JACQUES DUTRONC – Et Moi Et Moi Et Moi (RPM)

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Più che una storia di bands, il beat francese fu una faccenda di solisti (Antoine, Dutronc, Polnareff, Ferrer, France Galle, Claude Francois) e di coppie (Dutronc/Hardy, Gainsbourg/Birkin, Hallyday/Vartan).

Protesta e canzonette, scandali e tendenza, dandysmo, voyeurismo, lingue audaci e fotoromanzi.

Popolarissimo in patria ma artista di culto nel resto del mondo, Italia compresa, Dutronc non sfuggì alla regola: vita moderatamente dissipata, gossip, tabagismo, pruriti erotici e un occhio ironico contro il perbenismo e la politica di comodo ma anche contro i luoghi comuni delle canzoni di protesta e delle “rivoluzioni” di costume condiviso col suo paroliere di fiducia Jacques Lanzmann. Quasi completamente travolta dal mondo del cinema e dalle musiche per film la sagacia di Dutronc faticherà a riemergere per tutti gli anni Settanta, fino all’incontro con Serge Gainsbourg concretizzato su Guerre et Pets. Ma le vere delizie del catalogo restano i singoli per la Verve di cui questa raccolta assembla oscuri classici negli anni ripresi da scapigliati come Gene Guglielmi, Mungo Jerry, Sciacalli e Black Lips.

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

 

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THE SHADOWS OF KNIGHT – Back Door Men (Dunwich)

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Appena sei mesi dopo il lancio della granata Gloria, la Dunwich lancia sul mercato il secondo album degli Shadows of Knight, seguendo per sommi capi la stessa logica del disco di debutto: un’altra cover di un gruppo irlandese in apertura (là era Gloria dei Them, qui Bad Little Woman dei Wheels), qualche numero blues (Spoonful di Dixon, Baby What You Want Me to Do di Jimmy Reed, High Blood Pressure di Huey “Piano” Smith) e qualche pezzo autoctono, scelto stavolta in maniera un po’ bizzarra, privilegiando ad esempio i lati B dei singoli piuttosto che le facciate A: I‘ll Make You Sorry al posto della dinamite di I’m Gonna Make You Mine, lo strumentale The Behemoth (un esperimento raga caduto da otto miglia in alto) al posto della comunque annoiata cover di Willie Jean (che chi sa cercare saprà comunque trovare, anche se a rovescio e per appena trenta secondi, NdLYS) e la Three For Love cantata senza troppa convinzione da Jerry McGeorge al posto del bubblegum di Someone Like Me. Un album pieno di incertezze e di banalità dove tutti cantano (Jim Sohns su Bad Little Woman, Gospel Zone, Hey Joe, I‘ll Make You Sorry, High Blood Pressure, Spoonful, Tomorrow‘s Gonna Be Another Day, Jerry su Three For Love, Tom Schiffour su Willie Jean, Joe Kelley su Baby What You Want Me to Do) e quando tutti stanno zitti (The Behemoth e l’esercizio blues di New York Bullseye) nessuno sembra accorgersene. Curioso, per un gruppo che aveva riempito di latrati debosciati un intero album pochi mesi prima e che ora si cimenta in cover blues senza un minimo di malsana depravazione, come dei Bluesbreakers qualsiasi.

Uniche due cosucce da salvare gli accenni Diddleyani di Gospel Zone e il puzzo Pretty Things di I‘ll Make You Sorry. Il resto è già stato fatto da altri, e molto meglio.

L’uomo che suonava dalla porta di servizio era l’uomo del latte, tranquilli.

 

                                                                                    Franco “Lys” Dimauro

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CRIMSON SHADOWS – Out of Our Minds (In Betweens)

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La Svezia fu, negli anni Ottanta, il vaso di Pandora dell’intera scena garage punk. Formazioni ultracool caratterizzate da un approccio selvaggio e dinamitardo che griffavano dischi imprescindibili per ogni amante del suono punk virato sixties.
Come nel caso dei Crimson Shadows dei fratelli Maniette, futuri Wylde Mammoths.
Un’avventura che discograficamente si consumò in tre uscite su piccolo formato e qualche sparuto contributo su qualche raccolta garage dell’epoca e che ora la In Betweens si preoccupa di raccogliere su questo secondo volume della collana The Knights of Fuzz (deliberatamente dedicata all’omonimo volume redatto da Tim Gassen qualche anno fa, NdLYS). L’occasione è ghiotta, vista la difficile reperibilità, oggi come allora, dei 7″ del gruppo svedese e tenendo conto che qualche buon inedito di contorno ci restituisce la dimensione immensa di questi splendidi cinque scavafosse scandinavi, fieri della loro avversione per la febbre delle cover versions che impazzava allora (unica eccezione la ripresa di Blues Theme e l’alcolica, divertita versione acustica di Don’t Put Me Down dei “colleghi” Stomachmouths inclusa allora come bonus track sull’EP firmato Mistery Scene e che qui chiude la lista dei 19 brani qui inclusi) e del loro look ispirato ai Music Machine.
Canzoni come Gonna Make You Mine, I Want You to Leave Me o Even I Tell Lies possono considerarsi di diritto degli ultraclassicissimi del garage mondiale come potrebbero essere Be a Caveman o Psycho.
Non possederle vuol dire solo due cose: o non sapete cosa sia il garage punk o non avete mai goduto.
Arrostite, verginelli.


Franco “Lys” Dimauro

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