NEW YORK DOLLS – New York Dolls (Mercury)

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Oltraggiosi, provocatori, irriverenti. Oppure, delle semplici checche.

Così venivano descritte le New York Dolls durante la loro breve, bruciante carriera.

E invece, soprattutto, le New York Dolls erano una promessa di libertà.

La promessa che il rock ‘n’ roll era l’unico modo per sentirsi protetti da un Dio permissivo che fa finta di non vedere la mano che si allunga a prendere la mela.

Anche se fosse quella enorme di New York.

Naufragate in un oceano di eroina, odio e prigionia le torpediniere proto-punk di Velvet Underground, Stooges e MC5, sono proprio le New York Dolls a gettare in mare le scialuppe che salveranno lo spirito del rock ‘n roll più sfacciato e volgare.

Finiranno peggio degli altri. Ma per tre anni il loro sogno di libertà era stato talmente forte da far sanguinare il naso.

La storia era iniziata quasi per gioco nel 1970, a casa del diciannovenne egiziano Sylvain Mizrahi. Serate alcoliche dove il giovane Sylvain insegna qualche rudimento di batteria all’amico Billy Murcia e improvvisa qualche giro rock ‘n’ roll con l’altro compagno di liceo Johnny Genzale. Poi Syl parte per l’Europa. Ma Johnny (nel frattempo ribattezzatosi Thunders) non ha tradito il suo sogno. Ha reclutato altri disadattati del Bronx e di Manhattan, ha lasciato il suo posto di bassista ad Arthur Kane e quello di cantante a David Johansen e si è adattato al ruolo di chitarrista, al fianco di Rick Rivets. Le Bambole avevano iniziato a battere sulle strade di New York. Siamo nell’Ottobre del 1971. Ma è quando Sylvain torna a casa per Natale, rispedendo nella sua Rick Rivets, che nasce la leggenda delle New York Dolls.

I primi spettacoli shock con i cinque musicisti vestiti da zoccole, le prime attenzioni di altri personaggi eccessivi come David Bowie e Lou Reed e pure la prima morte: Billy Murcia lascia il marciapiede la sera di un 7 Novembre 1972, strafatto di alcol e droghe, proprio alla vigilia della firma del contratto con la Track Records di Kit Lambert.

Sarà Jerry Nolan a prendere il posto di Billy.

E la Mercury a prendere quello della Track.

Nell’Aprile del 1973 si chiudono in studio truccatissimi assieme ad uno sbigottito Todd Rundgren che li invita a tirare fuori dal culo i loro brillantini glam e registrare dieci pezzi e una cover di Bo Diddley. Nessuno si ricorderà di Murcia durante le registrazioni. Ma Billy piomberà comunque dentro Alladin Sane di Bowie, ancora vestito da bambola. Scovatelo, se non lo avete ancora fatto.  

Il disco esce nel Luglio di quell’anno. Esattamente un mese prima dell’infame Goats Head Soup con cui i Rolling Stones abdicano dal trono di peggiore rock ‘n roll band del pianeta dopo una tetralogia da pelle d’oca. New York Dolls è il passaggio dello scettro dalle mani dei vecchi Stones ai nuovi.

Si alzano i bicchieri colmi di crema all’uovo.

La cerimonia è pronta.

Il pubblico invece no.

Quello non arriva.

Va ai loro concerti per sbeffeggiarli e se ne torna a casa ad ascoltare i Lynyrd Skynyrd, John Martyn o i Genesis.

New York Dolls era un disco di spregiudicato e approssimativo rock ‘n roll di strada.

In copertina il gruppo posa per Toshi Tasaki, il fotografo di Vogue, su un divano trovato per strada e coperto con del raso bianco, con i consueti abiti di scena, le acconciature cotonate e il pesante make-up preparato da Dave O’Grady.

Sul retro invece uno scorcio di New York, esattamente l’angolo tra St. Marks Place e la Second Avenue, nella Lower East Side. Davanti alla piccola ma famosa Gem Spa, l’edicola aperta ventiquattrore su ventiquattro e che ancora oggi si rifiuta di vendere giornali porno. 

