R.E.M. – Chronic Town (I.R.S.)

Un demone buffo e annoiato campeggia sul primo disco a dodici pollici dei R.E.M.

Un disco lungo mezzo album, secondo una prassi tipica del rock americano indipendente di quei primi anni Ottanta (Dream Syndicate, Green on Red, Long Ryders, Hüsker Dü, Unclaimed, Miracle Workers, Three O’Clock, True West, solo per dire di alcuni, esordiranno in formato analogo, NdLYS), un disco cui è destinato il compito di confermare le buone impressioni di quello che con buona approssimazione è da considerare uno dei 45 giri più influenti del rock americano degli anni Ottanta: Radio Free Europe.

Siamo in una zona limitrofa a quella dei chiaroscuri del Paisley Underground, un ritorno alla formula asciutta ed essenziale del rock degli anni Sessanta. Che per i R.E.M. sono essenzialmente i raga dei Velvet e il jingle-jangle dei Byrds. Una formula che la band di Athens e i loro produttori non hanno ancora imparato a scrollare da una certa uggia new-wave. Sono cinque haiku circolari e sottilmente nervosi, costruiti tenendo fede al nome onirico scelto dalla band.

Gli assoli vengono banditi in favore di una successione di piccole sequenze di arpeggi e di brandelli di accordi, scompigliati appena da brevissimi ponti strumentali in nome di un minimalismo che verrà via via tradito da musiche sempre più sontuose.

Chronic Town è l’inizio dell’indie-rock, così come lo si intenderà per un decennio ed oltre.

I vecchi punk rimangono lì a sputare sotto il palco.

I nuovi eroi hanno i capelli lunghi e le camice colorate.

È tempo di tornare a casa.

 

Franco “Lys” Dimauro

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