THE FUZZTONES – In Heat (Beggars Banquet)

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Praticamente disintegrati dopo l’uscita del seminale Lysergic Emanations, i Fuzztones tornano nel 1987 con formazione totalmente rinnovata e un contratto nuovo di zecca. Si dice il più ricco che una band garage abbia mai avuto. 

E anche il più combattuto, con un andirivieni continuo dagli uffici della Beggars Banquet per sottoporre i provini a chi di garage-punk non ha mai capito una mazza e ha preparato un contratto da far firmare alla band fidandosi delle raccomandazioni di Ian Atsbury, uno che di soldi all’etichetta ne aveva fatto guadagnare davvero tanti, con i dischi dei Cult.

Il compromesso porta il nome di Shel Talmy, uno che venti anni prima ha messo mano sui dischi di Kinks, Who, Easybeats, Creation. Non proprio le band che Rudi aveva in mente quando aveva messo su i Fuzztones ma sempre meglio della lista di produttori dark/wave che gli era stata sottoposta in prima battuta, insomma.

Il risultato arriva sugli scaffali nel 1989, ovvero l’anno in cui Glen Allen Dalpis diventa, non solo artisticamente ma anche legalmente, Rudi Protrudi. 

Un disco su cui si è detto di tutto, e quasi sempre per dirne male.

Troppo “muscoloso” o troppo “pulito”, troppo “prodotto” o troppo “hard”.

Tutte minchiate.

In Heat mostra un gruppo in perfetta coerenza con la propria linea evolutiva e che si sta scrollando di dosso la pesante eredità di cover-band e che, soprattutto, si sta affermando sul mercato rock senza svendere la propria identità e cercando di smarcare le trappole di un conservatorismo fine a se stesso che hanno già battuto quando il pubblico rideva dei loro caschetti e delle loro collane da cannibali.

I Fuzztones sono, ora, un’altra band. Più dura, senz’altro, ma assolutamente lontana dai cliché del barbaro rock da stadio. E capace di maneggiare riff esplosivi come quelli di In Heat, Hurt on Hold ricucito appositamente sul riff di Cellar Dwellar, Everything You Got (queste due ultime con delle MAGISTRALI sborrate di blues-harp ad opera di Rudi Protrudi, NdLYS) o, sul versante più doomy che la band non abbandonerà mai nel corso della carriera, le magistrali visioni gotico-psichedeliche di Black Box o Charlotte’s Remains.

Se la produzione di Talmy mira più a togliere ruggine che a incatramare le canzoni, ciò non impoverisce per nulla la resa esplosiva delle dodici tracce di un disco che mostra un gruppo in grande forma e in grado di spazzare via ogni dubbio sul suo stato di salute, musicale e sessuale. E se proprio di scivoloni vogliamo parlare, forse solo la scontata Nine Months Later ricalcata sulla Wild Man dei Tamrons o l’innocuo beat di What You Don‘t Know possono essere accusate di non lasciare veri ematomi sulla carne.

Per il resto, non fidatevi di nessuno, nemmeno di me.

Solo dei vostri ormoni.

Anche se non è detto che li abbiate.

  

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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R.E.M. – Chronic Town (I.R.S.)

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Un demone buffo e annoiato campeggia sul primo disco a dodici pollici dei R.E.M.

Un disco lungo mezzo album, secondo una prassi tipica del rock americano indipendente di quei primi anni Ottanta (Dream Syndicate, Green on Red, Long Ryders, Hüsker Dü, Unclaimed, Miracle Workers, Three O’Clock, True West, solo per dire di alcuni, esordiranno in formato analogo, NdLYS), un disco cui è destinato il compito di confermare le buone impressioni di quello che con buona approssimazione è da considerare uno dei 45 giri più influenti del rock americano degli anni Ottanta: Radio Free Europe.

Siamo in una zona limitrofa a quella dei chiaroscuri del Paisley Underground, un ritorno alla formula asciutta ed essenziale del rock degli anni Sessanta. Che per i R.E.M. sono essenzialmente i raga dei Velvet e il jingle-jangle dei Byrds. Una formula che la band di Athens e i loro produttori non hanno ancora imparato a scrollare da una certa uggia new-wave. Sono cinque haiku circolari e sottilmente nervosi, costruiti tenendo fede al nome onirico scelto dalla band.

