R.E.M. – Monster (Warner Bros.)

2

Monster è il figlio deforme dell’intera cucciolata R.E.M.

Un disco che spacca in due l’esile discografia del secondo decennio per la band di Athens, così come divide in due il giudizio di pubblico e critica.

Un taglio netto col suono intimista del precedente Automatic for the People e, in maniera altrettanto macroscopica, con l’intero catalogo della band. Una scelta forse discutibile ma senza dubbio coraggiosa ed audace di fare tabula rasa di un suono che è diventato oramai una sorta di gabbia dorata, un modello formale da cui pare impossibile sfuggire (e al quale inevitabilmente i R.E.M. tornano ad esempio su Strange Currencies) e che in ogni caso ha perso l’immediatezza dei tempi migliori.

Ecco così che il cuore di Monster si rivela essere un cuore elettrico fino al paradosso.

Un cuore di metallo.

Un cuore rumoroso.

Un cuore glam.

Monster ha natura ambivalente.

Lo si può considerare un disco sperimentale per la sua natura atipica (l‘uso della distorsione sporca in maniera massiva non è mai stata una prerogativa del gruppo se non in modo fortemente sporadico) così come si può valutare da una prospettiva esattamente opposta analizzandone il desiderio di rendere più semplice e diretto il suono del gruppo snellendone gli arrangiamenti e le strutture (e, visto da questa angolazione, il disco risulta di gran lunga meno sperimentale rispetto ai suoi due predecessori).

Le collaborazioni eccellenti stavolta si chiamano Thurston Moore (Crush with the Eyeliner) e Rain Phoenix (su Bang and Blame dedicata come tutto il resto dell’album al fratello River).

Azzerando (o quasi) tutti gli stereotipi del loro suono, i R.E.M. riescono a dipanare una matassa di filo spinato e cingere la loro musica fino al parossismo velvetiano dell’ elegia funebre di Let Me In, allo schianto stoogesiano di Circus Envy e alla asfissiante macerazione del corpo folk esibita sulla conclusiva You.   

Il sonno della ragione. Quello che produce mostri.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

mo

THE DOORS – Morrison Hotel (Elektra)

0

Nonostante l’aria di svendita, accentuata dallo scatto della formazione in vetrina e dal titolo un po’ paraculo che sfrutta il carisma mediatico del leader (per tacere del sottotitolo della prima facciata che battezzerà la famosa catena di ristoranti inaugurata a Londra nel Giugno dell’anno successivo, NdLYS), Morrison Hotel risolleva leggermente le quotazioni artistiche del gruppo californiano a dispetto del fatto che il pezzo che lo introduce e che rimarrà negli anni come uno degli standard doorsiani più conosciuti non sia altro che un semplice, banalissimo, sciocco e imbolsito boogie elettrico che non ha nulla ma proprio nulla a che spartire con le visioni acide dei Doors giovani. La successiva Waiting for the Sun ritorna però già dal titolo alle atmosfere più usuali e drammatiche di un paio di anni prima. La seconda facciata del disco andrà ancora più indietro con la Indian Summer ricalcata sul raga di The End e la Maggie M’Gill che scava fino al ritrovamento del cadavere del Backdoor Man.

In realtà il trucco c’è. E si vede pure.

Perché, tranne che per l’ultimo brano, si tratta di estratti dalle session relative proprio a Waiting for the Sun e The Doors. Come dire, visto che l’ispirazione è ormai soffocata come dentro un barile di sidro, tanto vale raschiare il fondo.

La band-simbolo dell’anti-estabilishment, del rifiuto delle convenzioni e della libertà espressiva e della lotta tenace all’omologazione ha nei fatti cessato il suo compito vitale, optando per una musica innocua ed inoffensiva, tanto ordinaria nella stesura (il basso è diventato ormai parte integrante del suono) quanto educata e formale nella sua messa in mostra.

