SMASHING PUMPKINS – Gish (Caroline)

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Da bambino mi fermavo spesso a guardare la volta celeste. E mi chiedevo perché la chiamassero celeste, quando ai miei occhi era nera come il petrolio.

Ma punteggiata di stelle.

Provavo a contarle, senza mai puntare il dito, perché, si diceva, potevano venire le verruche. Ma loro, le verruche, se ne fregavano. E arrivavano lo stesso.

Ma la meraviglia rimaneva. Quelle punte di spillo restavano tremolanti a guardarmi dal cielo, promettendo più di quello che avrebbero mai potuto mantenere.

Io restavo incantato e ogni tanto, quando ne sgorgava fuori uno, lanciavo un sogno tra quelle stelle. Sicuro che lo avrebbero custodito meglio di quanto potessi fare io, che ne avrebbero avuto cura.

Qualcuno però avrebbe dovuto andare a riprenderlo, quel sogno.

Un giorno qualcuno sarebbe andato lì, fin sulla stella più alta, e me lo avrebbe riportato giù avendo cura di non farlo spegnere, durante il viaggio di rientro.

Quel giorno arrivò nel Maggio del 1991.

Partirono in quattro da Chicago.

Il comandante Billy Corgan alla guida dell’equipaggio.

Via, verso le stelle. Col booster carico di combustibile liquido fino a scoppiare.

Gish era un proiettile elettrico puntato verso il cielo.

Perché c’era qualche sogno da riportare sulla terra.

Ma c’era ancora qualche altro sogno da trasportare fin lassù. Era il sogno di un rock pieno di melassa e di rumore, sonnolente e vigoroso a un tempo. Come le erezioni del mattino, quelle in cui la tua vescica ti regala l’illusione di una virilità gagliarda e spietata. I Am One, Siva, Bury Me, Tristessa sono quel sogno irrequieto di un rock che può demolire il muro del suono per poi arrendersi davanti all’incanto della dolcezza lunare di ballate come Rhinoceros, Crush, Suffer, Snail, Window Plane.

Ovvero l’amore struggente del folk psichedelico ai tempi del colera grunge.

Ogni tanto le stelle cadono, perché le abbiamo caricate dei nostri sogni e poi ci siamo scordati di andarceli a riprendere.   

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro 

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