THE ULTRA ELECTRIC MEGA GALACTIC – The Ultra Electric Mega Galactic (Orbit Unlimited)

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Lasciato l’amico Dave Wyndorf a fare l’hobo man dello spazio profondo, Ed Mundell si infila la sua tuta da venusiano e parte alla conquista delle stelle.

Un viaggio che è anche un viaggio psicologico, alla ricerca di una identità che era andata squamando negli ultimi anni con i Monster Magnet, obbligata a venire a patti con un mercato che reclamava canzoni di impatto con cui Mundell sentiva di avere sempre meno a che fare.

Con lui ci sono Rick Ferrante dei Sasquatch e Collyn McCoy degli Otep, in formazione triangolare come quella dei Blue Cheer e della Experience di Hendrix, anche se è Mundell a caricarsi di gran parte del lavoro mettendo in sequenza riff su riff in un’ inarrestabile ascesa verso lo zenith del rock iperelettrico.

Nessuna voce, nessuna concessione al singolo di successo e tutta la libertà di poter scorrazzare su piste di granito lunghe anche più di undici minuti (The Third Eye, In the Atmosphere Factory).

The Ultra Electric Mega Galactic è una jam di cinquantacinque minuti che attraversa i paesaggi cari al biondo chitarrista americano e che ci ha lasciato sbirciare dagli oblò delle astronavi Atomic Bitchwax, Scene Killer, Gallery of Mites e Monster Magnet.

Fuzz, nastri a rovescio, Echoplex, wah-wah, Memory-Man e tutte quelle diavolerie di cui Ed è ormai un gran maestro si spartiscono quel poco di ossigeno che si respira qui dentro, in questa astronave in fuga tra le stelle.    

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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THE FUZZTONES – Live in Europe! (Music Maniac)

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Appena dopo la pubblicazione del seminale Lysergic Emanations i Fuzztones vengono invitati da Dave Vanian dei Damned ad aprire le date europee del tour di promozione a Phantasmagoria.

Le tinte dark con cui è ammantato il garage-sound del gruppo newyorkese affascinano i tanti seguaci anglosassoni del gotico.

Non solo Dave Vanian e Ian Atsbury si proclamano fan del gruppo di Rudi Protrudi ma una intera fetta del pubblico dark/punk si scopre affascinato dal suono e dall’immaginario evocato dai Fuzztones e dai loro concittadini Cramps.

La prima tournèe europea dei ‘tones è un successone.

Un fiume in piena che conquista tutti e fa nuovi schiavi.

Veni, vidi, vici.

Una scaletta che è un concentrato di energia e un blister della filosofia che sta dietro ai Fuzztones con gli omaggi dovuti ai padri.

Stooges, Count Five, Cramps, Davie Allan, Outcasts, Link Wray, Love, Wheels, Kenny & The Kasuals, Bold: quando i Fuzztones approdano sul Vecchio Continente portano con sé la cassapanca con le loro suppellettili preferite.

Perché tutti capiscano di cosa stanno parlando. E per sentirsi meno soli.

I Fuzztones nel 1985 sono la miglior band di rock ‘n roll sul pianeta Terra, pronta a spargere il proprio liquido seminale sul mondo intero.

Eccovene una coppa piena.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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JOY DIVISION – Still (Factory)

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Un’austera copertina in classico stile Factory stampata su duecentoottantatre pollici di stoffa grigia introduce alla prima celebrazione discografica dei Joy Division, entrati nel mito prima ancora che Ian arrivasse alle porte del Paradiso, dopo aver visitato l’Inferno per ventitre anni.

Un doppio album che raschia il fondo del barile delle registrazioni della band di Manchester con quattro pezzi (Excercise One, The Only Mistake, Walked In Line, The Kill) cestinati dalla scaletta di Unknown Pleasures, due brani (Ice Age, Dead Souls) scartati da Licht Und Blindheit, il singolo pubblicato poi per la francese Sordide Sentimental, due scarti ciascuno (Something Must Break e Passover) dalle sessions per gli storici singoli Love Will Tear Us Apart e Transmission, la Glass pubblicata su A Factory Sample e una rendition di Sister Ray registrata dal vivo a Londra nell’Aprile del 1980.

