THE JESUS AND MARY CHAIN – Darklands (Blanco Y Negro)

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Dopo la bolgia infernale di Psychocandy la musica dei Jesus and Mary Chain si scrosta dal rumore esibendo tutta la sua fragilità velvetiana.

Darklands ha il sapore umido dell’autunno e dei vetri appannati.

Il sapore di nove milioni di giorni piovosi.

E il colore ancora incerto dei cieli d’Aprile.

Cieli che crollano sopra, come quelli di Down on Me.

E nature morte. Come l’albero di Natale di Fall.

Ancora più morto adesso che i fratelli Reid hanno deciso di non addobbarlo.

Darklands è il più scozzese degli album del gruppo scozzese.

Spoglia e cagionevole, la musica di J&MC è adesso il corpo di una padrona sadomaso denudata da ogni suo accessorio. Una Venus in Furs senza più stivali di pelle, senza più frustino. Senza più pelliccia.

E infatti Deep One Perfect Morning comincia con lo stesso passo di Venus in Furs, ma stavolta la venere è scalza, il Re è nudo, i fratelli Reid sono rimasti soli davanti a uno specchio sfregiato.

Poi, man mano che la signora si aggiusta, si trasforma in Just Like Honey.

Jim di tanto in tanto si alza dalla sedia, mette la mano fuori dalla finestra per vedere se ha smesso di piovere, poi torna ad accucciarsi sotto il suo plaid forato.

William rimette mano alla batteria elettronica, prova ad accordare la sua chitarra, manda giù un’altra Plegine e riprende a suonare.

I can see
That you and me
Live our lives in the pouring rain
canta sottovoce Jim.

Sorridono entrambi. 

People die in their living rooms, prosegue.

A William scivola il plettro dalle mani. Lui si guarda le dita.

Nere come inchiostro di china.

Nere come i suoi vestiti.

Nere come queste terre nere.

William e Jim riattaccano il loro pezzo.

Fuori piove ancora. Ed è ancora buio.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

LEIGHTON KOIZUMI feat. TITO AND THEE BRAINSUCKERS – When the Night Falls (Ammonia)

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All’alba del nuovo secolo di Leighton pare non ricordarsi più nessuno.

Le ultime, tragiche voci lo davano per scomparso. Addirittura per spacciato.

Portato via dalle droghe, cadavere tra i cadaveri che aveva disseppellito assieme ai Gravedigger Five e ai Morlocks, quando era un giovane teppista di San Diego e un eroinomane devastato dagli abusi a San Francisco.

Però, anche se sei un ignobile e disgustoso figlio di puttana, c’è sempre qualcuno in questo mondo che si ricorda di te, anche solo per spaccarti la faccia.

Di Leighton si ricorda Tito Fabio Macozzi.

Sul palco, quando si mette alla guida dei suoi Brainsuckers, indossa una maschera da wrestler.

All’epoca hanno registrato un mini album pieno di garage rumoroso per la Toast.

Poi verrà fuori un album che recensiremo in due e ascolteremo in dieci.

Tito non crede a una sola parola sulla presunta morte di Leighton e pensa ancora, quindici anni dopo Submerged Alive, che i Morlocks siano la miglior garage band mai passata sulla crosta terrestre.

Sono vivi, si convince.

Sotterrati, seppelliti, sommersi, ma vivi.

Come quel loro ultimo disco.

L’ostinazione spesso fa miracoli.

Tito scova Leighton Koizumi. Lo tempesta di emails, telefonate, inviti.

Leighton Koizumi si alza e cammina, come Lazzaro.

Lo convince a riprendersi quello che gli spetta per merito e diritto: la sua musica, il suo palco, le sue canzoni.

Lo invita a raggiungere gli studi Red House di David Lenci dove i Brainsuckers sono pronti per lui. Hanno rispolverato alcune delle canzoni che hanno fatto la storia dei Morlocks (Leavin’ Here, You Mistreat Me, Get Out of My Life Woman, Born Loser, Project Blue, When the Night Falls, Cry in the Night) e vogliono che lui, l’Iguana meticcia, le canti.

Non deve fingere di essere nessun altro: deve essere Leighton Koizumi.

Il più debosciato urlatore punk ancora in circolazione.

Il risultato di quelle sedute è When the Night Falls, come il vecchio pezzo degli Eyes che chiude la raccolta e che è uno dei grandi amori di Koizumi.

È tutto quello che ci sarebbe bisogno di cantare per sentirsi di nuovo vivi.

