THE DIRTBOMBS – Ooey Gooey Chewy Ka-Blooey! (In the Red)

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Se il titolo gommoso dovesse lasciare ancora qualche dubbio, il cartoon di copertina dove la band di Detroit posa come gli Archies fuga via ogni residuo sospetto: i Dirtbombs rendono omaggio alla più disimpegnata e goliardica scena musicale degli anni Sessanta: quella della bubblegum music creata ad artificio dentro la casa di produzione Super K. Nata “in vitro” per contrastare la musica impegnata dei cantautori di protesta e il beat indisciplinato delle garage bands, la bubblegum della premiata ditta Jerry Kasanetz e Jeff Katz fece man bassa delle classifiche nel 1968 scoprendo un nuovo filone d’oro nella musica per teenagers.

Era una parodia del beat, svuotata di ogni avanzo di aggressività.

Un contenitore privo di contenuto che imponeva ai giovani musica senza nerbo e alle classifiche gruppi o, molto sovente, gruppi-fantasma come Ohio Express, Tommy James and The Shondells, Archies, 1910 Fruitgum Co., Sugar Bears, Lemon Pipers, Crazy Elephant. Musiche e testi completamente disimpegnati che avevano un triplice obiettivo: vendere, vendere e vendere.

Sognato e progettato da lungo tempo, ora che i mercati internazionali affondano e l’ottimismo naufraga tra le onde di un mare sempre più scuro, vede finalmente la luce il disco-omaggio alla bubblegum pensato da Mick Collins.

Suona come una provocazione.

Ma, più verosimilmente, suona ahinoi come un disco degli Shondells.

Con l’aggravante (o l’attenuante, dipende dal vostro punto di vista) di essere, a differenza di quelli, fuori contesto storico.

E così i Dirtbombs, approfittando della stima di cui godono, ci costringono oggi a fare quello che evitammo di fare allora: ascoltare un intero album di bubblegum music. Oppure qualcuno tra voi ha davvero ascoltato per intero Goody Goody Gumdrops, Chewy Chewy o Green Tambourine?

Dieci canzoni scritte da Collins inscenando la parodia della parodia, con una finezza da intenditore come la scelta di sfumare i brani anziché smorzarli, come era d’uso fare nei 45 giri della Buddha Records e una capacità del tutto naturale di scrivere canzonette facili facili, talmente stupide e appiccicose da risultare talvolta irritanti (Jump and Shout, Crazy For You), proprio come quelle gomme da masticare che ti si appiccicavano al sedere mentre pomiciavi con la tua ragazza nella panchina del parco o sotto la suola delle scarpe mentre la riportavi a casa con l’audace speranza che ti invitasse a salire approfittando dei genitori che si erano assopiti ascoltando un noiosissimo disco di Charles Aznavour.  

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

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BUZZCOCKS – Time’s Up (Mute)

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Prima di entrare in “cucina” e mettere sottosopra mestoli e scodelle, i Buzzcocks avevano già messo a soqquadro la cantina sotto casa assieme a quell’Howard Devoto che li avrebbe di lì a poco abbandonati per depredare un non meno ricco “magazzino”.
Bene. Time‘s Up, messo fuori nel 1991 e ora ristampato dalla Mute è un prezioso documento che affonda nella preistoria del gruppo mancuniano, prima di lanciare nel Febbraio del ’78 What Do I Get? nel firmamento del punk inglese. Erano le sessions che sfoceranno nell’EP di debutto Spiral Scratch e nel singolo-manifesto Orgasm Addict. Registrazioni grezze già permeate da quel torbido gusto per la melodia che farà di Pete Shelley e compari una delle formazioni più geniali del punk al bionico. Dentro ci trovate pure Boredom, uno dei dieci pezzi DEFINITIVI del punk figlio della regina Elisabetta. Quindi, fatelo vostro.
Bellissimo il booklet con tanto di intervista “storica” a Devoto e ricco di foto d’epoca. Un vero spaccato di un’Inghilterra che non c’è più, arenata lungo i marciapiedi e appoggiata ai muri rigonfi di scritte e di A4 ciclostilati, con la colla che colava giù da locandine fotocopiate storte e jeans logori.
Su traccia multimediale invece, una breve fotografia del gruppo in azione al suo primo gig, a fianco di Sex Pistols e Slaughter and The Dogs. Altri tempi, cazzo. Altri tempi.

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro  

 

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