GUNS N’ ROSES – Appetite for Destruction (Geffen)

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G per le pistole, R per le rose.

L’amore e la violenza che si incontrano sull’asfalto di Los Angeles.

Quando scendono in strada i Guns n’ Roses per raccontarcelo, gli angeli sono però già andati tutti via.

Un’ascesa fulminea e scattante, quella del gruppo californiano. Forse in assoluto quella dall’impatto più devastante di tutto il rock americano degli anni Ottanta. Dalle stalle alle stelle nel giro di ventiquattro mesi. Un salto così rapido ed elevato da costringerli a disintegrarsi un poco alla volta per poter fare rientro sul pianeta Terra.

Un disco, una band, che sposano tutti i luoghi comuni del rock ‘n roll. Sesso, droga, violenza, linguaggio scurrile, oltraggio, risse e misoginia.

E tutta l’ostentazione cruda e tamarra di un machismo per metà vero e per metà di cartapesta. 

Appetite for Destruction, uscito quando la band è ancora sconosciuta fuori dal giro di Los Angeles, è un disco che tocca la perfezione e che sazia quell’appetito di cui si fa bandiera: quello per un suono crudo e stradaiolo che fa piazza pulita del rock di plastica e torna a ruggire come un leone che ha passato troppo tempo in gabbia.

Tutta la perfidia folle e lussuriosa del rock in un unico, goloso boccone.

Appetite for Destruction non conosce punti deboli.

È roccioso e compatto, ruffiano e romantico, spietato e ammiccante.

Una spruzzata di antiruggine sulla vecchia inferriata hard rock dietro cui avevano sfilato gli ACϟDC e gli Aerosmith e che gli eroi del glam-metal venuti prima di loro avevano dipinto con una mano di eyeliner e qualche soffio di lacca.

Non c’è una sola canzone meno che necessaria, dentro la scaletta di Appetite for Destruction.

Tutti i gironi infernali della Città degli Angeli vengono percorsi, traccia dopo traccia.

Prostituzione, alcol, eroina, promiscuità, motori, pornografia, teppismo, violenza.

Tutto cantato con la disinibita e famelica aggressività dei vent’anni, l’età in cui hai fame di tutto, senza sapere esattamente cosa ti sazierà.

Dietro la voce di Axl Rose si dipana un arrogante abbecedario di riff memorabili accesi da una ritmica essenziale ma straordinariamente efficace in un inarrestabile rituale di qualunquismo rock annichilente ed orgiastico, in una lode fallica che dovrebbe impietrire le folle e che invece riaccende il vigore mascolino del pubblico e torna a far inzuppare le ragazzine come quando Dio Plant si concedeva agli esseri umani per una gita fuori dall’Olimpo degli Dei.

È la celebrazione pleonastica ed edonistica di un certo modo (estremamente vuoto, per i detrattori, estremamente intenso per gli estimatori) di vivere il rock, portato nelle grandi arene da cinque ragazzi dall’immagine volutamente stracciona di  eroinomani belli e maledetti. Un album in bilico tra volgare retorica e accesa catarsi metallica, nato già perfetto. Non sarebbe stato necessario incidere altro, per i Guns n’ Roses. E tutto quell’ altro che hanno inciso, infatti, non è servito a nulla.  

 

 

                                                                                                Franco “Lys” Dimauro

    Appetitefordestruction

THE ROMANS – Last Days at the Ranch (Down There)

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Pochi, veramente pochi si ricordano dei Romans.

Eppure, se avete passeggiato lungo le strade polverose del rock americano avrete sicuramente avuto a che spartire con qualcuno di loro o degli altri bovari che frequentavano il loro ranch: 45 Grave, Monitor, Consumers, Green on Red, Dream Syndicate, Opal, Mazzy Star, Droggs, Giant Sand, Human Hands, B-People, Thin White Rope, John Wesley Harding, Willard Grant Conspiracy e Dio solo sa chi altri stia dimenticando. Una storia iniziata nella California soffocata dalle ruggini ferrose del dopo-punk (la stessa dei Wall of Voodoo, dei Savage Republic, dei Christian Death e dei T.S.O.L., per capirci) e finita dentro le paludi del grassroots revival che scosse l’America al giro di boa degli anni Ottanta (quella dei Dream Syndicate e dei Long Ryders, sempre per essere chiari).

Detto in altro modo, l’unica cosa che troverete simile tra il loro disco di debutto (You Only Live Once, 1983) e questo secondo e ultimo album è la formazione che li ha costruiti entrambi.

Per il resto, a parte il nome che campeggia in copertina, si tratta di due dischi distanti anni luce, malgrado li separino solo tre anni.

Laddove il primo disco regalava piccoli scorci di surf music dell’era digitale offrendo una versione alternativa al western alcaloide dei Wall Of Voodoo, Last Days at the Ranch è un album intriso di sapori da vecchia fattoria.

Insomma, laddove non era riuscito Paul B. Cutler (produttore del disco dell’83) riuscirà suo compare Steve Wynn che, passati i giorni del vino e delle rose, si ritroverà accanto a loro per gli ultimi giorni al ranch, seduto dietro al banco regia e qualche volta in piedi davanti ai microfoni.

Malgrado questo fulmineo cambio di pelle puzzasse allora di sterco (nel senso che l’impressione “a caldo” fu quella che i quattro teppisti californiani avessero deciso di calpestare consapevolmente qualche grossa padellata di cacca di bue pur di approfittare delle amicizie nel giro giusto, NdLYS), risentito oggi saltando giù dal carro dei colpevolisti Last Days at the Ranch, col suo carico di chitarre scorrazzanti, mandolini e pianoforte elettrico (suonato da Chris Cavacas dei Green on Red) conserva un suo fascino e una sua dignità che gli permettono di difendere con orgoglio il suo posto tra i dischi che costruirono l’epopea del Paisley Underground e della restaurazione dei suoni della vecchia America, fatti di musiche rassicuranti e familiari eppure percorse da una urgenza giovane figlia da quell’attitudine punk condivisa da tutti i gruppi della scena che resero queste periferie springsteeniane così appassionate e romantiche.

Poi, anche quest’Impero sarebbe crollato.

Ora è il momento di scavare.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

Romans - The Last Days At The Ranch [vinyl front]