Un disco che rendeva omaggio agli eccessi e che l’America che era appena tornata a casa dai funerali di Hendrix, di Morrison e della Joplin e che non era ancora pronta per il ciclone punk che l’avrebbe investita suo malgrado, si rifiutava di accettare, impaurita da quelle prime ballerine che fischiettavano in un pomeriggio di primavera ora trasformate in lupi mannari che ululano alla luna. Hauuuuuwww!, da quei Frankenstein che si muovono tra le ombre lunghe dei grattacieli di Manhattan, da quei ragazzi che vengono da un pianeta solitario, da quelle ragazze vietnamite che tornano per restituirci gli incubi che abbiamo regalato loro senza che fossero mai venute a chiederceli, di quei travestiti che strisciano lungo le metropolitane della Grande Mela in cerca di un bacio.

Nessuno sembrava volersi divertire con la musica delle New York Dolls.

Pochi sorrisi per una musica che invece solo di quello voleva nutrirsi: di un’enorme, sbeffeggiante risata di libertà.

 

                                                                                                Franco “Lys” Dimauro

 

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THE INVISIBLE EYES – Laugh in the Dark (Bomp!)

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L’ultima band messa sotto contratto da Greg Shaw prima della sua dipartita è questo combo di Seattle che suona garage songs avvolte in un vero tappeto di organo. E fin qui nulla di male, se non fosse che Janet Hurt, incaricata di tenere le sue dita attaccate ai tasti per i 50 minuti del disco, difetta di fantasia e di quel guizzo che dovrebbe teoricamente dare senso ad una scrittura abbastanza scontata dei brani. Ho letto su loro paragoni ingombranti con Ray Manzerek. Addirittura. E invece a me sembra di essere tornato a sentire caricature neosixties come i Dwarves di Horror Stories o i flaccidi Vietnam Veterans. E se proprio volete insudiciarvi col garage punk, quello vero, non mi pare sia questo il disco da consigliarvi a scatola chiusa.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

The Invisible Eyes

THE NORVINS – Time Machine (Soundflat)

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Totalmente presi dalla nuova febbre garage europea dopo i recenti assalti di Staggers, Revellions, Rippers e chi più ne ha più ne metta? Bene, il nome nuovo da appuntarvi è ora questo: The Norvins. Vengono dalla Francia e sono al disco di esordio: 14 tracce costruite sulle macerie del garage punk ortodosso degli anni Ottanta. Grigliate fuzz, organo demente, armonica blues e un repertorio che lambisce le gabbie dorate di Zakary Thaks, Elevators, Sonics, Moving Sidewalks, Syndicate of Sound e altre pepite come le Nothin’ e Abba che hanno messo dentro al disco. Pezzi velocissimi che spesso non arrivano manco ai due minuti. Autentiche sberle garage che ti spaccano le mascelle e che risuonano come i ceffoni di Fleshtones, Cynics o Staggers. Vi basti il trittico iniziale Theme, Mean Judith e quella Invisibile Woman già sentita sul 4 volume di Lost In Tyme per sapere da che parte stare. Ed è inutile aspettiate di leggere cosa ne pensa Pitchfork.

L’unica cosa a gracchiare lì sono i corvi che gufano sulla sorte del rock ‘n roll. 

                                                                 Franco “Lys” Dimauro

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LEMONHEADS – Hate Your Friends / Creator / Lick (Fire)

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Subito dopo i ragazzi incazzati di Minneapolis (Grant Hart, Paul Westerberg, Bob Mould, Dave Pirner) e appena prima dei ragazzi incazzati di Seattle (Kurt Cobain, Eddie Vedder, Tad Doyle, Layne Staley) c’erano stati i ragazzi incazzati di Boston: J Mascis, Frank Black, Peter Prescott, Evan Dando.

Ragazzini di buona famiglia deviati dall’hardcore, perennemente insoddisfatti, annoiati dal lusso, sfiniti dall’ozio.

Finiranno tutti a tagliarsi le unghie e ad ingrassarsi di torte di mele. Ma all’inizio, quando la loro adolescenza premeva da dentro, correvano carichi di accidia come i dannati nella quarta cornice del Purgatorio.

