THE SMITHS – “Hatful of Hollow” (Rough Trade)

Un’antologia anomala.

Sia perché esce ad appena un anno di distanza dal debutto discografico di quella che è destinata a diventare la più influente band inglese degli anni ’80, sia per il contenuto che non è una raccolta di singoli ne’ un greatest hits.

È anche per questo, ma non solo, che “Hatful of Hollow” è un’antologia con la dignità di un vero album. Anzi, non me ne abbiano a male i fanatici della band di Manchester (e si mettano il cuore in pace perché io lo sono più di loro, NdLYS), Hatful è un gradino superiore all’omonimo e monotono disco di debutto che lo aveva preceduto di nove mesi. Forse è proprio questa sua disomogeneità a renderlo così ricco di fascino, questa sua capacità di mostrare le tinte diverse di quei pittori che invece ci era parso di capire, fossero abili solo con le tonalità pastello della malinconia e dell’afflizione esistenziale.

“Hatful of Hollow” mette in mostra invece una band esuberante e poliedrica, capace di scosse elettriche come quella di How Soon Is Now? e angoli acustici dalla disarmante fragilità come Back to the Old House, di intricate eppure efficacissime costruzioni armoniche come quella che fa da telaio per il dipinto della Girl Afraid e ciondolanti jingle-jangle come quello di Heaven Knows I’m a Miserable Now, di piccoli cantucci domestici come quello di Please Please Please Let Me Get What I Want e dei calci in culo al perbenismo inglese di William, It Was Really Nothing e Still Ill, messe in galleria accanto ad altri grandi capolavori del catalogo Smithsiano come Accept Yourself, Handsome Devil, These Things Take Times o dell’appena più debole inedito registrato durante il programma di John Peel del 14 Settembre 1983 intitolato This Night Has Opened My Eyes.

Sempre pungente, sarcastico e misantropo Morrissey racconta della propria infelicità profetizzando l’altrui bisogno di essere amati mentre Marr ricama splendidi intrecci elettroacustici cercando di costruirgli un mondo più accogliente, un cappello pieno di nulla per accogliere un passero solitario.      

 

                                                                                    Franco “Lys” Dimauro

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