STANDARTE – Stimmung (Black Widow) / Emmaus (Black Widow)

Mi ha sempre colpito, in Daniele Caputo, la capacità istintiva di lavorare con gusto e vigore paritetici sulla voce e sui tamburi con maestria, scioltezza, arte.
Sin dai tempi di Song for the Convict Charlie che illuminava il primo volume di Eighties Colours, un secolo fa.
Conclusa l’esperienza Birdmen of Alkatraz, Daniele ha trovato degli ottimi spalleggiatori in Stefano Gabbani e Michele Profeti  dando vita dapprima ai Boot Hill Five e quindi agli Standarte. Velocemente liquidati da qualche illuminato giornalista come l’ennesima band dedita allo sterile revivalismo progressivo, gli Standarte hanno visto eludersi le simpatie di quanti di menate prog proprio non vogliono sentirne parlare. Eppure, a mio avviso, Standarte sono oggi una delle poche realtà di cui l’Italia può dirsi orgogliosa. Nessun manierismo estetico ad appesantire le maglie di un suono che accende ricordi che sanno di Quatermass, Atomic Rooster, Sam Gopal’s Dream, Velvet Fogg. Gli anni Settanta che nessuno pare voler ricordare, insomma.
Detto questo veniamo a Stimmung, terzo album del gruppo pisano, attraversato ancora da quel fuoco seventies che, lungi dal bruciare la creatività del quartetto, ne alimenta le fiamme divampando su un suono elegantemente sospeso sulle griglie del tempo, maestoso e raffinato, con le tastiere IMMENSE di Michele che, larghe e profonde, evocano il fantasma di Vincent Crane (Crazy World of Arthur Brown e, soprattutto, Atomic Rooster) allungando le loro ombre minacciose (Intro), ora magistralmente suggestive (come in Kankweezler, con quel suono che si “apre” elastico ed espanso, NdLYS) sugli otto episodi del disco. Lontani dall’approccio onanistico di tanti brontosauri dalle zampe d’elefante, Standarte si misurano con un suono vibrante, denso, chiaroscurale, imbevuto di psichedelia heavy tardosixties e di hard primevo che si espande anche attraverso le cinque takes di Emmaus, ottimo compendio al fratello maggiore con cinque pezzi inediti (manco a dirlo…) ENORMI su cui svettano lo strumentale Axelrod con le chitarre di Davide Nicolini e l’organo groovedelico del Profeti a corteggiarsi come due amanti in amplesso, l’eleganza discreta di Nowhere Is Your Home e la sognante, eterea e fluttuante danza di Kazakistan.

 

                                                                       Franco “Lys” Dimauro

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