Se Peace Frog suscita ancora qualche sussulto grazie al suo riff funkeggiante memore della lezione dei Deep Purple di Hush, canzoni come The Spy, Queen of the Highway, Blue Sunday o il blues virile di Maggie M’ Gill e You Make Me Real hanno ben poco da dimostrare se non che i Doors sono diventati una band di abili mestieranti.

Chi cominciasse ad ascoltarli adesso, non saprebbe mai quali porte si stava cercando di aprire.

Eppure, ci avevano promesso, non erano quelle di un albergo dove le stelle vanno a morire di noia.

 

                                                                                                Franco “Lys” Dimauro 

MorrisonHotel

HÜSKER DÜ – Metal Circus (SST)

0

Fatto definitivamente fuori Greg Norton dal ruolo di autore, Grant Hart e Bob Mould iniziano a definire quello che sarà lo stile Hüsker Dü con Metal Circus.

Ancora un mini, che dura addirittura meno di Land Speed Record ma che a differenza di quello contiene solo sette canzoni.

È il primo risultato di quella “ossigenazione” del suono che era percepibile su Everything Falls Apart. Bob Mould affina il suo gusto per la distorsione compressa e “ipersonica” mentre a Grant Hart è affidato il compito di aprire le maglie della cotta di ferro che corazza il suono della band lasciando passare la luce di ballate pop memori della lezione dei Wipers di Greg Sage.

It‘s Not Funny Anymore e la dolorosa Diane segnalano il suo ingresso nella storia dell’indie-rock americano.

La chiusura del disco, affidata agli squarci free-jazz di Out on a Limb sono il preludio alla salita verso l’Arcadia Zen.

Il cielo è grigio piombo.

Minneapolis canta il suo blues.

I lupi scendono a valle, disossando cadaveri.

L’hardcore muore qui, stritolato da un cerchio di metallo.

 

 

                                                                                    Franco “Lys” Dimauro 

huskerdu-metalcircus-front

   

R.E.M. – Green (Warner Bros.)

0

Il primo album che i R.E.M. poggiano sulla scrivania dei boss della Warner Bros. è un disco verde.

Dapprima lo si nota solo dal titolo.

Ma poi, pian pianino, se ti soffermi a fissare la copertina per più di un minuto chiedendoti quale sia il nesso tra il verde del titolo e l’arancio e ocra di quella selva, per uno strabiliante effetto ottico ti sembrerà di essere finito in Amazzonia, coronando così il sogno ecologico che la band insegue già da qualche anno e che da visione poetica di un mondo immacolato diventa adesso messaggio politico.

Musicalmente, una volta metabolizzato l’effetto sorpresa di Document, Green non stupisce nessuno ma conferma i R.E.M. come fenomeno di massa, tanto che da disco verde si trasformerà in disco di platino in America e d’oro in Inghilterra, con buona pace degli ecologisti.

Chi aveva storto il naso ascoltando Document, adesso avrà da storcere qualcos’altro. E questa volta sotto la cinta.

Perché in questa nuova occasione se è salva la forma, è povero il contenuto.

E a volte, come nel caso di Stand (traccia n. R della scaletta e secondo estratto dall’album, NdLYS) addirittura imbarazzante. È la virata apparentemente definitiva verso il bubblegum rock e il seppellimento del lirismo poetico sigillato nella precedente discografia indipendente e ribadita lungo il disco da Get Up, Pop Song 89 e Orange Crush, tutti fortunatissimi ma anonimi singoli. Le tracce più meditative dal canto loro, spesso arrangiate con abuso di mandolini e accordeon manco fossimo a una festa paesana (You Are Everything, Hairshirt, The Wrong Child), non riescono ad eguagliare nemmeno pallidamente il pathos e la magia dei loro standard ponendo invece le basi per il suono R.E.M. lagnoso e piagnucolone che tanti dollari porterà nelle tasche della band e introdurrà finalmente anche noi dentro la fase rem.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

Green-R_E_M_

MIRACLE WORKERS – Roll Out the Red Carpet (Triple X)