È quello che serve al mondo per accogliere nuovamente il Dio del garage punk.

Grazie per questi nuovi tredici comandamenti.

 

 

                                                                                  Franco “Lys Dimauro

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THE CRAMPS – RockinnReelinInAucklandNewZealandXXX (Vengeance)

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Dopo la pubblicazione di A Date with Elvis i Cramps si preparano ad affrontare il tour più impegnativo dei loro primi dieci anni.

Continente vecchio, nuovo e nuovissimo vengono toccati dallo spettacolo immorale del rock ‘n roll, con data conclusiva destinata al pubblico di Auckland, Nuova Zelanda.

Sono i Cramps ai confini del mondo, e val bene una foto.

Quella data viene infatti registrata integralmente per realizzare quello che è il secondo e ultimo disco ufficiale dal vivo dei Cramps: 11 brani (14 nella ristampa successiva a cura della Big Beat, NdLYS) che non lasciano dubbi su quale sia in assoluto la miglior rock ‘n’ roll band dell’oltretomba. 

La scaletta pesca soprattutto dall’ultimo disco in studio con ben sette pezzi dello storico “appuntamento con Elvis”.

Ed Elvis arriva.

Dentro degli slip leopardati.

Su un palco che è una latrina di alcol, sudore e umori vaginali.

A cantare la sua versione di Heartbreak Hotel, prima di tornarsene all’Inferno portando con se la nostalgia per il più bel spettacolo porno che sia mai passato sulla Terra. 

 

 

                                                                                    Franco “Lys” Dimauro

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THE SMITHS – “Hatful of Hollow” (Rough Trade)

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Un’antologia anomala.

Sia perché esce ad appena un anno di distanza dal debutto discografico di quella che è destinata a diventare la più influente band inglese degli anni ’80, sia per il contenuto che non è una raccolta di singoli ne’ un greatest hits.

È anche per questo, ma non solo, che “Hatful of Hollow” è un’antologia con la dignità di un vero album. Anzi, non me ne abbiano a male i fanatici della band di Manchester (e si mettano il cuore in pace perché io lo sono più di loro, NdLYS), Hatful è un gradino superiore all’omonimo e monotono disco di debutto che lo aveva preceduto di nove mesi. Forse è proprio questa sua disomogeneità a renderlo così ricco di fascino, questa sua capacità di mostrare le tinte diverse di quei pittori che invece ci era parso di capire, fossero abili solo con le tonalità pastello della malinconia e dell’afflizione esistenziale.

“Hatful of Hollow” mette in mostra invece una band esuberante e poliedrica, capace di scosse elettriche come quella di How Soon Is Now? e angoli acustici dalla disarmante fragilità come Back to the Old House, di intricate eppure efficacissime costruzioni armoniche come quella che fa da telaio per il dipinto della Girl Afraid e ciondolanti jingle-jangle come quello di Heaven Knows I’m a Miserable Now, di piccoli cantucci domestici come quello di Please Please Please Let Me Get What I Want e dei calci in culo al perbenismo inglese di William, It Was Really Nothing e Still Ill, messe in galleria accanto ad altri grandi capolavori del catalogo Smithsiano come Accept Yourself, Handsome Devil, These Things Take Times o dell’appena più debole inedito registrato durante il programma di John Peel del 14 Settembre 1983 intitolato This Night Has Opened My Eyes.

Sempre pungente, sarcastico e misantropo Morrissey racconta della propria infelicità profetizzando l’altrui bisogno di essere amati mentre Marr ricama splendidi intrecci elettroacustici cercando di costruirgli un mondo più accogliente, un cappello pieno di nulla per accogliere un passero solitario.      

 

                                                                                    Franco “Lys” Dimauro

RAMONES – Too Tough to Die (Sire)

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Ispirato sin dalla copertina ad Arancia Meccanica, Too Tough to Die è il disco che rimette in piedi l’istituzione Ramones. Ai tamburi siede il nuovo batterista Richard Reinhardt, uno in grado di picchiare e di scrivere canzoni più ramonesiane degli stessi Ramones.

Con lui i fratellini ritrovano la verve perduta e tirano fuori un disco incazzato che punta dritto in faccia.

Ma anche al cuore e allo stomaco.

E quando in apertura risenti l’one-two-three-four dei tempi gloriosi, ti senti come nel salotto di casa tua.

E difatti Too Tough to Die è il disco del ritorno a casa: i Ramones che l’avevano abbandonata nel ’77, vi fanno ora ritorno.

