NOT MOVING – Land of Nothing (Area Pirata)

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Posi gli occhi sulla copertina e il tuffo al cuore è assicurato: la pelle nera dei pantaloni di Dome La Muerte e Danilo, la figura esile e sempre un po’ defilata di Tony Face, il fascino esoterico delle signorine Lilith e Mariella Severine non possono confondersi con nient’altro che con loro stessi: i mitici Not Moving!!!!
Una delle poche bands italiane per cui valeva la pena vivere e trascinare il culo in qualche fetido locale a saturarsi i canali uditivi nei primi anni Ottanta.
I Not Moving cazzo! Cento anni in cinque e già capaci di scrivere un piccolo capolavoro come Land of Nothing e di tenerselo nell’utero per quasi venti anni riempendoci nel frattempo la casa di marmocchi belli (Sinnermen, Black ‘n’ Wild, Jesus Loves His Children), meno belli (Flash on You, Song of Myself) e brutti (Home Comings) per ritrascinarci all’Inferno con il semplice schioccare di due dita.
Diciannove anni dopo, come se niente fosse. Insieme, noi e loro, all’inferno. Al gesto convenuto. Come se ci fossimo lasciati ieri, dopo un’altra birra bevuta assieme dopo il loro ennesimo concerto. Ti guardi indietro e vedi che di merda se ne è accumulata tanta sui tuoi scaffali, ma di roba che ti tira fuori le viscere e te le appende al collo come fanno canzoni come You’re Gone Away o A Wonderful Night to Die veramente poche. Per quanti invece hanno poco da guardare indietro consiglio solo di prendere le ventimila lirette della paghetta settimanale e di fare la loro offerta alla Area Pirata per portarsi a casa questo mattone fondamentale del nostro rock ‘n’ roll.
Furioso, disperato, oltraggioso, sacrilego, crudo e appassionato. Benvenuti nella terra del nulla, è una notte magnifica per morire.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro
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GRANPA – In Fast We Trust (Octopus)

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I ringraziamenti che Daniele Pellitteri mette in copertina ci stanno tutti: Kyuss e Mr. Jack White. Non ci credete? Partite da Was Right per incrociare i primi o da Five O’Clock per imbattervi nel secondo. Solo, se avete dei marmocchi che circolano per casa o una collega imbalsamata accanto ricordatevi di togliere il cd dal lettore prima che scocchi l’ultimo minuto, perché alla fine del viaggio si incontra anche qualcun’altro.

Granpa, dalla città di Addiopizzo, sputano fuori un gran bel disco rock.

Tamarro quanto basta per farci schiacciare il piede sull’acceleratore, fico quanto serve per farci inseguire ancora il sogno di un rock ‘n roll ribelle e veloce.

Loro credono nella velocità e noi crediamo in loro, perché di questo si nutre il nostro stomaco: dell’illusione che ogni rock ‘n roll band sia l’occasione che stiamo cercando, soffiataci da sotto il naso.

In Fast We Trust ve lo venderanno già vecchio, perché vogliono illudervi che il nuovo sta altrove. Dite loro che la bellezza sta negli occhi di chi guarda, non in quelli di chi è osservato. E io, piuttosto che sucarmi tre fette di quadrante delle merdose macchine da cardiologo dei Subsonica o di invecchiare grigio sopra un album dei Coldplay, preferisco infilarmi dentro la boccaccia dei Granpa.

Ognuno scelga di cosa morire.

GRANde PAlermo.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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THE FUGS – Don‘t Stop! Don‘t Stop! (Ace)

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Consiglio n. 54: organizza il tuo esercito e marcia su Washington.

La musica c’entrava poco. Anzi pochissimo.

Provocazione e controcultura, piuttosto. Torture simulate sul palco, invocazioni mistiche, lodi alla marijuana, poesia beat. L’etica dei Fugs (storpiatura del vero nome della band, ovvero The Fucks) era quella di giocare perennemente in fuori gioco la loro partita nel sogno post-beat americano.

Non un gruppo beat per le feste dei college e neppure uno di quei gruppi folk che stazionavano sopra e sotto la metropolitana di New York. E neanche una visionaria band di acid-rock che voleva allargare le coscienze estendendo prima il proprio conto in banca.

Consiglio n. 86: impara a parlare con l’ano.

I Fugs erano la barbarie. Erano il musical ambulante della protest-song anti-americana.

Non il buon gusto, non il cattivo gusto. Il pessimo gusto.

Cinque hobo men venuti per cantarci della fine del mondo senza avere nessuna canzone da cantare.

Don‘t Stop! Don‘t Stop!, il box celebrativo curato dalla Ace Records ci parla dei primi Fugs, quelli che “nel bel mezzo della prima seduta discografica firmano il peggior contratto dai tempi di Leadbelly” per dire con le loro stesse parole dell’accordo firmato con Bernard Stollman della ESP e che fruttò loro una quota di 25 centesimi di dollaro per album (!!!, NdLYS), che invitarono Allan Ginsberg a scrivere le liner notes per il loro secondo disco e contro i quali venne aperta una inchiesta dell’FBI.

Consiglio n. 332: prega affinché Dio diventi pacifista.

4 CD per raccogliere le versioni integrali ed ampliate dei loro primi due albums più una sfilza di live versions e demo scelte da Ed Sanders tra i “rifiuti” del periodo.

Consiglio n. 813: sii te stesso.

Canzoni che spesso sono lo spettro di un’inquietudine eversiva vera e ragionata e che talaltra si vestono di una sgualcita posa trash ‘n roll, a metà tra una garage song e quello che molto più tardi i Violent Femmes o i Meat Puppets avrebbero osato chiamare un pezzo country-punk.

Consiglio n. 1001: Sciopera e costringi il mondo ad accogliere la gioia.

 

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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