0

Alla vigilia del secondo decennio di attività un altro pezzo storico della formazione di Portland lascia la band. Tocca stavolta a Gene Trautmann che però tornerà tra le fila per l’ultimo colpo di coda, prima di entrare nel giro di Josh Homme suonando per QOTSA e Eagles of Death Metal. Al suo posto siede Aaron Sperse che poi finirà per prestare i suoi servigi ad Ariel Pink, Pernice Brothers e Beachwood Sparks. Roll Out the Red Carpet recupera in parte l’energia stoogesiana di Overdose (Fool, Rock ‘n Roll Revolution In the Streets pt. II) mentre l’armonica che Gerry stende sui tappeti di chitarre di Kindred Soul e Untitled riaccende addirittura alcuni ormai placati soffi garage degli esordi, nonostante sia palese che il suono della band si stia dirigendo da tutt’altra parte.

Su Portland soffiano i venti della vicina Seattle.

E soffiano pure sul loro disco.

Un pezzo come la title-track, prodotto da Jack Endino avrebbe fatto un figurone su Ultramega Ok dei Soundgarden così come Way Back When sarebbe stato perfetto per Apple dei Mother Love Bone. Gerry Mohr tra l’altro frequenta assiduamente Courtney Love nel suo letto già sporco dello sperma di Kurt Cobain.

Proprio Gerry offre ancora una volta uno spettacolo vocale indecente.

Sarà lui stesso, anni dopo, a dichiarare in una intervista-confessione di essersi ispirato in quel periodo, più che a Mick Jagger o Iggy Pop come in passato, al canto sdolcinato di Johnette Napoletano dei Concrete Blonde ridendoci sopra ma allo stesso tempo pentendosi per aver in qualche modo sprecato le potenzialità della band cantando come un cantante da opera.

Roll Out the Red Carpet, pur alleggerito della cappa plumbea di Primary Domain, prosegue verso un declino inarrestabile. L’energia dei Miracle Workers non ha più vibrazioni. Non ha più sorrisi. Non ha più voglia di tirarsi il mondo addosso.

Le droghe hanno risucchiato completamente lo spirito della più grande rock ‘n roll band dell’Oregon lasciandoci solo una triste parata di fantocci.

 

                                                                                    Franco “Lys” Dimauro

R-1943912-1254069251

RAMONES – Leave Home (Sire)

0

I Ramones non sono mai stati degli adolescenti musicisti.

Semplicemente, banalmente, magicamente dei musicisti adolescenti. 

Quando Johnny, Joey, Tommy e Dee Dee lasciano casa non sono più giovanissimi.

Hanno già tutti varcato la soglia dei venticinque anni.

Eppure Leave Home è ancora più sciocco e demente del suo predecessore, come dei Beach Boys sparati in filodiffusione per i corridoi di una clinica per minorati mentali. I coretti surf di Oh Oh I Love Her So, You‘re Gonna Kill That Girl e California Sun e le irresistibili ballate spectoriane I Remember You e What‘s Your Game palesano il vecchio amore di Joey per la musica degli anni Sessanta mentre è Dee Dee a farsi carico di scrivere i nuovi anthem da affiancare alle Blitzkrieg Bop e Now I Wanna Sniff Some Glue dell’anno prima: Commando, Pinhead, Carbona Not Glue, Now I Wanna Be a Goodboy sono i nuovi scioglilingua da inghiottire come piccole pastiglie miracolose.

Sono un’illusione di gioventù.

Sono un cartoon animato che si muove sul palco del tuo locale preferito.

Sono la borsa delle vacanze per un viaggio che non farai mai.

Sono quella volta che sei stato così balordo da sentirti un punk e così felice da sentirti un angelo piovuto dal cielo, così su di giri da poter fare il surf sullo tsunami e così bambino da ciucciarti il dito mentre sfogli il tuo fumetto del cuore.

Tutto assieme, e tutto in una volta sola. Per sempre.

