THE GRUESOMES – Tyrants of Teen Trash (OG)

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Un debutto che segnò un’epoca.

Il manifesto del garage punk più volgare e cafone degli anni Ottanta.

Garage punk becero e insolente come e forse più di quanto i Gravedigger V avevano già fatto, molte molte miglia più a Sud. I Gruesomes erano una teen-band di dementi che suonavano in maniera troglodita il rock ‘n roll più triviale e spartano dei mid-sixties, elevando i Troggs a dei virtuosi del circo rock.

Mentre tutti portavano il beat fuori dalle fosse dove era stato seppellito, quattro drughi dalle frangette improbabili lo riportavano dentro e lo pestavano a morte sotto randellate di clave nodose. Tyrants of Teen Trash era il più troglodita disco garage uscito fino ad allora e lo è ancora oggi. Nessuno poteva andare più indietro di dove si era spinta la band canadese. Forse solo le Shaggs o i Beasties di My Broken Heart Will Never Mend che i Gruesomes tirano fuori direttamente dal juke-box di Bedrock.

Tecnicamente degli assoluti inetti, Gerry Alvarez e compari riportarono il rock a una forma di primitivismo assoluto, brandendo gli strumenti come clave e sputando dentro questo disco la grinta spiritata e beffarda dei ragazzini traviati dalla cultura trash di qualsiasi natura: horror movies, cartoons, sesso, droghe volatili e frattaglie rock degli anni ’50 e ’60. Tutto veloce e furioso, come la prima scopata adolescenziale e le prime corse in macchina. Poi cominci a guardarti le spalle dagli specchietti retrovisori e capisci che non sarai più giovane.

Anche se Tyrants of Teen Trash può darti l’illusione di esserlo ancora.

Come puoi sognare di diventare grande se questo vorrà dire non poter cantare più cose come For All I Care, Gone for Good, Get Out of My Hair, What‘s Your Problem? o Dementia 13? Come avremmo potuto immaginare che acquisire il pollice opponibile e la posizione eretta ci avrebbe riempito la casa di tripli live degli Yes e impedito di fare le linguacce dementi urlando su Cry in the Night, The Witch o Bloodhound?

Garantitevi il diritto alla giovinezza triviale. Sarà la prima cosa che vi toglieranno.  

 

                                                                                  Franco “”Lys” Dimauro 

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LUCIO DALLA – Com’è profondo il mare (RCA)

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Lucio Dalla non nasce cantautore. Lo diventa.

E lo diventa proprio con questo disco, affrancato dallo scudo ermetico di Roberto Roversi con cui ha collaborato alla trilogia precedente e del cui gusto Dalla rimane, almeno in questi primi anni “autonomi” del tutto impregnato.

Un disco che si apre con un pezzo onirico e incalzante, quello che lo intitola.

Una sorta di Lucio Dalla‘s 115th Dream che indugia attorno al morbido giro di chitarra di Jimmy Villotti e si stende quindi sull’insistente giro di basso di Marco Nanni, fortemente suggerito dall’amico Francesco De Gregori.

È un pezzo che plana sulla storia dell’uomo raccontando con espressionismo surrealista le lotte di classe evitando il cappio delle invettive politiche e senza schierarsi. Non fa retorica, facendola affondare nel blu profondo.

I barboni sono i protagonisti di Treno a vela, un pezzo sul vagabondaggio, sulla ricerca disperata di cibo, sul baratto amaro, sulle umiliazioni che la strada ti impone, pieno di suoni circensi, fino al finale dal sapore Felliniano. 

Il cucciolo Alfredo è un ritratto delle tensioni che si agitano sotto le facili trappole metropolitane.

Televisori, cucine componibili, autobus, cartelloni pubblicitari, propagande elettorali, manifesti degli Inti Illimani. E, in mezzo a questa tranquillità rassicurante perchè immobile, ordinaria, consueta, familiare, “la città si prepara, pistola alla mano”.

Corso Buenos Aires è un racconto dissacrante e derisorio, un obiettivo che si apre su un set improvvisato e popolare proprio nel momento in cui tutta la città è coinvolta in un abbraccio comune contro la cattiveria.

Che, come sempre, arriva da fuori, secondo il grido diffuso ancora oggi dell’“Al lupo! Al lupo!”. Si apre la caccia alle streghe.

Gente che non si è mai salutata mentre si strusciava il culo tra gli scaffali dei negozi del centro e che ora si trova compatta a puntare il dito aggiungendo particolari su un presunto malvivente che si aggira per la parte “buona” della città.

Lucio Dalla torna a far leva sull’istrionismo che ne aveva fatto il clown della stagione beat. Ma con la marcia sagacia di chi sta vedendo marcire le proprie città nel cinismo senza scrupoli, nell’assalto populista allo straniero, al fuori zona.