Ed Stasium e Tommy Ramone infatti siedono nuovamente al banco regia, riportando il suono della band alla sua essenza, dopo le ignobili produzioni di Pleasant Dreams e Subterranean Jungle.

I Ramones capiscono che per ritrovare il loro pubblico non è necessario adattare il suono a quello delle moderne e laccate produzioni mainstream ma piegare piuttosto l’asse di scrittura cercando, senza sacrificare la sporcizia dei primi anni, di abbracciare nuovi canali comunicativi. Che siano power-pop, hardcore o glam poco importa, l’importante è che ci sia sopra il marchio Ramones: energia, divertimento, velocità, immediatezza.

Alla faccia di chi li dava per spacciati, me incluso, Too Tough to Die è un disco che riporta i Ramones a grandi livelli di scrittura, destinati a rimanere tali ancora a lungo. Chasing the Night e Wart Hog sono le mura antisismiche dentro cui si costruisce il nuovo suono della band: pop-punk a presa rapida e furiose stilettate hardcore con Richie che corre come un treno e un Dee Dee che sputa e tira calci come un drugo imbottito di Latte+ e anfetamine.

 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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NICK CAVE AND THE BAD SEEDS – Tender Prey (Mute)

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Tender Prey registra un nuovo avvicendamento tra le fila dei Bad Seeds con l’innesto in formazione di Kid Congo Powers e Roland Wolf e l’allontanamento di Barry Adamson. Registrato tra Londra e Berlino, il quinto album di Nick Cave si dibatte tra l’espiazione del peccato e la richiesta disperata di una redenzione ultima e definitiva. The Mercy Seat, probabilmente ispirata dal set di Ghost (of the Civil Dead) cui Nick partecipa in veste di attore proprio nello stesso periodo, ne rappresenta il leit-motiv di apertura: un catartico, esasperante, ossessivo, pirotecnico e parossistico crescendo musicale che sottolinea un assillante e soffocante ripetizione lirica di un infinita ultima preghiera di un condannato a morte sul suo trono elettrico: E il trono di misericordia attende, e credo che la mia testa stia bruciando. E, come dire, ho una gran voglia di farla finita con questa ignobile prova della verità. Occhio per occhio e dente per dente. E in ogni caso ho detto la verità, anche se adesso ho paura di aver detto qualche bugia.

La ricerca ossessiva di una cura per i propri peccati giunge qui al suo culmine estetico.

Per il pezzo successivo mutano le atmosfere musicali (caratteristica che contrassegna l’intero album, così mutevole di atmosfere) ma non scenario: c’è ancora una prigione e uno strumento di morte che fanno da scenografia all’alticcia ballata di Up Jumped the Devil che trascina l’anima di Nick giù verso l’Inferno.

Il diavolo si veste da angelo per la successiva Deanna, musicalmente ispirata allo standard gospel Oh Happy Day (i Bad Seeds fonderanno assieme i due brani nell’EP Acoustic accluso alla prima tiratura di The Good Son, NdLYS) mentre viceversa è Dio a vestire i panni del castigatore sulla City of Refuge che rilegge l’omonimo spiritual di Blind Willie Johnson del 1929.

All’andatura battistiana di Slowly Goes the Night e al voyeuristico e solitario tour attorno al corpo di Alice su Watching Alice si oppone il cupo dipanarsi di Mercy con Cave gran mattatore tra voce, armonica e vibrafono e Blixa, Mick, Hugo e Kid Congo a farsi portavoce dell’implorante richiesta di pietà sputata al cielo dal loro profeta inguaiato col destino. La filastrocca di Sunday‘s Slave ha il tono sciancato di un alcolizzato che vomita il suo disgusto waitsiano su un pianoforte scordato mentre New Morning chiude il disco con la promessa di un sole che torni ad emergere dall’orizzonte tenebroso proprio subito dopo lo sfiancante murder-blues di Sugar Sugar Sugar. Prima di chiudere il sipario torna tuttavia il tormento di The Mercy Seat in una versione meno lunga e devastante e con un missaggio che mette in risalto il lavoro del terzetto di violini di Gini Ball, Audrey Riley and Chris Tombling e il funereo picchiettio del piano di Mick Harvey.

Tender Prey rappresenta il perfetto asse di equilibrio tra le due anime di Nick Cave, chiudendo idealmente il primo ciclo del percorso artistico dei Bad Seeds per annunciare quello lì da venire.