 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro 


1312180342mzd

THE DOORS – Strange Days (Elektra)

0

Joe Boyd, che proprio in quel periodo inizia la sua carriera di produttore con le registrazioni di Incredible String Band e Pink Floyd, lo cita ancora come l’album meglio registrato di tutti gli anni Sessanta. Più di Sgt. Pepper’s, l’album che, nonostante fosse uscito ufficialmente solo tre mesi prima, i Doors e il loro producer ascoltano in largo anticipo grazie all’acetato portato clandestinamente dai Turtles, la band che Paul A. Rothchild sta producendo, e che avrà una fortissima ascendenza sull’elaborazione concettuale e tecnica del secondo album della band californiana accentuata dalle nuove opportunità tecniche offerte dalla registrazione su otto tracce che i Doors saranno i primi a sperimentare, proprio con questo loro secondo disco che raccoglie molti degli “scarti” del debutto, tra cui la Moonlight Drive che un drogatissimo Morrison aveva bisbigliato alle orecchie di Ray Manzerek sulla spiaggia di Venice Beach, nell’estate dell’anno precedente aprendo le porte della percezione e lasciandole spalancate. Su un baratro.

Sono passati pochi mesi dall’esordio e i Doors sono stati travolti dal successo.

Hanno già cominciato a pagarne il prezzo, a dire il vero.

I loro volti scompaiono dalla felliniana copertina di Strange Days ma quello di Morrison fa velocemente il giro di tutta la polizia federale degli Stati Uniti.

Jim è il capro espiatorio per mettere al rogo l’estate dell’amore.

Lui è il nemico pubblico numero uno.

Un sovversivo, rivoluzionario, alcolizzato, osceno e immorale hippie che si crede un poeta. Musicalmente e liricamente Strange Days fa però meno paura del suo giovane progenitore: è un disco più domabile, fragile.  

I desideri sessuali sono stati evidentemente appagati, spesso nel backstage di qualche concerto e ora Jim canta più della paura di non essere accettati che del desiderio di venire adorati. C’è tanta infelicità e bisogno d’amore in questo disco, tante ragazze tristi, sguardi incattiviti, ginocchia che tremano e musica che si spegne.

Strani occhi, strana gente, strani giorni.

Pure la musica ha sciolto grandi dosi dell’acido dei primi giorni spostandosi verso tonalità più barocche modulando il caratteristico suono dell’organo di Ray verso tonalità da corte ottocentesca. Un Bach spilungone piegato sul suo clavicembalo.

Jim dal canto suo si abbandona (You‘re Lost Little Girl, I Can’t See Your Face In My Mind) al registro del cantante confidenziale che lo ha sedotto nelle registrazioni di Frank Sinatra di cui si sfama proprio durante quei “strani giorni”.  

Come per The Doors il sipario del disco è affidato a un minidramma in cui Jim può mettere a nudo tutto il suo carisma di sciamano e di abile incantatore e seduttore di folle ricorrendo ai suoi noti trucchi ipnotici. Nata come improvvisazione strumentale (Jim aveva ancora una volta “dimenticato” di presentarsi in studio preferendo un acido in compagnia della sua Pam alle estenuanti sedute di registrazione ai Sunset Sound Studios) When the Music’s Over è un raga psichedelico che si snoda lungo undici minuti in cui il suono doorsiano torna alle sue origini: chitarre languide e scivolose, organo giocato sulle ottave alte (con un attacco rubato da Manzarek alla Cantaloupe Island di Herbie Hancock, NdLYS), momenti di languida arrendevolezza e improvvisi squarci di rumore incontrollato, in un crescendo emotivo che Morrison interpreta come la chiave d’accesso al terzo occhio.

La Elektra affida le sorti commerciali del disco al blues scontato di Love Me Two Times (uno dei pochi testi non scritti da Morrison) e alla banale marcetta di People Are Strange, fallendo in entrambi i casi l’approdo alla zona calda delle classifiche, dimostrando che al pubblico mancava anche il primo, di occhio.

Dopo aver immolato Morrison alla croce del martirio ovviamente Strange Days diventerà uno dei quattro vangeli canonici del culto dei Doors.

Io continuo a considerarlo abbastanza noioso.

Anche chiudendo gli occhi, tutti e tre.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

doors-strange-days-vinile-lp2