingredienti rimangono gli stessi di quelli sfruttati in maniera deliziosa per il primo album ma laddove London 0-Hull 4 poteva contare su una sequenza mozzafiato, questo secondo lavoro presenta delle vistosissime crepe creative e alterna brani dal consueto efficace gancio melodico e dall’altrettanto sagace lirismo politico/sociale (The People Who Grinned Themselves to Death, Me and the Farmer, Five Get Over Excited, Build, Bow Down) a preoccupanti cali ispirativi. Lo sguardo resta attento ed inflessibile a denunciare lo sfascio di una nazione vanagloriosa come l’Inghilterra ma stavolta i capelli impomatati hanno la riga troppo, troppo perfetta. E avremmo preferito farci scompigliare i capelli piuttosto che stare attenti a non perdere il pettine dal taschino, seppure sia, per l’ultima volta, quello di sinistra.

Londra 0-Hull 2.      

 

                                                                                                Franco “Lys” Dimauro

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