 

 

 

                                                                                    Franco “Lys” Dimauro

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THE TELL-TALE HEARTS – The Tell-Tale Hearts (Voxx)

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Uno stordente cocktail a base di Pretty Things, Q65, Outsiders, Shadows of Knight e di altre lordure R ‘n B assortite.
Una full immersion dentro una selva di maracas, armoniche blues che tagliano come lame e riverberi da caverne troglodite.

I Tell-Tale Hearts erano nati per soddisfare l’esigenza di Mike Stax di suonare come i Pretty Things di Get the Picture?.
E fu esattamente così che per tre anni e mezzo questi cinque figli di puttana riuscirono a suonare, appagando un bisogno che Mike sentiva montare sin dai vecchi noiosi pomeriggi inglesi, appena mitigato dall’esperienza con i Crawdaddys e condiviso con Ray Brandes e il compagno di classe di quest’ultimo (nonché boyfriend della di lui sorella, NdLYS) Bill Calhoun. Non erano le uniche cose che Bill e Ray condividevano: c’era di mezzo pure lo stesso gruppo, una delle tante retro-bands che stanno popolando il paese in quegli anni e chiamati Mystery Machine.
È da quella batteria che fanno scendere David Klowden, per sederlo sullo sgabello del nuovo gruppo. Eric Bacher era invece un perditempo che si dilettava a suonare negli sconosciuti Freddie & The Soup Bowls e che da un po’ di tempo aveva preso a frequentare con insistenza il 2378 della Presidio Drive, villetta uguale alle mille altre piazzate a schiera in uno dei quartieri residenziali della città. È lui il quinto uomo per quella che diventerà la band del “cuore rivelatore”, nome razziato dal libro di Poe in cui Stax annega la frustrazione per lo split dei Crawdaddys. Un gruppo dalle potenzialità enormi ma anche con troppi vincoli e regole da rispettare.

La nuova band sceglie di averne una soltanto: non averne alcuna.

Quando salgono sul palco, i TTH‘s sono un branco. Con Ray intento a latrare come un cane e scuotere come un ossesso le sue maracas, Bill che spesso abbandona l’impalcatura arrugginita del suo organo Vox per lanciarsi in urticanti fraseggi di armonica blues, Eric alle prese col suo jungle-beat affogato nel fuzz, l’efebico Mike con la sua collezione di bassi vintage e i suoi urli da caveman in calore, David perso dietro un minuscolo kit di batteria, a pestare come piedi di contadina in un mortaio.

Tutti ugualmente indispensabili.

Cinque ragazzini infoiati con una vanga da becchino nascosta dentro le mutande.

È con quella che spaccano la crosta molle del rock da Odissea per calarsi nei cunicoli che li portano al cuore delle minuscole garage bands degli anni ‘60. È da lì che si inizia, registrando una demo presso lo Studio 517 di San Diego con pezzi rubati dai polverosi 7” collezionati da Mike. Il primo pezzo autoctono è firmato Stax/Calhoun e si intitola Dirty Liar, forgiato nelle stesse presse del deragliante punk-beat della scena olandese dei mid-60’s. Tutto grezzo, dall’ispido suono fuzz della chitarra di Eric al microfonaggio delle voci e della batteria, passando per le manipolazioni in diretta dei potenziometri degli ampli durante le sessions, ad opera di Jerry Cornelius.

L’incontro con Greg Shaw è il passo successivo. Lui ha appena messo su la Voxx Records con l’intento di dare spazio alle bands neogarage che cominciano a punteggiare la cartina degli Stati Uniti. I TTH‘s entrano subito a farne parte.

Forse troppo presto. Così che il loro esordio ha l’aspetto di un atto di amore finito in burla.

Greg è shockato dall’impatto devastante degli Hearts e ha fretta di avere un prodotto finito da commerciare.
Il risultato, a dire della band, fu catastrofico.
Però, siamo onesti, nessuno se ne accorse.

L’omonimo disco di debutto della band californiana era, è ancora, una scheggia di vinile saltata fuori da un disco dei Birds, degli Shadows of Knight, dei Pretty Things, dagli Stones del ‘66 o degli Outsiders. Ogni singola canzone, da quelle firmate dalla band (lo scoppiettante R’ n B di Crawling Back to Me, il garage indemoniato di Dirty Liar, Losing Myself, Won‘t Need Yours, Come and Gone col suo avvolgente giro di organo Vox, la dolce Forever Alone screziata da chitarre fuzzedeliche della miglior tradizione Music Machine, il crepitante crescendo di She‘s Not What Love Is For) alle cover (Me Needing You dei Pretty Things, That‘s Your Problem e Keep on Tryin’ degli Outsiders, From Above e It Came to Me dei Q65) è suonata con un’energia assolutamente trascinante e una attenzione ai particolari vintage che solo i Chesterfield Kings possono contendergli.