Gli assoli vengono banditi in favore di una successione di piccole sequenze di arpeggi e di brandelli di accordi, scompigliati appena da brevissimi ponti strumentali in nome di un minimalismo che verrà via via tradito da musiche sempre più sontuose.

Chronic Town è l’inizio dell’indie-rock, così come lo si intenderà per un decennio ed oltre.

I vecchi punk rimangono lì a sputare sotto il palco.

I nuovi eroi hanno i capelli lunghi e le camice colorate.

È tempo di tornare a casa.

 

Franco “Lys” Dimauro

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FUGAZI – The Argument (Dischord)

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L’atto conclusivo della vicenda Fugazi mette in mostra un gruppo con tante cose da dire. Fino alla fine.

The Argument scioglie definitivamente la furia hardcore in un gomitolo di trame trance-rock e di psichedelia dalla morfologia sfuggente e adulterata. È l’epilogo della vicenda Fugazi e i quattro di Washington abbandonano la waiting room, ma in pigiama. Con un disco un po’ più nudo e quindi più vulnerabile, soprattutto nella sua parte centrale mentre altrove Full Disclosure, Epic Problem, Ex-Spectator tornano a sporcare le pareti di schizzi punk androidi, mostrando dolore sopra il dolore.

Non tutto è salvabile, in ogni caso. L’iniziale Cashout ad esempio morfologicamente è molto vicina a una sorta di duetto tra Anthony Kiedis e Flea epoca Californication. Altre analogie con il suono ammansito dei Red Hot Chili Peppers dell’ epoca rivela del resto pure la chiusura affidata a The Argument.

Altrove a regnare sovrana è una tendenza alla riconciliazione con l’indie-rock meno rumoroso (Life and Limb, The Kill, Strangelight, Nightshop) e più sonnolento ed ortodosso. È l’album più di routine tra i sei prodotti dalla band di Washington, nonostante la voglia di allargare a collaborazioni esterne al gruppo le porte della più importante istituzione del punk americano degli anni Novanta.
Le vicende familiari dei singoli componenti porteranno la band ad ibernarsi già l’anno successivo, senza mai tuttavia ufficializzare uno scioglimento o una rottura definitiva.

Perché i sogni non finiscono mai.

Solo, ogni tanto, ci lasciano tormentare nell’attesa del prossimo.

 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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THE DOORS – Waiting for the Sun (Elektra)

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A dispetto di una creatività calante, Waiting for the Sun regala ai Doors il maggior successo commerciale della carriera (finendo al primo posto nelle classifiche di vendita degli album ma pure dei singoli grazie alla banale e kinksiana Hello I Love You) dimostrando quanto il carisma di Jim Morrison sia riuscito a penetrare in fondo non solo tra le masse dei capelloni e degli intellettuali della beat generation ma nel mercato musicale globale. Le cronache dei concerti al limite dell’osceno, degli oltraggi, degli arresti fungono da amplificatore per la notorietà della band costruendo a poco a poco la gabbia dentro cui Morrison resterà intrappolato.

La necessità della Elektra di monetizzare sull’enorme potenziale dei Doors si scontra con le ambizioni poetiche di Jim Morrison finendo per manipolare la scaletta del disco sacrificando la lunga The Celebration of the Lizard che nelle intenzioni del gruppo avrebbe dovuto occupare una intera facciata dell’album.

Il testo integrale del poema verrà pubblicato all’interno della copertina ma solo un piccolo estratto musicale troverà spazio sull’album, col titolo di Not to Touch the Earth. Musicalmente l’album ripiega spesso sui vecchi amori dei suoi protagonisti: la chitarra flamenco di Robby Krieger veste di umori andalusi la bella Spanish Caravan, le antiche gighe medievali amate da Ray Manzerek vengono rievocate nel valzer di Wintertime Love mentre John Desmore ha modo di appagare il suo amore per la musica jazz sulla dolorosa Yes, the River Knows.

Waiting for the Sun registra inoltre il parziale abbandono dell’organo Continental che aveva caratterizzato gli esordi della band a favore del piano elettrico che diventerà il protagonista della seconda fase della storia dei Doors, registrando così il passaggio dall’acid-rock degli albori verso il pop barocco dei due dischi “di mezzo”. La ricerca di un’identità artistica svincolata dai canoni del rock psichedelico produce però un disco poco omogeneo, costruito accostando mattoni di diversa estrazione che non aiutano a tirare su un muro compatto come lo era stato per The Doors e Strange Days.

