SICBAY – The Firelit S’coughs (Obtuse Mule)

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Lo aspettavo con ansia questo album dei Sicbay del talentuoso Nick Sakes, un passato tra le fila dei Dazzling Killmen e Colossamite, un presente poco noto tra le fila di questa bands che vede all’opera anche l’altro ex-Colossamite Ed Rodriguez. Gonfia come un ecchimosi, la musica dei Sicbay è un caterpillar che frantuma venti anni di new wave. Sotto, tutto cambia e tutto resta uguale.
Pere Ubu, Fall, Jesus Lizard, Oxbow, i primi June of 44, gli stessi Killmen, i mostri della Amphetamine Reptile riemergono nel loro suono, che tende la trappola e ci rimane imprigionato.
È una musica che non rinuncia al massacro ma lo evita comunque, un’onda di rumore che emerge, sprofonda, riemerge dalle tenebre, con le chitarre, bellissime, che assaltano furibonde e “rientrano” su dilatazioni epiche e caliginose.
Listening to Sound, l’epilettico assalto frontale che inaugura il disco è furiosa e contorta, tra i Fugazi di Red Medicine e l’Henry Rollins meno compiaciuto, Who Wrote the Night? sono i Dinosaur Jr. di Where You Been con la pedaliera sbagliata e David Yow che urla nei timpani di Mascis, The Sighting è hardcore che si disintegra frastagliandosi, sfilacciandosi.
Il lato più scuro del suono Sicbay emerge invece in brani come Metamoros, pigra e introversa, Right Eye Left Eye è inquel diramarsi quasi prossimo allo sfaldamento di certi Slint o degli Spain che è Felsenmeer.
I momenti di stanca si intitolano Silk the Town, inutile siparietto ultra noise che pare una fusione tra Godflesh e Primus, il patetico rallenti di Offshore o lo sfocato jazzetto sedimentato nel rumore di Candlelight Lipstick che parte da nessun luogo e approda da nessuna parte.

Franco “Lys” Dimauro

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BLACK SABBATH – Black Sabbath (Vertigo)

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Lieve cade la pioggia, i veli dell’oscurità avvolgono gli alberi anneriti, che, contorti da qualche invisibile violenza, lasciano cadere le loro stanche foglie e piegano i rami verso una grigia terra di ali di uccelli troncate, in mezzo ai campi i papaveri sanguinano di fronte ad una morte gesticolante e giovani conigli, nati morti nelle trappole, stanno in piedi senza muoversi come se fossero guardiani del silenzio che circonda e minaccia di inghiottire tutti coloro che vorrebbero ascoltare.

Muti uccelli, stanchi di ripetere i terrori di ieri, si stringono assieme nei recessi degli angoli bui, le teste scostate per non vedere il cigno nero, morto, che galleggia a pancia in su nell’incavo di una piccola pozza d’acqua.

Emerge da questa pozza una debole e sensuale nebbia che si fa strada verso l’alto per carezzare i piedi scheggiati della statua del martire senza testa il cui unico successo fu di morire troppo presto e che non vedeva l’ora di essere sconfitto.

La cataratta dell’oscurità si forma completamente, comincia la lunga nera notte, ma ancora accanto al lago una giovane donna aspetta, non vedendo, essa stessa crede di non essere vista, sorride debolmente ai rintocchi di una campana lontana e della lieve pioggia che cade.

Poi la puntina sprofonda pigra sui solchi. Ed ecco apparire quei rintocchi e quella pioggia che lacrima da un cielo plumbeo e greve nel fragore di un temporale  bagnando il mantello della sagoma ferina e bidimensionale di strega che domina la brughiera di Mapledurham scelta con intuito fenomenale da Marcus Keef per rappresentare l’ingresso nella storia del Sabba Nero. Il suo volto pallido e totalmente inespressivo, è la rappresentazione gotica del suono gelido del gruppo di Birmingham destinato a mutare per sempre la traiettoria dell’hard rock. Asfissiante e granitico. Tombale.

È il nubifragio più famoso e sinistro della storia del rock.

Dante e Virgilio varcano le porte dell’Inferno per non uscirne più.

Seppure le “simpatie sataniche” e i riferimenti esoterici non fossero affatto novità nel mondo del rock, è proprio con questo album nella sua interezza (grafica, testi, musica, titolo, simbolismo, immagine, data di uscita) che il gioco diventa non solo scoperto ma ostentato. Esibito nel suo raccapricciante richiamo verso la morte con un fanatismo esasperato e teatrale ma, ed è questo che lo rende terribile, sincero. 

C’è un universo di paura ed orrore che si nasconde dietro le mura di quel mulino che inghiotte le acque stagnanti dell’Oxfordshire. Un mulino che macina sgomento e vomita fuori otto canzoni agghiaccianti e sepolcrali, registrate in una sola fredda giornata d’autunno e ispirate, nelle liriche e nelle ambientazioni, alla letteratura fantastica ed esoterica di Lovecraft e Tolkien.

Musicalmente, siamo alla completa disidratazione del blues, alla compiuta scheletrizzazione delle sue strutture musicali (la pentatonica blues rimane il perno della struttura armonica dei solo di Iommi), all’evocazione sinistra del male attraverso l’uso di artifici tonali sinistri divenuti l’abbecedario di tutto il doom a venire.

Ma qui siamo all’Anno Zero.

Alla prima concreta ed attendibile manifestazione del Male attraverso i solchi di un disco. Non più una semplice e discutibile percezione uditiva, una pareidolia acustica sfuggente e subliminale ma un’iperamplificata vibrazione runica di raggelante efficacia diabolica.  

 

                                                                                                Franco “Lys” Dimauro