Le altre due facciate di questo doppio sono invece la documentazione sonora dell’ ultimissimo spettacolo dei Joy Division, due settimane prima che Ian spiccasse il volo dimenticando di staccare il collo dal soffitto.

Al di là dell’altalenante scaletta con picchi di statuaria bellezza in Ice Age e Something Must Break (due pezzi che racchiudono tutta la new-wave italiana che esploderà nella Firenze dei primi anni Ottanta, NdLYS) è proprio la documentazione dell’ultimo tormentato concerto a rendere Still una raccolta inevitabile.

Viene da chiedersi quali immagini, quali figure attraversassero la mente di Ian quella sera. Quali nebbie lo separassero dal resto del palco, quali distanze lo dividessero da quella folla in tripudio mentre le luci accecavano i suoi occhi senza neppure riuscire ad illuminarli.

 

                                                                                                Franco “Lys” Dimauro

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WALL OF VOODOO – Lost Weekend – The Best of I.R.S Years (Varèse Sarabande)

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Un tempo me ne fregavo di tutto.

Non sapevo cos’era lo spread (e non lo so ancora), i grassi idrogenati, le metastasi, gli amidi modificati, il digitale terrestre, le lampade a basso consumo, gli accordi sospesi, gli allergeni, la pensione integrativa, l’ovulazione, la prostatite, il push-up, la fase down.

Mi bastava poco per essere felice: Pane e Nutella, i giornaletti di Sukia e una cassetta dei Wall of Voodoo. E un Gucciniano “a culo tutto il resto” non me lo toglieva nessuno.

Con gli anni mi sono diseducato alla felicità ed è cresciuta l’invidia per voi che stretti nelle vostre giacche di sartoria e soffocati dai nodi delle vostre cravatte salite pieni di accessori sulle vostre SUV lucide come le gambe delle vostre mogli dopo la depilazione. Notebook, bluetooth, tom-tom, I-Pad, guanti di lattice e boccetta di Amuchina e via, verso l’approdo sereno del vostro ufficio lindo e profumato, pronti a lucidare qualche sedere o a farvi leccare il vostro.

Vi invidio, tribù di terrestri.

Vi guardo dal buco della mia parete di tufo e vi ammiro.

Poi però mi arriva un disco come Lost Weekend e torno a sbattermene del mondo.

Quello vostro, intendo.

Mi siedo sul mio toro meccanico e giro per la pampa messicana cantando Mexican Radio, divento un agente dei servizi segreti in fuga mente ascolto Red Light, mi sistemo il bolo e i cinturoni mentre passa Far Side of Crazy, provo a disegnare un cuore che non sanguina mentre incalza Crack the Bell, sistemo i miei fagioli in scatola nelle bisacce intonando Call of the West, preparo il mio barbecue sotto la pioggia di microchip di Factory, fumo il mio peyote alle porte del deserto del Mojave spinto dai cingoli elettronici di Big City, lucido i miei speroni dopo aver attraversato la palude di Ring of Fire e non vi invidio più quando volo sull’Interstate 15.

Vi guardo come un bonzo dalla sua pagoda e rido di voi.

E tengo il conto dei capelli che ho perso, come un bambino che ha paura della carie.

                                                                           

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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THE CRAMPS – Smell of Female (Vengeance)

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Puzzo di donna.

Con un titolo così, se non entri di diritto nella storia del rock, entri a fionda nei miei scaffali di dischi.

Soprattutto se ti chiami Kristy Marlana Wallace e ti fai chiamare Poison Ivy Rorschasch. Allora puoi entrare anche altrove.

Access all areas. Soprattutto quelle della zona notte.

