PIKES IN PANIC – Right or Wrong, They‘re Still the Captains (Gravedigger‘s)

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Ricordo ancora l’attesa per l’album di debutto dei senesi Pikes in Panic. Era il 1987 e la febbre neogarage era altissima. L‘attesa intorno ad ogni nuovo disco della “scena” era stremante, spasmodica. Si aspettavano conferme mentre ci si interrogava su chi avrebbe “tradito” le aspettative spostando il proprio tiro verso altri bersagli. Per i Pikes non fu da meno. Avevano messo fuori un 45 strepitoso, uno dei più belli di quella stagione e ora li si attendeva al varco. I bollettini che giungevano da Siena a noi cavemen ragusani che allora col combo di Via Perfetti avevamo un canale “privilegiato” (un paio di amici che condividevano con loro passioni quotidiane, uno dei quali divenuto un po’ il loro fotoreporter ufficiale) ci aggiornavano sui progressi del disco. Suoni che si stavano “indurendo”, spostandosi verso certe derive punk o elaborando altre influenze. Ce n’era abbastanza da voler tastare con mano, il prima possibile.

Quando finalmente Keep It Cool and Dry arrivò fu una delusione. Attenzione, parlo di epoche primitive che voi non avete conosciuto, oh gente che naviga la Rete con costanza e fiuto da lupi di mare….Ere in cui il primo ascolto lo facevi col disco ancora in mano, immergendoti nella copertina e assaporando il momento in cui avresti estratto quell’anello di vinile e avresti sentito i suoi scoppiettii brillare sotto la tua puntina Shure. La cover di quell’album era terribile. Nessun riferimento estetico ai sixties. L’unico appiglio che ti restava era quell’ampli Vox in bella mostra sul retro. Forse rimaneva qualche speranza. Il disco invece, era una bomba.

Non era un disco di garage punk canonico, ma i Pikes non erano mai stati una band di garage punk in classico ’66-style. I Pikes erano spiritati figli del punk e del beat. E Keep It Cool and Dry era una roccia. Nessun cedimento, nessuna crepa. 12 brani di beat moderno, dinamico anello di congiunzione tra il suono chicano dei Mysterians di Question Mark e quello veloce e bianchissimo dei Ramones. L’unica cosa che i Pikes avevano del tutto perduto era invece quella evanescenza psichedelica sognante e acida che sull’EP aveva generato la ninnananna allucinogena di Mathilda Mother: un campo che i nostri, spostando poi ulteriormente il loro interesse verso il R ‘n B, avrebbero del tutto lasciato incolto e che solo anni dopo Luca Losi avrebbe rielaborato egregiamente con i suoi Ghostrider su pezzi come Cops & Robbers o Spin (un inedito dei Love, a tutti gli effetti, NdLYS). Cosa che ancora oggi non riesco a perdonar loro.

Questo doppio assemblato dalla Gravedigger’s ristampa per la prima volta in digitale tutto il materiale della band toscana: album, EP e inedito su Eighties Colours #2 oltre ad un disco di luridissime, strepitanti registrazioni live dove a fianco ai loro classici fanno bella mostra una lunga serie di covers (Tamrons, Downliners Sect, Tree, Sonics, Count Five…) e di inediti che è davvero un peccato non abbiano avuto la gloria della pubblicazione. Un suono bastardissimo, feroce e spietato, che azzannava il garage punk e se lo trascinava in lungo e in largo fino a ridurlo a brandelli. Tributate loro il rispetto che merita(va)no.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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BRUCE SPRINGSTEEN – Darkness on the Edge of Town (Columbia)

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Il rischio, quando si parla di Bruce Springsteen, è di entrare in un dedalo di luoghi comuni, di precipitare nel baratro delle frasi ritrite, messe lì per agganciarsi alla poetica springsteeniana. Le autostrade, le sconfitte, la disillusione, l’America dei grandi sogni e delle grandi promesse, la classe operaia, i camionisti, i jeans logori, la Telecaster difettosa, il “futuro del rock” e altre decine di puttanate simili.

Sono le cose che mi hanno tenuto lontano da Springsteen per due quarti della mia vita. Anche perché io il Boss l’ho conosciuto proprio quando non avrei dovuto: all’epoca di Born in the U.S.A., all’epoca dell’estetica yankee cacciata fuori con una prepotenza fastidiosa, quando la sua maglietta sudata presenziava i canali video nazionali quanto e forse più delle chiappe strette di Michael Jackson.

Stelle e strisce, Levi‘s, cappellino da baseball, canottiera unta.