Impossibile rimanere impassibili davanti ad un simile monumento.

 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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FUZZTONES – Salt for Zombies (Sin)

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Dopo un’ibernazione lunga più di un decennio segnata da estemporanee reunions con vecchi compagni di avventura (da Elan Portnoy a Jake Cavaliere, da Deb O’Nair a Johnny DeVilla), nel 2004 Rudi decide di rompere il silenzio discografico con l’uscita di un nuovo disco in studio. L’entusiasmo mai sopito dei vecchi fan convince Rudi ad investire tempo ed energie nella faccenda Fuzztones.

Nasce un’etichetta “dedicata” che inaugura il proprio catalogo proprio con questo album e un agguerrito sito web che, al passo coi tempi, aggiorna in tempo reale sulle attività della band e fa da quartier generale per la vendita del merchandise del gruppo che a questo punto vede, oltre al sempiterno Rudi, il rientro di Phil Arriagada (sotto l’inquietante fattezze di Batlord, NdLYS) e della bionda Deb e l’ingresso di Gabe Hammond (bassista dei Lords of Altamont) e della “vecchia” Andrea Kusten già batterista per Outta Place, Freaks e Blacklight Chameleons.

Come per Braindrops, anche Salt for Zombies registra un paio di importanti cameo. Stavolta si tratta di Sky Saxon e James Lowe invitati a prestare le loro voci rispettivamente su Get Naked e Hallucination Generation.

Salt For Zombies è un album che risolleva le quotazioni dei ‘tones dopo le deludenti prove dei primi anni Novanta con delle convincenti cover (My Brother the Man dei We the People, Be Forewarned dei Macabre, Whatever Happened to Baby Jesus? dei Lincoln St. Exit, A Wristwatch Band dei Boss Tweeds, Black Lightning Light degli Shy Guys, Face of Time dei Plague, Group Griope dei Fugs, Don‘t Blow Your Mind degli Spiders) e qualche ottimo originale su cui svetta la bellissima Johnson in a Headlock con un bel passo di batteria, gran lavoro di chitarre, cori macabri degni di Lysergic Emanations e un ottimo assolo di armonica del mitico Rudi.

This Sinister Urge tradisce più di un debito nei confronti di Light My Fire dei Doors mentre Idol Chatter si muove tra sinistre atmosfere da tempio maledetto.

È scoccata l’ora degli zombie. È bene vi guardiate le spalle.

 

 

                                                                                    Franco “Lys” Dimauro   

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THE STOOGES – The Weirdness (Virgin)

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Per default non mi fido di nessuno. Nemmeno di me stesso.

Quindi è colpa mia, solo colpa mia, se sono caduto nel tranello teso dagli Stooges.

Caduto nella tentazione, come Adamo davanti alla sorca di Eva.

Non era facile sottrarsi, del resto, pur conoscendo la mia ritrosia nei confronti di ogni reunion, anche quella dei Re Magi.

Così, incalzato dall’ufficiale rimpatriata degli Stooges del 2003 celebrata su Skull Ring e immortalata su Telluric Chaos mi sono lasciato convincere a mettermi prono, pronto a ricevere una iniezione di sperma stoogesiano.

I wanna be your dog, ancora una volta.

Ma stavolta non c’è alcun rischio di beccarsi qualche malattia venerea.

E stavolta, per la prima volta, si apre la cavità orale per sbadigliare anziché per pigliarlo in bocca. 

Il suono di The Weirdness ha poco a che spartire con l’aria malata dei vecchi dischi degli Stooges. I nuovi pezzi sono una paccottiglia di rock ‘n’ roll che vorrebbe essere perverso e che invece sfiora spesso il ridicolo (She Took My Money e l’orrida title-track ne sono forse gli esempi più bassi, ma non gli unici, NdLYS), con un Iggy Pop che, nonostante l’invidiabile fisico, sembra costretto a parodiare i suoi anni peggiori (Passing Cloud, You Can‘t Have Friends).

In passato, quando se miravi agli Stooges non ti era permesso sbagliare, i Miracle Workers, i Nebula e pure i Velvet Revolver vennero bacchettati per molto, molto meno.