Per Evan Dando e i suoi Lemonheads sono gli anni che vanno da Laughing All the Way to the Cleaners a Lick, tutti adesso ristampati dalla irreprensibile Fire Records.

Ovvero, dalla prima versione di Glad I Don‘t Know del Giugno ‘86 alla seconda, Aprile 1989. Oppure, per capirci, dal momento in cui Evan, Ben Deily e Jesse Peretz scoprono il punk (anche quello minore, come quello dei neozelandesi Proud Scum di cui rifanno I Am a Rabbit) al momento in cui Dando abbandona i vecchi amici e decide di non incazzarsi più, neppure quando Cobain gli ruba il trono di re delle college radio. Proprio il posto dove il biondo di Boston aveva sempre sognato di stare, sin da quando passava le notti con gli occhi sui libri del liceo e le orecchie sintonizzate sulle “orge” della Harvard Radio Broadcasting.

Hate Your Friends, il debutto su grande formato, li presenta come i più credibili eredi del punk esistenziale dei Replacements, con Dando e Deily intenti a spartirsi il compito di autori e vocalist, come succedeva nell’ altra grande band di Minneapolis.

Un disco pieno di piccole gemme di powerpop imbottite di rumore punk su cui svettano Nothing TrueDon‘t Tell YourselfFed Up (per Evan) e Fucked UpSecond Chance e Uhhh (per Ben). Capiente il bagaglio delle bonus tracks incluse nella nuova ristampa, alcune già pubblicate nella reissue del 1992 (Sad GirlBuried AliveGotta Stop), altre del tutto inedite (il set per la WERS del 1987 con una feroce cover di Sick of You degli Users) più la convincente cover di Mod Lang dei Big Star pubblicata sull’introvabile Crawling From Within.

Creator si apre come il primo Black Sabbath. Raccapricciante, detto così, ma del resto è il periodo in cui la band mette pezzi come N.I.B. e Hatin’ Spores in repertorio.

Non saranno le uniche cover a fare il tormento e la fortuna di Evan Dando, come tutti sanno. Su Creator ad esempio se ne affacciano un paio firmate Charles Manson e Kiss ma il tono generale dell’album è già molto meno sprezzantemente punk mentre i pezzi scritti da Dando riduce la forbice che separa la sua scrittura da quella di J Mascis (Clang Bang ClangDie Right Now) e Ben Deily prepara il terreno per quello che saranno i Lemonheads della fase vincente con le chewing gum soffici di SundayLive WithoutPostcard Falling.

Le bonus tracks riesumate per la riedizione Fire vedono una nuova esibizione della band dietro la cabina insonorizzata dalla WERS di Boston.

Dopo Creator, i Lemonheads cominciano sempre più a diventare un affare privato per Evan Dando.

Anzi, un suo pseudonimo. L’album che documenta lo scontro tra Evan e Ben è Lick, pubblicato nel 1988 o nel 1989 (dipende dalla tiratura che vi ritrovate in casa) e registrato proprio mentre si consuma la battaglia di ego: un cocktail poco alcolico allungato con parecchie dosi di seltz per permetterne la pubblicazione come album completo visto che i due sono riusciti a malapena a completare cinque delle undici  canzoni della sua scaletta definitiva (come confermato nell’intervista aggiunta tra le bonus). Il disco contiene alcune delle canzoni-simbolo dei Lemonheads come il jangle molto Peter Buck che apre Mallo Cup, la volgare invettiva di Cazzo di ferro (i Rokes che planano su un riffone hard-cock) e la cover di Luka di Suzanne Vega che istituzionalizza Evan come eroe delle college-radio americane e delle stazioni di regime altrove. Il meglio di un disco che raggiunge a malapena la sufficienza è  però quello che è stato dimenticato, seppellito da tonnellate di altra musica: l’eco Cheap Trick che si può avvertire sparando a tutto volume 7 Powers,  Ever Come Back D.A..

A cercare di rendere Lick un disco poco più che mediocre ci pensano le bonus a corredo che prevedono l’intero primo EP, le B-Sides di Luka e qualche traccia dal vivo.

A quel punto, i Lemonheads sono alla frutta. Evan Dando passa alle spremute.

 

                                                                                                Franco “Lys” Dimauro


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