Però in quel lontano 1968 i Doors piacciono a tutti.

Perché sono il simbolo di una irrequietezza generazionale che ha grandi sogni da realizzare.

Non ne realizzerà alcuno.

E i sognatori di quella stagione sono diventati i nuovi tiranni e i nuovi politici di oggi.

E oggi i loro figli continuano a immaginare un mondo migliore, aspettando il sole proprio come i loro padri. Solo per il gusto di vederlo tramontare.

 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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THE SMITHS – “Rank” (Rough Trade)

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Un disco dal vivo per un gruppo morto.

Questo è, nei fatti, “Rank”, il live album annunciato col titolo provvisorio di In Heat e pubblicato da Rough Trade nel Settembre del 1988 nell’ ultimo sciocco tentativo di sfruttare il nome della band separatasi esattamente un anno prima.

Discutibile nella scelta della scaletta (il parziale set esibito dal vivo al Kilburn‘s National Ballroom il 23 Ottobre del 1986 epurato di sei pezzi, NdLYS) “Rank” è l’unico disco ufficiale a documentare gli Smiths in formazione a cinque, ovvero con il supporto di Craig Gannon alla seconda chitarra.

Craig verrà messo alla porta proprio alla conclusione di quel tour.

A lui verrà risparmiato di assistere al rapido declino della più importante band inglese degli anni Ottanta. A noi no.

“Rank” offre la band in ottima forma pur senza aggiungere nulla al valore del gruppo, a parte un funkeggiante inedito strumentale intitolato The Draize Train e un accenno alla His Latest Flame proprio in apertura di Rusholme Ruffians a mostrare ancora una volta il suo profondo amore per il rockabilly storico.

E anche se pezzi come Panic o The Boy with the Thorn In His Side sembrano uscirne un po’ abbrutiti, gli intrecci di Rickenbacker su pezzi come Vicar in a Tutu, I Know It‘s Over o sulla vecchia Still Ill sono ancora lì a ricordarci chi teneva la fiaccola accesa nell’angolo buio della nostra stanza e a chi era riuscito a farci piangere mentre tutto il mondo ci imponeva di sorridere come cartelloni pubblicitari.

Gli Smiths sono nostri, e ci devono una vita.

 

 

                                                                                                Franco “Lys” Dimauro

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THE BIRTHDAY PARTY – Junk Yard (4AD)

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Rat Fink il sorcio malvagio è il testimonial del secondo album dei Birthday Party.

Un altro breviario di preghiere blasfeme sputate sul pubblico da un Nick Cave tarantolato ed eccessivo, un Mangiafuoco eroinomane che si contorce sotto le scariche di un blues tormentato ed etilico.

Le chitarre di Rowland S. Howard e Mick Harvey sono ferraglie accartocciate che si contorcono sotto il fuoco voodoo, in un cerimoniale pagano di putrescenza che porta all’ asfissia qualunque spettatore. 

Espiazione attraverso il supplizio.

Non c’è altro modo di conquistarsi un pertugio di paradiso, ammesso che ci sia.  

Junk Yard suona come un blues in stato terminale, incapace di disegnare la ciclicità delle sue battute, di tenere una qualsiasi simmetria dei suoi accordi e dei suoi giri armonici. Ogni nota è stata divorata dal cancro sepolcrale, mutilata della sua dignità stilistica, riverberata e deformata nel pozzo senza fine che conduce dalle viscere della terra fin dentro la porta spalancata dell’ Inferno.

Una messinscena buffa e grottesca dell’incubo eroinomane che sta divorando la band come una piovra che divora i suoi stessi tentacoli.

Junk Yard esala gas di potassio dal sepolcro sconsacrato del blues.

Un fuoco fatuo sprigionato da un corpo in putrefazione.

La festa dell’ultimo compleanno.

Poi Tracy Pew si mette alla guida dell’hot rod di Rat Fink, in preda ai fumi dell’alcol e fa ritorno verso casa. Smaltirà la sbornia in prigione, per due mesi e mezzo.

Poi, il 7 Novembre del 1986 la festa finirà pure per lui.