Non si tratta di chiedere agli Stooges di suonare come gli Stooges, perché sarebbero ancora più ridicoli. Però pretendere che se torni sulla scena abbia qualcosa da dire, credo sia il minimo sindacale. Qui dentro l’unica cosa da salvare, se avete il coraggio di sucarvi la prima mezz’ora di banalità, è la Mexican Guy sistemata quasi in chiusura con la sua lunga lingua che spazzola il clitoride ancora gonfio di Ann

Mi rialzo da terra e torno alle mie occupazioni.

Non devo nemmeno pulire il pavimento.

Poteva andarmi peggio.

E forse lo avrei preferito.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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THE BEATPACK – The Time and the Pleasure (Screaming Apple)

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Dei Beatpack ricordo innanzi tutto le demo. Cassette piene di scalcinate covers come The Egyptian Thing, I Despise You, Leavin’ Here, Mama Keep Your Big Mouth Shut e originali vibranti di beat punk e rhythm ‘n blues così come ce lo avevano insegnato i Pretty Things che il mio amico Hugh Dellar mi spediva dentro buste imbottite a bolle d’ aria che mi divertivo a scoppiare mentre la band teneva occupato il mio impianto stereo. Era il biennio 1987/1988, un’epoca in cui, una dopo l’altra, le più grandi bands del neo-sixties cadevano giù come pedine di un assurdo e tristissimo domino, chiudendo definitivamente le porte delle loro cantine oppure  (a volte meno dignitosamente) cambiando sarto, musica e finanche sogni, ideologie ed obiettivi.

I Beatpack erano dunque all’epoca uno dei pochissimi gruppi inglesi ad assurgere al ruolo di “missing link” tra i due periodi: quello dei medi anni Ottanta e quello del primo scorcio del nuovo decennio, stupidi figli delle ingenui asperità (siano esse garage, R ‘n B, psichedeliche o beat) delle teen-bands degli anni Sessanta.

Un bagliore di luce in quegli anni contraddistinti prima dalla progressiva banalizzazione di alcuni gruppi chiave della vecchia guardia (vedi Pandoras, Wylde Mammoths, Creeps, ecc.) e quindi dal parallelo esplodere di nuove (?, NdLYS) forme musicali (lo Stooges-revival, il Sub Pop sound, il funky-metal, ecc.) ed il relativo mutamento di interessi ed attenzioni delle testate “specializzate”, subito pronte a ripudiare tutto ciò che sapeva di garage-punk e ad esaltare i nuovi trend, relegando il sixties-sound a merce di Serie B per il solito pubblico di irriducibili che aveva portato alle stelle, pochi anni prima, bands come Gravedigger Five o Unclaimed.

Insomma, una nebbia quasi impenetrabile che non lasciava nessuno spiraglio alla rinascita del Sixties-sound.

I Beatpack vennero fuori da questa nebbia. Da quest’appiccicaticcia merda umida che gravava sul pianeta. Con la stessa ignobile furia giovanile che era stata di Peter and The Blizzards o dei Nightcrawlers.

E avevano quasi il vuoto attorno.

In meno di cinque anni i Beatpack avrebbero scritto alcune delle più belle pagine di moderno R ‘n B bianco, capaci di reggere il confronto con le classiche songs di Outsiders, Pretty Things, Q65 o Fairies e di tenere testa, perlomeno in quella Germania che grazie al contratto con la Screaming Apple diventa la loro seconda patria, all’ alternative rock dei Nirvana e al suono mainstream di Bryan Adams.

Tutta l’intera vicenda discografica del quintetto dell’East Sussex si svolse sotto l’egida dell’etichetta di Colonia, la stessa che si occupa di documentare finalmente su supporto digitale quanto allora venne stampato su due sette pollici e un album pubblicato a band già sciolta (cui vengono aggiunte la Misfit! tratta dal tributo agli Outsiders e la cover di My Baby Left Me che venne pubblicata allora sulla cassetta canadese Tunes From the Crypt). Venti pepite di fragoroso R ‘n B da lasciare col fiato corto, venti canzoni che sfrecciano veloci, come la storia dei Beatpack.

Nel 1991 i Beatpack non esistono già più.  

Goodbye, Hang-Up, Deadline, Gone per dirla con le parole del brano di coda del loro Could You Walk On Water.

Torneranno solo venti anni dopo, come lupi spelacchiati. Sperando che il mondo possa perdonare al garage rock di diventare adulto.

Però se volete ancora sentire il loro ululato, qui dentro è rimasta imprigionata la loro eco.

                                                                                            Franco “Lys” Dimauro

 

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