Smell of Female è un disco dal vivo.

Ma non il solito disco dal vivo.

È un disco dal vivo dei Cramps.

E un disco dal vivo dei Cramps puzza sempre di sesso e di donne, anche se non lo dice il titolo. Lo dice la loro musica.

Qui dentro lo dicono queste nove tracce registrate al Peppermint Lounge e re-incise

su vinile giallo dall’etichetta di proprietà della band.

Una scaletta che è una vertigine rock ‘n roll:

The Most Exalted Potentate of Love

You Got Good Taste

Call of the Wighat

Faster Pussycat

I Ain‘t Nothing But a Gorehound

Psychotic Reaction

Beautiful Gardens

She Said

giù giù fino allo schianto di Surfin’ Bird.

Una roba che ti cola dalle mutande come fosse latte di donna.

Un disco che ti fa venire lo scolo anche solo a metterlo sul piatto.

Chi non ci crede si accomodi e ordini il suo Martini Dry che alla musica lounge per accompagnare il viaggio delle olive nelle vostre cavità orali ci pensano loro.

Tappatevi il naso, benpensanti.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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THE CLASH – Combat Rock (CBS)

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Dopo i pasti ipercalorici di London Calling e Sandinista! i Clash non sono ancora sazi. Quando è il momento di mettere mano a quello che diventerà l’ultimo album dei Clash “storici” decidono che sarà ancora un album doppio.

I Clash sono, in quel momento, una balena dalla bocca gigantesca che ingoia qualunque cosa. Musica sudamericana, rock ‘n’ roll, jazz, musica western, rap, swing, reggae, punk-rock, dub, garage, calypso, bluegrass, protest-songs, funky, disco-music. Una babele che permette loro di poter dire qualunque cosa, e sempre in forme diverse.

Già da qualche anno non sono più una punk-band ma un’intera orchestra, sono i Beatles dentro gli Abbey Road, sono Phil Spector dentro i Gold Star Studios.

A metterci le mani c’è lo stesso Mick Jones.

Ma i rapporti tra Joe e Mick non sono più quelli di cinque anni prima.

Joe storce il naso un po’ troppo quando si parla del vecchio amico. Si dichiarerà insoddisfatto del suo lavoro al mixer, prima di cacciarlo fuori dalla band a lavoro ultimato. Alla produzione viene chiamato Glyn Johns, una porzione del disco viene definitivamente cestinata, un’altra fetta viene ristrutturata, un’altra costituirà l’ossatura di quello che invece diventa un album singolo con il titolo di Combat Rock.

Un disco che è sempre stato offuscato da quello che c’é stato prima. Come quando stai per troppo tempo affacciato al balcone, arrendevole alla luce e al calore di un sole troppo bello per starsene da solo e poi rientri repentinamente. Gli occhi faticano a riadattarsi e quello che ti salva da quell’improvvisa muta tenebrosa è la familiarità col posto, con l’ambiente. Riesci ad evitare abilmente il salotto e il tavolo, probabilmente inciamperai in una sedia riposta malamente. Difficilmente sbatterai il grugno su qualche porta.

Combat Rock è invece un disco bello, irrequieto, anche se la sua seconda parte lascia trapelare uno spirito ammansito, come di un leone che dopo la sua battuta di caccia torna a godersi il torpore. Perché i Clash a quel punto possono nutrirsi di tutto e questo, se da un lato incute rispetto e timore, è una consapevolezza che ne ha ormai attutito l’effetto-sorpresa. Possono ancora sprofondarci le zanne al collo, ma ora abbiamo l’accortezza di saperne stare alla larga.

Loro sono sempre i Re della foresta. Ma noi sappiamo essere cauti.  

È il prezzo da pagare per essere ammessi alla “classicità” del rock-system, per avere le loro figurine sull’album delle stelle del rock.

Ha lo stesso carico di merci buttate un po’ alla rinfusa che stava sul TIR di Sandinista! solo che qui è tutto stipato in un furgone.