Buon compleanno, Tracy.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro  

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HÜSKER DÜ – Flip Your Wig (SST)

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Più composto rispetto al fratello-gemello New Day Rising, Flip Your Wig esibisce il lato più accessibile della scrittura di Bob Mould e Grant Hart portando di filato gli Hüskers tra le mani della Warner Bros. e aprendo di fatto la strada “major” alle band del circuito indipendente. Flip Your Wig è un trionfo di immediatezza pop, portata a livelli altissimi di contagio dal singolo Makes No Sense at All, singolo dell’anno per un fottio di riviste di settore e uno dei dieci più belli dell’indie-rock di tutto il decennio: attacco al fulmicotone con il ritornello sputato in faccia come i Beatles di She Loves You, strofa mozzafiato e rapida mitragliata di Grant Hart su un tamburo che è il muscolo cardiaco di tutto il punk rock degli anni Ottanta e si ricomincia da capo, come un veloce giro di go-kart, due volte di fila e poi ancora veloci, fino all’inciso ripetuto come un urlo di gioia sputato al cielo. Niente ponti, niente assoli, niente fratture, niente variazioni. Puro pop appiccicato al cruscotto della miglior macchina punk del decennio, come una chewing gum sotto il banco di scuola:

il nostro modo di fermare l’adolescenza, di lasciare la traccia del suo passaggio veloce e sfrontato sull’immobile mondo adulto.

Tutto Flip Your Wig vive di questa “epica da college” con la chitarra di Mould diventata un’implacabile spira elettrica in grado di avvolgere di distorsione l’immediatezza pop delle loro canzoni (Hate Paper Doll, Flip Your Wig, Divide and Conquer, Private Plane, Games, Makes No Sense at All, l’esacerbata Every Everything e la delicata Green Eyes di Hart). Il tono del disco di incupisce e si sbrindella nei due strumentali che chiudono l’album: The Wit and the Wisdom con la chitarra di Bob che si contorce come lamiera sull’asfalto e la più breve Don‘t Know Yet che sembra una B-side dei Cure d’inizio carriera.

Avere quindici anni ed essere sotto la pressa elettrica degli Hüsker Dü, ecco cosa erano per me gli anni Ottanta.    

 

                                                                                                Franco “Lys” Dimauro

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GRINDERMAN – Grinderman (Mute)

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Dopo l’overdose di piano della “trilogia noiosa” The Boatman‘s Call/No More Shall We Part/Nocturama Nick Cave mette alla prova le sue doti di escapista.

La voglia di fuggire dal clichè in cui si è impantanata la sua musica trova una prima valvola di sfogo sul doppio Abattoir Blues/The Lyre of Orpheus quindi in una nuova formula compositiva che preveda l’uso della chitarra come strumento-chiave piuttosto che l’impassibilità emotiva del suo pianoforte.

L’ultimo passo, quello più faticoso, è quello di bluffare la propria identità.

Uscire fuori dal “personaggio” Nick Cave, anche fisicamente.

Vedere germogliare i semi cattivi.

La risposta a queste sue necessità è Grinderman. Al singolare.

Una identità univoca dietro cui si nascondono Nick Cave, Warren Ellis, Jim Sclavunos, Martyn Casey.

Come sempre nei suoi momenti migliori, un richiamo al blues (Grinderman Blues è il titolo di un pezzo di Memphis Slim, NdLYS) e uno alla cristianità (quanto del controverso mistero della dottrina della Trinità si cela dietro la scelta di usare un nome al singolare per quattro identità speculari/complementari/ipostatiche? NdLYS).

E, come ai vecchi tempi, un’urgenza espressiva ormai dimenticata.

Grinderman, il disco, viene registrato in soli quattro giorni, singoli compresi: è il ritorno a una dimensione artistica viscerale e quasi carnale tradita per troppi anni.

Primordiale.

Come una bertuccia.

Come la pioggia.

Come la masturbazione.

Così è Grinderman.

L’infuriare di una tempesta elettrica (No Pussy Blues, Depth Charge Ethel, Honey Bee), il riparo fatiscente sotto il tetto del blues (Grinderman, Go Tell the Women), la ricerca della salvezza inseguita fin dentro lo scheletro di un vecchio teatro porno abbandonato con i suoi cuscini tutti macchiati e l’odore di sperma che copre quello della polvere (Man in the Moon), dentro le navate di una chiesa sconsacrata (When My Love Comes to Town), sotto le coperte di una puttana sifilitica (l’Electric Alice vertice artistico del disco) o in quel che resta della scimmia tossica di Fun House (Love Bomb) ora che Iggy beve limonata.

Paura.