E pugno alzato, come al concerto del Primo Maggio.

E poi, quasi in contemporanea, We Are the World. Il tormentone dei tormentoni.

Una delle dieci canzoni da evitare come la peste.

E poi era stata la volta di quel cofanetto celebrativo con CINQUE album dal vivo.

Io che consideravo Made in Japan dei Deep Purple il peggior disco della storia del rock, adesso vedevo contendergli il primato.

Springsteen era per me, allora, l’equivalente musicale del McDonald‘s.

Era una delle tante bandierine che gli americani ficcavano in culo al mondo credendo di stare ancora sulla Luna. Ogni bandierina, un territorio conquistato.

Un Risiko con un solo vincitore.

Però continuavo a comprare i suoi dischi. Del resto lo facevo anche per i Cars e per David Bowie, anche loro ormai quasi a corto di idee. Sapevo sarebbe arrivato il momento anche per loro. Che inevitabilmente giunse. Nel 1995. Grazie ad un disco fatto di silenzi laceranti come The Ghost of Tom Joad. Da quel disco nudo avrei iniziato a riscoprire il Boss. Fermandomi ad alcune tappe obbligate, come questa.

La periferia di una città americana. Senza nome. Una delle tante.

Avvolta dall’oscurità.

Un posto perfetto.

Darkness on the Edge of Town era il quarto album di Springsteen, disco dalla gestazione tormentata e dall’esito commerciale deludente con solo tre milioni di copie vendute negli Stati Uniti, dopo un sei volte certificato platino come Born to Run di tre anni prima. Vai a capire perché.

Forse perché si tratta di un disco meno ottimista.

Malgrado sia pieno di strade, stavolta non sembrano adatte per correre ma solo necessarie per scappare. E quando si prepara alla corsa, come in Racing in the Street, lo fa con le lacrime agli occhi. Nessun rombo di motore, nessuna sgommata, nessun traguardo da tagliare. Solo asfalto da mordere, per correre più veloce dei pensieri.

Non è ancora l’America spettrale cantata in Nebraska ma è già un’America piena di piccoli dolori.

Un’America che guaisce, con le budella in subbuglio come in Badlands.

Passo di marcia e pianoforte a picchiettare sul collo, come il sole che arrossa la nuca ai rednecks lungo le distese di campi del New Jersey.

Qualcuno qui da noi la rallenta e la adegua alla propria cifra stilistica e lirica e la rivende al pubblico italiano col titolo di Colpa d’Alfredo.  Ma non ditelo ai fans di Vasco e nemmeno a quelli del Boss. Nessuno dei due vi dirà che è così.

Le altre due rock-songs da cantare ai concerti sono Adam Raised a Cain e Prove It All Night. Incalzante e carica di rancore la prima, travolgente canzone d’amore la seconda. Anche questa subito riscritta e data in pasto alla storia con un altro titolo: provate a prendere Frederick di Patti Smith e a sovrapporvela.

Anche Candy‘s Room, dopo essersi affacciata in un clima tormentato attiguo a quelli di Tom Waits e Lou Reed si accende con un rullare incessante di tamburo e grappoli di cristalli fumè. 

The Promised Land è il clichè del suono del Boss degli anni Settanta.

Il precipitato di musica americana che riempirà i fondi delle tinozze dei Green on Red o dei nostri Gang e Groovers.

Il resto del disco è illuminato da luci arancioni. Luci appese a pali sempre troppo alti, fari color aragosta che proiettano ombre piuttosto che fasci di luce, come in ogni periferia del mondo occidentale. Lampioni che stendono una coperta di ruggine sulla miseria della civiltà industriale. Dei suoi rottami di auto e dei suoi rottami di uomini.

Sei nato senza nulla

Ed è meglio così

Non appena hai qualcosa mandano

Qualcuno per cercare di portartelo via

dice su Something in the Night. E, qualche canzone più in là:

Attraverso i campi della paura, attraverso i campi del dolore

Vedo mio babbo che attraversa questi cancelli della fabbrica sotto la pioggia

La fabbrica prende il suo udito, la fabbrica gli restituisce in cambio la vita

Il lavoro, il lavoro, soltanto una vita di lavoro”.

È il trionfo della poetica da classe salariata tanto cara a Bruce.

Vite che fanno male. Eppure sempre fiere.

Ne aveva parlato, e meglio, Ignazio Silone. E per questo venne perseguitato dai fascisti.

Springsteen è stato molto più fortunato.

 

                                                                                            Franco “Lys” Dimauro

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