Cosicché la cosa più minchiona scritta fino a quel momento dai Clash (ovvero Should I Stay Or Should I Go, con quell’orribile riff rubato a Farmer John, NdLYS) è costretta a stare fianco a fianco con alcune tra le più belle: Car Jamming che la precede è un incalzante funky di acciaio, una danza da trincea somala, sacchi di sabbia sahariana che vengono abbattuti da carri armati ossidati sotto la caligine africana.  

Rock the Casbah che la segue è invece quella cosa straordinaria che tutti sappiamo: una danza multirazziale tra le dune del deserto, sotto le ombre dei Phantom F-4 e i MiG-21 che si scambiano occhiate di fuoco nei cieli sauditi.

Pur se vagamente imparentata con la Empty Sky di Elton John, un classico tra i classici, come la Know Your Rights messa in apertura di disco con il suo tono barricadero e uno Strummer che non canta, declama.

Fiera e incalzante, come un cane da combattimento.

La seconda facciata del disco indugia invece sul lato più sperimentale della band, con un Paul Simonon diventato inarrestabile (Overpowered By Funk e Sean Flynn sono il suo regno), le chitarre che sembrano inghiottite da un buco nero, abrase fino a lasciarne solo delle polveri sottili e qualche comparsata più (Allen Ginsberg, Joe Ely) o meno (il graffitista Futura 2000) illustre.

Da lì a breve della più bella rock band del mondo resterà solo qualche briciola di rancore e qualche muso lungo, un’appendice di storia intitolata Cut the Crap che vale quanto il sequel di Psycho, ovvero meno che niente.

E un’altra bara da seppellire. Con buona pace per quanti non avevano loro mai perdonato di non aver sacrificato i propri martiri sull’altare pagano della rivoluzione punk.

Ora il debito è saldato. Potete finalmente aggiornare i vostri merdosi libri di storia con gli aggettivi che gli avete sempre negato.

 

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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RAMONES – End of the Century (Sire)

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Se qualcuno ve lo vende come il peggior disco dei Ramones voi compratelo.

Anzi, fatene un’arma per trattare sul prezzo.

E portatevi a casa il capolavoro pop dei fratellini Ramones che all’alba degli anni Ottanta sono presi in ostaggio da Phil Spector nei Gold Star Studios di Los Angeles.

Sono gli stessi dove Phil ha creato il wall of sound che è da sempre un’ossessione per Joey. Ogni volta che scrive un pezzo per la band, ogni volta che sale su un palco a fare il suo one-two-three-four show, Joey ha in mente quel suono.

Lo ha rincorso per anni.

Ora ha chiesto a Spector di lavorare con loro.

E Spector ha accettato.

Ma Phil non è più il ragazzo strampalato degli anni Sessanta.

E’ reduce da un incidente gravissimo che lo ha quasi portato nell’oltretomba.

Gli hanno preso il cervello dall’asfalto e glielo hanno rimesso a forza dentro il cranio, ricucendolo con 700 punti di sutura. E da allora è diventato un folle con la mania per le armi da fuoco. Quando apre la porta degli studi con in mano una pistola, i Ramones si accorgono di essere in trappola.

Phil punterà quella pistola in faccia alla band più volte, durante queste interminabili sedute di registrazione. Phil odia i Ramones. Li giudica degli incapaci che sognano di suonare perfetti come i Beach Boys. E lui è ossessionato dalla perfezione.

Il solo accordo che apre l’album (quello di Do You Remember Rock ‘n Roll Radio?, per capirci) verrà risuonato CENTOSESSANTA VOLTE prima della volta decisiva. Dodici ore di sessions in fumo per un solo accordo. Con la band che minaccia di andarsene e Phil che li tiene sotto tiro con la sua Calibro 38.

Indovinate voi se alla fine siano rimasti o no.

