LED ZEPPELIN – Untitled (Atlantic)

Nel 1971 il consenso attorno ai Led Zeppelin è così ampio che la band può permettersi lo sfizio di mettere in circolazione un disco sulla cui copertina non campeggi nessun titolo e non venga fatta alcuna allusione al nome della band, osando quello che neppure i Beatles avevano osato fare.

Qualcuno, non la band, si sarebbe preso la responsabilità scontata di chiamarlo IV. Altri, in maniera non meno idiota, ZoSo, alludendo all’effetto grafico di uno dei quattro simboli runici scelti dalla band per raffigurare se stessi, con l’esattezza quello di Jimmy Page diventato oramai occultista incallito e accusato di aver venduto l’anima al Diavolo, tanto per dire balle su balle. Io non so come è andata. Ma fosse andata così, avrebbero investito bene entrambi.

Il quarto album della band inglese è il disco che separa le acque della storia dello Zeppelin. È la fuga più o meno definitiva dalle origini e l’inizio dell’ascesa verso un futuro dove non è più solo la carica sessuale del blues a venire amplificata e sputata sul pubblico estasiato ma una narcisistica enfatizzazione fallica del concetto di rock e di “durata”, di eccesso orgasmico e di eiaculazione massiva a diventare protagonista principale dello spettacolo Zeppelliniano.

Chitarre a doppio manico, poker di bacchette per batteria, bassi a cinque corde, patte sempre più gonfie, palchi sempre più grandi, immensi, sterminati.

Concerti sempre più affollati, aerei sempre più grossi, donne sempre più numerose, sempre più zoccole, sempre più esigenti. 

Il fallo di Robert Plant diventa uno dei più ambiti dalle groupies di tutto il mondo. I Led Zeppelin hanno conquistato il mondo e adesso piazzano la scala per il paradiso. Anche questa una fortissima allusione sessuale.

Perchè, come dice Plant, “a volte le parole hanno due significati“.

Forse addirittura tre.

Perchè qualcuno, ossessionato dalla passione per l’occulto di Page più di quanto questi lo sia di Belzebù, si prende la briga di far ruotare il disco al contrario (operazione diventata già consuetudine tra i fanatici dell’anti-rock) e di sentirci dentro parole che non ci sono.

E invece su di un albero accanto al fiume c’è un canarino che canta. Satana può dormire in pace. La “signora che tutti conosciamo” un po’ meno.

Morti i Beatles, morto Jim Morrison, morto Hendrix, il mondo sembra destinato a soccombere sotto il peso del dirigibile, così come il contadino della copertina si piega sotto il suo fascio di legna.

E, come non era importato prima, neppure adesso qualcuno fa caso al fatto che il famoso arpeggio di Stairway to Heaven fosse già stato scritto dagli Spirit di Taurus (se non addirittura dalla Chocolate Watch Band di And She‘s Lonely, NdLYS) o che il riff di Black Dog  fosse una scopiazzatura da Oh Well dei Fleetwood Mac, o ancora che l’imponente diga di When the Levee Breaks (e qui davvero, al di là della bravura ad usare gli attrezzi del mestiere, viene fuori un grandissimo lavoro di produzione che si erge maestoso grazie ad un muro di suono accentuato dall’uso dell’armonica sotto pelle e della batteria amplificata, NdLYS) avesse già iniziato a cedere nel 1929 sotto la chitarra della fragile Memphis Minnie. Sarebbe come dire che Elvis non aveva inventato nulla. E niente neppure i Beatles e niente i Rolling Stones.

Sarebbe. Ma non lo è.

Però, come sai, spesso le parole hanno due significati.

E a volte i nostri pensieri vengono fraintesi.

 

                                                                                                Franco “Lys” Dimauro

 Led_Zeppelin_4

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