Disperato Erotico Stomp fu il mio approdo al mondo del porno.

Il mondo porno di un bimbo di sette anni.

Che per me era ancora fermo alle gambe di Raffaella Carrà sulla copertina del Radiocorriere TV. Ma Disperato erotico Stomp andava un po’ oltre le mie fantasie erotiche. O forse le rendeva concrete, materiali, corporee.

Parlandomi di qualcosa che avrei scoperto poco tempo dopo ma che la capacità descrittiva di Dalla mi faceva già percepire come inevitabile.

In realtà, malgrado le accuse durissime di cui fu allora vittima, Disperato Erotico Stomp non è un pezzo che parla di pornografia. Affatto.

Parla piuttosto di solitudine. Una solitudine che è fisica ma è anche sociale, in quegli anni in cui i rapporti tra uomo e donna sono avvelenati dal movimento femminista, dalla presunta autonomia del proprio corpo che le “streghe” stanno rivendicando con grandi striscioni ed eloquenti mimiche manuali giù per le strade.

E che sta costringendo l’uomo a diventare ancora più solo. A sentirsi inadeguato.

Quale allegria è l’angolo della disillusione e del rimpianto. Col gusto sarcastico che i cantautori emiliani porteranno sempre dentro (dal Carboni di Ci stiamo sbagliando al Bersani di Giudizi universali, NdLYS) racconta del vuoto che ti resta quando la forma dell’amore è andata via. E di come sia difficile non solo abituarsi all’eco del proprio cuore ma mascherare il dolore con la felicità posticcia che il ruolo ti impone…”sopra un palco illuminato, fare un inchino a quelli che ti son davanti. E sono in tanti, e ti battono le mani”. La tristezza soffocata che poi esplode nei camerini, quando le quinte si sono richiuse sul tuo dolore e le luci spente sulla tua farsa.

Lo scenario si sposta a Roma per le ultime due canzoni del disco: …e non andar più via è il Dalla desolato seduto al pianoforte. Un groviglio di peli sotto un cappello di lana a intonare versi che sembrano evocare il Gozzano de L’assenza, fino alla lunga appendice orchestrale. Barcarolo è il pianto solitario e struggente di un barcarolo che si confonde con quello del suo cane fino a spegnersi nel morbido ondeggiare di un mare “di sasso” che spuma lento sui catrami della città.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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TALKING HEADS – Little Creatures (Sire)

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Quando sei stato per anni davanti a tutti, puoi anche concederti il lusso di fermarti.

Tanto non ti prenderanno lo stesso.

E, anche qualora fosse, non è il caso di mettersi a piangere.

I Talking Heads, in marcia dal 1977 e in volata da almeno sei anni, si fermano nel 1985: si sono rotti i coglioni di essere considerati una band d’avanguardia.

Succede. Capita di voler mettersi a cantare senza voler dimostrare altro che la propria voglia di divertirsi. Senza doversi sedere davanti a un giornalista che ti chiede del tuo cazzo di incontro con Brian Eno, di come ti sei innamorato dell’Africa, di come ti senti a fare il cazzone intellettuale mentre il mondo vira lentamente dentro lo sfascio. Capita che ti accorgi che per raccontare di un mondo surreale non devi inventarti nulla, basta aprire un qualsiasi giornale e imbottirti di piccole storie quotidiane. Puoi cantare di loro, e puoi farlo in maniera del tutto normale.

Little Creatures celebra l’allontanamento dalle vecchie stradine dei Talking Heads, la band esce dai vicoli e cammina nella luce del mattino lungo la strada principale di una qualsiasi metropoli americana, inghiottita da un marea di gente affannata e perduta.

Un cambio di traiettoria dalle sghembe nevrosi funky al pop ordinario.

Già, ordinario.

Anche banale.

Talvolte idiota, pure.

Se hai scritto delle buone canzoni non te lo perdoneranno subito.

Se hai scritto delle cose come I Zimbra, Swamp, Once in a Lifetime, Psycho Killer, Houses In Motion, Burning Down the House, This Must Be the Place, Mind, Artists Only non te lo perdoneranno MAI.

E infatti Little Creatures lascerà sconcertati i vecchi fan del gruppo e riuscirà a riscattarsi parzialmente solo quando la band dimostrerà di essere capace di andare ancora più a fondo nella mediocrità incolore di album come True Stories e Naked.

Però onestamente a me è sempre piaciuto fare la marcetta alla Forrest Gump su Road to Nowhere e la marchetta con la protagonista di The Lady Don‘t Mind.

Mi piace farmi la doccia mentre And She Was risuona dalla mia stanza dei dischi e immaginare un disco club che si accenda ancora al reggae idiota Walk It Down piuttosto che con le merdate atroci dei Black Eyed Peas.

Mussolini ha scritto anche poesie.

E i Talking Heads hanno scritto anche canzonette.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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