End of the Century viene lavorato in questo clima da delirio omicida che contrasta con la dolcezza pop che Spector riesce a tirare fuori dal caos primordiale dei Ramones. L’album regala alla band il primo successo da classifica. Perché siamo nel 1980, c’è stato il punk, l’hard rock e sta esplodendo la furia hardcore e metal ma ai violini nessuno riesce ancora a dire di no e così Baby, I Love You, scritta da Spector per le Ronettes quasi vent’anni prima, plana in classifica. È il momento di massima visibilità per la band, grazie anche alla commedia cinematografica Rock ‘n Roll High School che sdogana i Ramones anche sulle terre emerse e non solo nel mondo sommerso della musica per tossici.

I Ramones arrivano anche sulla copertina di Topolino, il 6 Settembre del 1981.

Ma al di là dei meriti (o demeriti) commerciali, End of the Century è il disco che ridisegna il suono dei Ramones senza rinnegarlo, come sarà fino alla fine.

E’ come se la band fosse arroccata sul suo castello (il disco ha palesi rimandi alle “storie” del primo album, come è evidente su The Return of Jackie & Judy o This Ain‘t Havana) mentre Phil Spector cerca di demolirla mattone dopo mattone.

La fortezza però resiste, mentre i fratelli sparano cartucce come Chinese Rock, Let‘s Go, High Risk Insurance o una perla di pop romantico come Danny Says che molti idioti non perdoneranno mai a Joey e che invece è una delle cose più preziose che abbia mai scritto, in grado di competere davvero con le delizie pop degli anni Sessanta che con i suoi occhi da miope ha sempre guardato dalla finestra di casa sua.

 

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

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ENO – Here Come the Warm Jets (Island)

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Se lo ascolti ora, quarant’anni dopo, probabilmente puoi pure farlo mentre apparecchi e prepari il tuo sushi che sa di piscio giapponese.

Ma all’epoca della sua uscita Here Come the Warm Jets è un disco che non può non lasciarti stordito.

Tutto è gigante, qui dentro.

Tutto è folle e gigante.

Tutto è abbagliante, folle e gigante.

Tutto è fottutamente perverso, abbagliante, folle e gigante.

Brian Eno esce dall’ombra dei Roxy Music e accende il suo faretto viola.

Preme su una cazzo di macchina a pedale e te lo spinge in gola, come una sonda gastrica al neon. Here Come the Warm Jets è disco dall’estetismo acceso e sfrontato. Più ancora di quello che i Roxy Music avevano osato, più di quanto Bowie oserà dopo esserselo portato a letto.

Eno è l’uomo-macchina del glam. Uno specchio deformato da cui si riversano immagini atroci come quelle di Baby‘s on Fire (con la chitarra di Robert Fripp che si contorce come un serpente cui è stata schiacciata la testa), Driving Me Backwards, Blank Frank (la versione androide di Bo Diddley, NdLYS) o Needles in the Camel‘s Eye, voci dionisiache come quelle di On Somefaraway Beach o Some of Them Are Old e infernali come i cori di Dead Finks Don‘t Talk dove sono racchiusi tutti i Bauhaus che verranno.

Here Come the Warm Jets spande veleno, metallo e lustrini sul doppio bianco dei Beatles portando a conseguenze estreme la schizofrenia di quell’ altare pop.

C’è una sorta di perfidia latente che serpeggia lungo questo disco, una sorta di lascivia perniciosa e sintetica che si gonfia come un impalpabile e ferale vapore colorato fino a rilasciare una infinita pioggia di fibre ottiche che penetrano nella pelle come lame, un erotismo asessuato e marziano che va inalato con le narici, come piccole strisce di cocaina. La nascita del gENiO pop.   

