LUCIO DALLA – Com’è profondo il mare (RCA)

Lucio Dalla non nasce cantautore. Lo diventa.

E lo diventa proprio con questo disco, affrancato dallo scudo ermetico di Roberto Roversi con cui ha collaborato alla trilogia precedente e del cui gusto Dalla rimane, almeno in questi primi anni “autonomi” del tutto impregnato.

Un disco che si apre con un pezzo onirico e incalzante, quello che lo intitola.

Una sorta di Lucio Dalla‘s 115th Dream che indugia attorno al morbido giro di chitarra di Jimmy Villotti e si stende quindi sull’insistente giro di basso di Marco Nanni, fortemente suggerito dall’amico Francesco De Gregori.

È un pezzo che plana sulla storia dell’uomo raccontando con espressionismo surrealista le lotte di classe evitando il cappio delle invettive politiche e senza schierarsi. Non fa retorica, facendola affondare nel blu profondo.

I barboni sono i protagonisti di Treno a vela, un pezzo sul vagabondaggio, sulla ricerca disperata di cibo, sul baratto amaro, sulle umiliazioni che la strada ti impone, pieno di suoni circensi, fino al finale dal sapore Felliniano. 

Il cucciolo Alfredo è un ritratto delle tensioni che si agitano sotto le facili trappole metropolitane.

Televisori, cucine componibili, autobus, cartelloni pubblicitari, propagande elettorali, manifesti degli Inti Illimani. E, in mezzo a questa tranquillità rassicurante perchè immobile, ordinaria, consueta, familiare, “la città si prepara, pistola alla mano”.

Corso Buenos Aires è un racconto dissacrante e derisorio, un obiettivo che si apre su un set improvvisato e popolare proprio nel momento in cui tutta la città è coinvolta in un abbraccio comune contro la cattiveria.

Che, come sempre, arriva da fuori, secondo il grido diffuso ancora oggi dell’“Al lupo! Al lupo!”. Si apre la caccia alle streghe.

Gente che non si è mai salutata mentre si strusciava il culo tra gli scaffali dei negozi del centro e che ora si trova compatta a puntare il dito aggiungendo particolari su un presunto malvivente che si aggira per la parte “buona” della città.

Lucio Dalla torna a far leva sull’istrionismo che ne aveva fatto il clown della stagione beat. Ma con la marcia sagacia di chi sta vedendo marcire le proprie città nel cinismo senza scrupoli, nell’assalto populista allo straniero, al fuori zona.

Disperato Erotico Stomp fu il mio approdo al mondo del porno.

Il mondo porno di un bimbo di sette anni.

Che per me era ancora fermo alle gambe di Raffaella Carrà sulla copertina del Radiocorriere TV. Ma Disperato Erotico Stomp andava un po’ oltre le mie fantasie erotiche. O forse le rendeva concrete, materiali, corporee.

Parlandomi di qualcosa che avrei scoperto poco tempo dopo ma che la capacità descrittiva di Dalla mi faceva già percepire come inevitabile.

In realtà, malgrado le accuse durissime di cui fu allora vittima, Disperato Erotico Stomp non è un pezzo che parla di pornografia. Affatto.

Parla piuttosto di solitudine. Una solitudine che è fisica ma è anche sociale, in quegli anni in cui i rapporti tra uomo e donna sono avvelenati dal movimento femminista, dalla presunta autonomia del proprio corpo che le “streghe” stanno rivendicando con grandi striscioni ed eloquenti mimiche manuali giù per le strade.

E che sta costringendo l’uomo a diventare ancora più solo. A sentirsi inadeguato.

Quale allegria è l’angolo della disillusione e del rimpianto. Col gusto sarcastico che i cantautori emiliani porteranno sempre dentro (dal Carboni di Ci stiamo sbagliando al Bersani di Giudizi Universali, NdLYS) racconta del vuoto che ti resta quando la forma dell’amore è andata via. E di come sia difficile non solo abituarsi all’eco del proprio cuore ma mascherare il dolore con la felicità posticcia che il ruolo ti impone…”sopra un palco illuminato, fare un inchino a quelli che ti son davanti. E sono in tanti, e ti battono le mani”. La tristezza soffocata che poi esplode nei camerini, quando le quinte si sono richiuse sul tuo dolore e le luci spente sulla tua farsa.

Lo scenario si sposta a Roma per le ultime due canzoni del disco: …e non andar più via è il Dalla desolato seduto al pianoforte. Un groviglio di peli sotto un cappello di lana a intonare versi che sembrano evocare il Gozzano de L’assenza, fino alla lunga appendice orchestrale. Barcarolo è il pianto solitario e struggente di un barcarolo che si confonde con quello del suo cane fino a spegnersi nel morbido ondeggiare di un mare “di sasso” che spuma lento sui catrami della città.

 

 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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