SPACEMEN 3 – Sound of Confusion / Performance (Fire)

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Lo shoegaze impazza e le ristampe infuriano.

All’appello non poteva mancare Sonic Boom e i suoi Spacemen 3, ovvio.

Anche se loro le scarpe le guardavano poco preferendo sedersi e guardarsi le ginocchia, totalmente persi negli effluvi delle droghe assunte per “fare musica per cui prendere droghe”, tanto per citare uno dei loro scioglilingua preferiti.

Il “suono della confusione” si riannodava ai classici della musica spietata degli anni ’60 e ‘70: Elevators, Stooges, Red Crayola, VU, Neu!, Hawkwind, Pere Ubu, Savage Resurrection, Beefheart.

Un gigantesco, unico accordo alterato e ipnotico.

I detrattori diranno che fosse solo distorto e soporifero, e voi dategli retta.

Come stare dentro il Big Bang, prima del bang. Masse informi di liquidi in movimento, gas che si espandono, aria satura, compressione, alterazione visiva, luci che esplodono e si rabbuiano, narcolessia, crisi claustrofobiche, tanoressia, acluofobia. Tutto molto psicotropo, dopato.

Performance è invece tratto dal tour di The Perfect Prescription. È il 1988 e gli Spacemen girano dal vivo con chitarre Phantom, le dita rattrappite attorno al solito accordo e gli occhiali neri calati sul volto. Si guardano l’un l’altro, mai il pubblico.

Completamente assuefatti allo zolfo che esce dai loro ampli. Psych Out.

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

P.S.: dedicato alla memoria di Sky “Sunlight” Saxon.

FIRELP015 Spacemen 3 - Sound OF Confusion LP SLEEVE

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LED ZEPPELIN – Untitled (Atlantic)

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Nel 1971 il consenso attorno ai Led Zeppelin è così ampio che la band può permettersi lo sfizio di mettere in circolazione un disco sulla cui copertina non campeggi nessun titolo e non venga fatta alcuna allusione al nome della band, osando quello che neppure i Beatles avevano osato fare.

Qualcuno, non la band, si sarebbe preso la responsabilità scontata di chiamarlo IV. Altri, in maniera non meno idiota, ZoSo, alludendo all’effetto grafico di uno dei quattro simboli runici scelti dalla band per raffigurare se stessi, con l’esattezza quello di Jimmy Page diventato oramai occultista incallito e accusato di aver venduto l’anima al Diavolo, tanto per dire balle su balle. Io non so come è andata. Ma fosse andata così, avrebbero investito bene entrambi.

Il quarto album della band inglese è il disco che separa le acque della storia dello Zeppelin. È la fuga più o meno definitiva dalle origini e l’inizio dell’ascesa verso un futuro dove non è più solo la carica sessuale del blues a venire amplificata e sputata sul pubblico estasiato ma una narcisistica enfatizzazione fallica del concetto di rock e di “durata”, di eccesso orgasmico e di eiaculazione massiva a diventare protagonista principale dello spettacolo Zeppelliniano.

Chitarre a doppio manico, poker di bacchette per batteria, bassi a cinque corde, patte sempre più gonfie, palchi sempre più grandi, immensi, sterminati.

Concerti sempre più affollati, aerei sempre più grossi, donne sempre più numerose, sempre più zoccole, sempre più esigenti. 

Il fallo di Robert Plant diventa uno dei più ambiti dalle groupies di tutto il mondo. I Led Zeppelin hanno conquistato il mondo e adesso piazzano la scala per il paradiso. Anche questa una fortissima allusione sessuale.

Perchè, come dice Plant, “a volte le parole hanno due significati“.

Forse addirittura tre.

Perchè qualcuno, ossessionato dalla passione per l’occulto di Page più di quanto questi lo sia di Belzebù, si prende la briga di far ruotare il disco al contrario (operazione diventata già consuetudine tra i fanatici dell’anti-rock) e di sentirci dentro parole che non ci sono.

E invece su di un albero accanto al fiume c’è un canarino che canta. Satana può dormire in pace. La “signora che tutti conosciamo” un po’ meno.

Morti i Beatles, morto Jim Morrison, morto Hendrix, il mondo sembra destinato a soccombere sotto il peso del dirigibile, così come il contadino della copertina si piega sotto il suo fascio di legna.

E, come non era importato prima, neppure adesso qualcuno fa caso al fatto che il famoso arpeggio di Stairway to Heaven fosse già stato scritto dagli Spirit di Taurus (se non addirittura dalla Chocolate Watch Band di And She‘s Lonely, NdLYS) o che il riff di Black Dog  fosse una scopiazzatura da Oh Well dei Fleetwood Mac, o ancora che l’imponente diga di When the Levee Breaks (e qui davvero, al di là della bravura ad usare gli attrezzi del mestiere, viene fuori un grandissimo lavoro di produzione che si erge maestoso grazie ad un muro di suono accentuato dall’uso dell’armonica sotto pelle e della batteria amplificata, NdLYS) avesse già iniziato a cedere nel 1929 sotto la chitarra della fragile Memphis Minnie. Sarebbe come dire che Elvis non aveva inventato nulla. E niente neppure i Beatles e niente i Rolling Stones.

Sarebbe. Ma non lo è.

Però, come sai, spesso le parole hanno due significati.

E a volte i nostri pensieri vengono fraintesi.

 

                                                                                                Franco “Lys” Dimauro

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THE BRIEFS – Sex Objects (BYO)

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Per Rich Coffee sono la miglior punk band in circolazione. E se non ha centrato il bersaglio, ha toppato di poco. Dimenticate lo sterco di casa Epitaph e fatevi perforare dalle scariche elettriche di questo quartetto di Seattle che suona come la versione psicotica dei Buzzcocks. Abituati ai pupazzi a molla delle serate di MTV vi sembrerà di essere finiti nel circo matto di Mangiafuoco. Sex Objects perfeziona ulteriormente gli ottani del carburante elettrico dei due dischi precedenti con le schegge fulminanti di punk songs come Orange Alert, Halfsize Girl, So Stupid, No More Presidents. Al momento, assieme ai “colleghi” inglesi Stabilisers, non riesco a pensare a una band dal contagio più insidioso soprattutto considerando l’alto numero di manichini che affollano le vetrine del mercato punk oggigiorno. I Briefs sono una autentica scarica di ioni elettrici pronta per i vostri neuroni.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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