 

                                              

                                                                                                Franco “Lys” Dimauro      

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JAPAN – Obscure Alternatives (Hansa)

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Le registrazioni di Obscure Alternatives si svolgono con i Japan ancora ostaggi dell’Hansa Records e dell’immagine porno-glam che l’etichetta ha loro cucito addosso. Le direttive dettate al team Ray Singer/Chris Tsangarides sono chiare: costruire la disco-music per il nuovo popolo di new wavers in cerca di eroi, sfruttare l’androgina bellezza di David Sylvian per tirare a bordo della scialuppa Japan uomini e donne dall’incerta identità sessuale, orfani figli dello sperma alieno di Ziggy Stardust e delle pose dandy di Bryan Ferry.

In contrapposizione a queste richieste i Japan cercando di lasciar filtrare una identità musicale ancora incerta.

Se non più adolescente, di certo non ancora adulta.

Le chitarre sono ancora le protagoniste assolute della confusa scaletta messa in piedi dal gruppo inglese, sia quando spadroneggiano con fare stonesiano (Sometimes I Feel So Low) o fraseggi degni di Brian May (Automatic Gun), quando simulano ritmiche da robot giamaicani (Rhodesia, Obscure Alternatives) o accennano spastici gesti funky (Deviation) sono ancora loro le prime attrici del caotico suono dei Japan.

La sorpresa, lo scorcio inatteso su quello che sarà il suono futuro dei Japan arriva in chiusura di album, nei sette minuti di The Tenant, registrata in proprio dopo aver cacciato produttore ed ingegnere del suono dagli studi.

È proprio questa, assieme alla Life in Tokyo registrata l’anno seguente assieme a Giorgio Moroder la chiave di volta per il sound dei Japan adulti.

La fase che segna il passaggio dall’adolescenza di un suono ambiguamente stritolato tra disco music, funky androide, glam e bubblegum all’elegante smoking dei gentiluomini con le polaroid.

The Tenant è l’accesso alla via del dolore che verrà percorsa attraverso The Other Side of Life, Nightporter e Ghosts. Un lungo gioco di gimnopedie pianistiche figlie di Satie, giochi Frippertronici di chitarre, distese polari di tastiere, campanelle orientali e un pigro assolo di sassofono a sostituire la voce di David, intento a smaltire le incazzature con Ray Singer.

Sono i primi sette minuti di vita dei nuovi Japan.

Sette minuti di dolore muto.

 

 

                                                                                    Franco “Lys” Dimauro

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FUGAZI – Steady Diet of Nothing (Dischord)

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Chi volesse avere chiaro tutto il concetto musicale alla base dell’alternative-rock degli anni Novanta può tuffarsi dentro Steady Diet of Nothing. È dentro questi trentasei minuti che viene riassunta tutta la logica “post” di quel decennio: ritmica frammentata e geometrica, alternanze, distorsioni, armonici, dissonanze, rarefazioni, rumori.

È lo scongelamento del cadavere ibernato del punk e il superamento dei suoi angusti canoni espressivi attraverso un progressivo denudamento del suo corpo.

Gli strumenti si sovrappongono ed incrociano, poi tornano a sfiorarsi ignorandosi, quindi si riannodano e si cementano all’unisono (si ascoltino Steady Diet o la breve introduzione a Long Division).

Se l’hardcore urlava la sua rabbia barricandosi dietro una parete di rumore, usando

la logica del branco per vomitare la sua indignazione, il suono dei Fugazi si apre lasciando che i suoi protagonisti vengano spinti fuori a fronteggiare il nemico.

È la rivalutazione filosofica e morale ma pure artistica dell’individualità e del cameratismo leale e partigiano.    

I compagni sono al tuo fianco, mai davanti a te.

Il loro sostegno diventa uno scudo psicologico, non fisico.

È la vera rivoluzione dell’emo-core di cui questo disco diventa il vero manifesto etico.

Non ci sono leader dentro i Fugazi.

Brendan Canty.

Joe Lally.

Ian McKaye.

Guy Picciotto.

In ordine alfabetico, come il registro del Maestro Perboni.

Io non ho famiglia, la mia famiglia siete voi”.

 

                                                                                    Franco “Lys” Dimauro

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