                                                                                              Franco “Lys Dimauro   

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THE CRAMPS – File Under Sacred Music (Munster)

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La scomparsa di Lux Interior segna la mummificazione del mito dei Cramps. Il sito ufficiale della band si zittisce in un necrologio che amplifica il dolore silenzioso e signorile in cui si chiude la rossa signora Wallace. Non ci sarà una nuova Courtney Love, non dentro la storia d’amore dei Cramps.

Un silenzio così meritevole di ossequioso riguardo che solo rarissime volte è stato turbato dall’ immissione sul mercato di una qualche retrospettiva dedicata alla più influente rock ‘n roll band del dopo-punk. Una di queste esce quasi a ridosso del terzo anniversario della morte di Lux ed è un fantastico excursus nei primi anni di vita del gruppo newyorkese attraverso dieci 7” in parte ristampati con la consueta cura dell’etichetta spagnola, in parte totalmente inediti perlomeno in questo formato, come nel caso di Lonesome Town/Mystery Plane, TV Set/The Mad Daddy, Twist & Shout/Uranium Rock, Rockin’ Bones/Voodoo Idol.

File Under Sacred Music è un viaggio verso la Transilvania del rock, a bordo di un treno drogato frequentato da uomini-spazzatura, mosche umane e truci spaccaossa turchi. Fin dentro al castello del Conte Purkhiser e al suo parco-immondezzaio dove tutti i nani da giardino sono stati sostituiti da miniature della sagoma di Elvis.

Tappe obbligate: Surfin’ Bird, Human Fly, Garbageman, TV Set, Love Me, I Can‘t Hardly Stand It, Goo Goo Muck, She Said, The Crusher, Save It, New Kind of Kick, Voodoo Idol.  

Il sole si è definitivamente spento dietro la collina, come uno schermo TV senza più segnale.

 Solo un interminabile, definitivo, tombale effetto nebbia.

…oh baby I see you on my Tv set yeah baby i see you on my Tv set I cut your head off and put it in my Tv set I use your eyeballs for dials on my Tv set…

 

                                                                           Franco “Lys” Dimauro

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WALL OF VOODOO – Dark Continent (I.R.S.)

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Cosa separa il paradiso dall’inferno?

Un deserto di sabbia e di pietra infuocata.

Una distesa di polvere rossa.

Un Continente Buio dove tutti sono eroi.

Dove ogni campana suona per te.

Dove ogni luce rossa lampeggia per te.

Dove ogni sirena fende il buio della notte solo per te.

È questo, oltre alla sua innovativa e peculiare fusione di elementi new-wave, elettronici e vagamente morriconiani, il punto di forza della musica dei primi Wall of Voodoo. Quello che li rende unici ed irripetibili, che li distingue concettualmente da altri eroi del synth-pop (i Devo, i Suicide, i Depeche Mode, i Kraftwerk):

questa totale identificazione tra i protagonisti delle storie surreali di Ridgway e noi ascoltatori che è facilmente assimilabile, complice la struttura vagamente western delle canzoni, a quella cinematografica dei film di Sergio Leone e alla sua epopea del vecchio west e la voce atonale, vulnerabile di Ridgway.

Dark Continent è uno dei debutti più importanti di tutta la new-wave americana.

Un disco dove l’elettronica è sempre incalzante ma non è mai protagonista assoluta ed è costretta a venire a patti con la tradizione a stelle e strisce dell’armonica a bocca o della chitarra twangy.

Un disco dal taglio epico e decadente, con i beat della drum machine che picchiano come zoccoli di un cavallo al galoppo, le chitarre che svisano in polverosi richiami al Morricone degli spaghetti-western, le tastiere che tracciano ipnotiche linee da film di spionaggio, la batteria di Joe Nanini che sbuffa come una locomotiva e l’armonica mariachi di Stan che geme come il fischio del vento tra le ossa del deserto. Un rodeo meccanico di bit pulsanti e di riff sghembi che si muove con disinvoltura dal drammatico (Red Light, Crack the Bell, Back in Flesh) al buffo (Animal Day, Full of Tension, Call Box) e che rappresenta l’esatta deriva sintetica del mondo grottesco e paradossale dei Cramps (quando vola la Tse Tse Fly come non andare con la mente alla loro Human Fly? e quando passano i vagoni di Two Minutes Till Lunch con la sua chitarra riverberata come non pensare al tremolo di Poison Ivy?).

Disse bene Joe Berardi: voi non state costruendo un muro del suono. Ma un Muro Voodoo. 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro 

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