EASTERHOUSE – Contenders (Rough Trade)

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Il 1986 fu quello che io definisco l’anno del “socialismo a 33 giri”. Un anno di grandissimi dischi, forse mai più eguagliato negli anni a seguire. Ma, soprattutto, un anno di grandissimi dischi politici. Vere e proprie “portate ideologiche” che avrebbero contribuito allo schieramento ideologico degli adolescenti di quegli anni, me compreso: The World by Storm dei Three Johns, Neither Washington Nor Moscow… dei Redskins, London 0-Hull 4 degli Housemartins, Affinità-Divergenze fra il Compagno Togliatti e noi dei CCCP, The Ghost of Cain dei New Model Army, Talking With the Taxman About Poetry di Billy Bragg, Infected di The The, le invettive anti-monarchiche di un Morrissey per la prima volta davvero incazzato su The Queen Is Dead degli Smiths e poi uno dei dischi di combat-rock più belligeranti e robusti di sempre: Contenders degli Easterhouse.

Un album che ancora oggi conquista per l’irruenza e la poetica che lo sporca.

Era come ritrovare sullo stesso disco l’impatto politico dei Clash, lo slancio epico/militare degli U2 di War, il jingle jangle nervoso degli Smiths. Praticamente, perfetto. Out On Your Own si apre con un rombo, ed è un acceso invito a non cadere nelle tagliole delle campagne elettorali: “cosa ha fatto il tuo lurido partito per me? Sinceramente penso che se dovesse scomparire senza lasciare traccia non perderei nemmeno un secondo del mio sonno”. A seguire Whistling in the Dark, uno dei singoli più belli del gruppo dei fratelli Perry: chitarra marziale in perfetto London Calling-style e la voce di Andy calda e accorata come quella dei sindacalisti che non ci sono più: “Non c’è nulla in questo mondo che ti viene dato gratuitamente, la consapevolezza ha un prezzo e te l’hanno già fatto pagare, quindi non sprecarla”. A ruota, ecco Nineteen Sixty Nine, dove le chitarre sofficemente psichedeliche ricordano molto lo stile di Johnny Marr, creando questa sorta di tappeto volante semiacustico su cui le dichiarazioni, le accuse, le prese di posizione si fanno ancora più aperte e sfacciate, portando a galla l’annosa “questione Irlandese”: “Mi pare di ricordare il selvaggio martellare dei piedi dei soldati su strade coperte di cocci di vetro, l’idea di Giustizia che l’Inghilterra esportava in terre straniere. Così tu continua pure a scrivere la tua storia, perché io scriverò la mia”. Cargo of Souls incupisce musicalmente il tono del disco. Il suono è impregnato di una marzialità quasi gotica, con una striscia di armonica che ne permea la flebile impalcatura chitarristica davvero vicina a certe cose del The Edge dei primi anni e il rullare della batteria di Gary Rostock implacabile, solenne. Il timbro di Andy è ancora più sofferto, in questa sorta di preghiera che accoglie la nave della “prima generazione partita per la libertà”. Lenin in Zurich (curiosità: per errore di stampa verrà ribattezzata Lenin In Europe nella successiva ristampa Cherry Red cdm red 185, NdLYS) è anch’essa scura, ovattata. Come un presagio di inquietudine. “L’odio non muore mai. L’amore muore, ma l’odio riposa soltanto”. L’attacco che segue è uno dei migliori: accordi che si lacerano, come schegge di vetro che fendono l’aria. Una chitarra che taglia, come quella di Billy Bragg. Decisa, aperta, fiera. Come quella che uccideva i fascisti, appunto. È l’incipit di Get Back to Russia, apice di ideologia filosovietica del disco. L’invito a lasciar perdere tutto il “nulla” di cui l’Occidente si nutre (ma di cui ora si nutre anche l’Oriente, ma questo gli Easterhouse non potevano prevederlo…) per andare al “nocciolo” della lotta politica: “non potrai trovare jeans Levi‘s ne’ poster di James Dean, ma in fondo ho capito come tutte queste cazzate non significano nulla per me”. A seguire To Live Like This, l’alienazione della working-class che si fa canzone, le corde vocali di Andy Perry che si assestano su un timbro monocorde, quasi afono, monotono, piatto. Proprio come le giornate di cui canta:“guarda in che merda stiamo, noi corriamo per rimanere fermi. Non fermarti mai a pensare che tu stia sprecando il tuo tempo, potresti morirne”. Il clima resta acceso con The Boy Can Sing, voce splendidamente declamatoria, chitarre combattive, rullante preciso, ostinato, inesorabile. Estates smorza apparentemente i toni in uno scampanellio di chitarre come faceva 40″ su War degli U2. Ma se là era la speranza ad accendere i suoi fuochi fatui, qui siamo di fronte alla disfatta, alle parole più amare del disco. È un gospel disperato e tragico da annoverare tra i capolavori della musica contemporanea. “Siamo stati fatti per pascere in un pascolo di pietre, vicino ad acque fetide e binari abbandonati. Poggio la mia testa al tuo fianco, formando una catena su questo letto, forgiata col calore del mio amore. Per difenderti da questa vita che si guadagna solo lacrime ed ansie. Il frutto della passione è diventato amaro di paure. Perché quale uomo vorrebbe mai dar da mangiare al proprio figlio dei sassi, quando questi piange per fame?”. Un disco di denuncia fortissimo e spinto da una forza esecutiva ed interpretativa esemplare, così inevitabilmente fondamentale tanto quanto sarà da evitare il suo successore Waiting for the Redbird  frutto della scissione del gruppo e dell’acquisizione (e ahimè, della svendita…) del marchio Easterhouse da parte del solo Andy Perry.

