GRANT HART – Oeuvrevue (Hazelwood)

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Ogni volta che leggi il suo nome, è un tuffo al cuore. Perché è così che deve essere.

Perché la sua band poteva essere la nostra vita, senza bisogno che Michael Azzerad venisse a ricordarcelo.

Poi, come sempre accade, si “mette la testa a posto”.

Che è il momento esatto in cui rinunci ai tuoi sogni, apri il cancello dell’età adulta, ci entri dentro e la esplori implorando. E quando è il momento di richiudere il cancello ti accorgi che, proprio dove avevi seppellito i tuoi sogni, stanno seppellendo anche te. Dopo il bel disco solista di inizio anno, Grant chiude questo 2010 con un tour che lo porterà anche in Italia pubblicando in contemporanea questa pregevole raccolta di rarità che vanno dal primo singolo dei Nova Mob alle tracks esclusive di Hot Wax destinate al mercato australiano e a quello digitale.

Venti anni della vita di Grant. Venti della nostra.

Forse non i più belli.

Forse non altrettanto importanti quanto quelli raccontati su Warehouse.

Forse meno disperati.

Forse altrettanto necessari.

 

                                              

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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THE CHUCKY MONROES – Fallen Angel (Laughing Outlaw)

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Come cowboys smarriti nella terra dei canguri, la piccola carovana ebbra dei Chucky Monroes si muove claudicante e impolverata alla conquista del mondo. E definitivamente la terra di Oz sembra tornare a farci masticare le polveri rocciose che già ci inaridirono le gengive ai tempi dei Beasts of Bourbon, Harem Scarem e Scientists. Ricordate? Blues licantropo e lascivo, torbido come piscio, carico di quella disperazione sensuale e tragica che è propria di chi da anni vive ai margini del mondo e del tempo, incuneato tra i riti tribali aborigeni e le insidie della rivoluzione industriale. È là che la musica dei Monroes si muove, appena più densa e vischiosa e meno scheletrica, a dispetto dei pochi attrezzi usati.

La chitarra slide di Al, insinuante e piena di lusinghe lascive, si arrotola sul sepolcro del blues con la stessa libido delle vostre mani che si allungano tra le cosce di una ninfetta cocainomane. Una carica erotica che la voce di Muzza, profonda e perfidamente grave, non fa che gonfiare con esasperato impeto noir. Come un crooner pre-apocalittico l’ex-Tumbleweed  si muove in queste dune spettrali alimentandone il tono gotico e tenebroso. Era ora che qualcuno infilasse le teste  marce dei Canned Heat e dei Creedence dentro il calamaio e le ritirasse fuori grondanti di inchiostro rappreso come il sangue e nero come la notte.

 

                                                                                                          Franco “Lys” Dimauro

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AREA international POPular group – Arbeit Macht Frei / Caution Radiation Area / Crac! / Maledetti (Cramps)

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Tra le cose che fanno male, alcune fanno più male di altre.

Gli Area hanno fatto male, malissimo.

Senza abusare di retorica, strisciando sottili.

Fuori dalle righe, cani sciolti che ancora oggi nessuno osa far rientrare in alcun recinto. Troppo veri per essere una cartolina degli anni Settanta da mostrare in tivù.

Gli Area non rappresentavano gli anni ‘70, ma ERANO gli anni ‘70.

Unico gruppo italiano specchio dei propri tempi. Capace di confrontarsi con la politica e le avanguardie musicali occidentali e mediterranee, orgoglioso di iniziare la carriera tra le teche futuriste della Biennale di Parigi, proseguirla negli ospedali psichiatrici e chiuderla tra i sacchi a pelo di Parco Lambro.

Arbeit Macht Frei è il coraggioso titolo che inaugura il catalogo del Frankenstein verde. Un disco politicamente e socialmente schierato, sin dalla cover che anticipa i CCCP di tre lustri e dalla pistola di cartone ficcata dentro il disco e finalmente nuovamente disponibile in questa ristampa che celebra il triste trentennale della scomparsa di Demetrio Stratos.

Musicalmente l’impronta prog-jazz è fortissima. Ma è una Canterbury che plana sull’Anatolia, tra Cipro, Efeso e Smirne.

Caution Radiation prosegue accentuando i deliri cacofonici del gruppo e le imprese vocali di Stratos. C’è la volontà, perseguita tenacemente, di strafare, di infastidire il pubblico e l’ascoltatore. C’è il jazz violentato dal rock che molti impareranno a chiamare fusion, c’è l’urlo politico e il richiamo forzato alla memoria (Lobotomia), il raccapriccio urbano e orwelliano e il rifugio etnico.

Crac! svela sin dalla copertina la sua anima “pop”. L’anima contorta degli Area è circoscritta ai due minuti conclusivi di Area 5 mentre escono fuori piccoli inni declamatori e partigiani come Gioia e Rivoluzione o L’elefante bianco.
Lingue lunghe e menti lucidissime (oltre che musicisti spaventosi, NdLYS) gli Area scardinano infine con Maledetti ogni regola, facendosi portavoce di un estremismo musicale ed dottrinale che li elevò a bandiera culturale ed emblema di un malessere generazionale e sociale che da lì a poco sarebbe esploso in tutta la sua rabbia. Il femminismo estremo e deciso di Scum e l’incedere dislessico di Evaporazione sono solo due dei perni su cui ruota il concept di un disco che ancora oggi disarma per la lucidità brillante di cui è imbevuto, così “maledettamente” avanti da essere ancora, a 2000 ormai inoltrato, avanguardia pura.

Un plauso alla Cramps per averci restituito tutto senza l’ausilio di inutili supplementi se non gli storici gadget dei tempi gloriosi.

 

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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