 

                                                                                    Franco “Lys” Dimauro

 

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JULIAN COPE – My Nation Underground (Island)

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Nel Marzo del 1988 la Island, soddisfatta ma non paga del successo arriso a TrampoleneWorld Shut Your Mouth e Eve‘s Volcano, bussa alla porta della casa di Julian Cope per chiedere in fretta un nuovo album, prima che riviste e pubblico dimentichino il suo nome. Alla fine dell’ estate Julian consegna nelle loro mani un nuovo disco fatto di nulla.

Julian il Ciarlatano si sta prendendo gioco di tutti, anche di se stesso.

L’unica idea che ha in mente è infatti una vecchia canzone scritta per Saint Julian intitolata Charlatan che, per rendere l’astuzia meno evidente, viene adesso ribattezzata Charlotte Anne.

Per il resto Julian non sa di cosa cazzo parlare e non ha uno straccio di idea.

D’altronde, My Nation Underground è un disco su commissione.

Deve solo andare in quel cazzo di studio con il nuovo produttore fortemente voluto dal boss della Island e tirare fuori quello che la gente si aspetta da lui dopo Saint Julian, ovvero un disco che sbrodoli della più grassa musica pop degli anni Ottanta. Tutto sovradimensionato, in quegli anni in cui le maggiorate e i superdotati diventano i nuovi modelli televisivi di successo. Ecco così che Julian, schifato e nauseato di quello che sta venendo fuori dentro lo studio, decide di fare poco e niente, lasciando agli altri il compito di riempire di silicone le sue creature.

Fiati, cori, canti yodel, sintetizzatori. Tutto tronfio e posticcio.

Addirittura, per la prima volta su un suo album, un paio di cover di due successoni bubblegum degli anni Sessanta funzionali al duplice scopo di dimostrare al mondo la futilità del suo quarto album e ricordare a se stesso che il successo, in qualche modo, uccide.

My Nation Underground è un osso lanciato in pasto alle masse.

I cani accorrono, sbavando dalle fauci. E si sbranano, per non mollare il pasto.

Ma ad uscirne ferito, alla fine, è solo Julian e il suo sogno popedelico. 

 

                                                                                              Franco “Lys “Dimauro

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