THE CLASH – London Calling (CBS)

Fosse stato possibile ascoltarlo nel ’77, London Calling sarebbe passato agli annali come il disco più vetusto della storia del rock.

Una lunghissima galleria di musiche vecchie come il cucco che andavano dal rock ‘n roll di Vince Taylor al calypso di Wrong ‘em Boyo, dalla ballata stucchevole di Lover‘s Rock al commiserevole Springsteen tarocco di The Card Cheat.

Invece, quello compiuto tra il Novembre del 1978 e il Dicembre dell’anno successivo dai Clash è spesso considerato come il più prodigioso salto in lungo registrato nella storia del rock.

Superiore a quello fatto, alla medesima età (siamo mediamente intorno ai 25 anni anagrafici, NdLYS) dai Beatles tra Revolver e Sgt. Pepper‘s, da Dylan tra Another Side e Bringing It All Back Home o dai Pink Floyd tra Ummagumma e Atom Heart Mother.

Ed in effetti, per molti aspetti, è un salto prodigioso.

Ma è un salto all’indietro.

E in questo l’intransigente popolo punk aveva visto giusto, più di ogni altro.

La spinta “progressiva” del rock (consideratela nell’accezione più ampia che vogliate dare, NdLYS) con tutti gli eccessi a cui aveva portato si era consumata.

Si era, in pratica, sciupato il sogno di un rock che potesse proiettarsi in avanti all’infinito. Il punk aveva arrestato la crescita di quello che sembrava essere diventato un mostro che, dopo aver divorato tutto il divorabile (il jazz, l’avanguardia, il folk, la musica classica, la musica tradizionale e popolare, il blues, la musica etnica), adesso stava sbranando se stesso.

E ci aveva salvati.

Ma l’inganno del punk si era presto svelato, nonostante ci siano ancora oggi degli idioti che, come dei Vietcong a cui non è stato comunicato il cessate il fuoco, si ostinano a stare in trincea lanciando qualche granata ad un nemico immaginario: il punk era un movimento (una musica, se preferite) nato per distruggere, non per costruire.

Cosa cazzo vuoi costruire con tre accordi e una batteria fuori sincrono?

Riuscireste a costruire una casa con un martello pneumatico e dei picconi?

Bene, provateci.

I Clash sono forse i primi a capirlo.

Di certo sono i primi ad ammetterlo.

La missione del punk era già finita nel ’77.

Il mostro era stato sconfitto.

Continuare a pestargli il cervello avrebbe trasformato tutto in pura macelleria, come in effetti avvenne per alcune frange estremiste, radicali ma pure fanatiche del movimento.

Adesso occorreva ricostruire, conservando dello “spirito del ‘76” l’energia, la “malta” e stanando fra le macerie qualche vecchio mattone su cui poggiare le fondamenta della musica moderna.

London Calling non è ancora quel momento. Occorrerà infatti attendere Sandinista! per scorgere le nuove costruzioni della musica di fine secolo.

London Calling non è ancora un disco di costruzione ma di “esposizione”:

questo è quello che abbiamo. Questo è ciò che abbiamo salvato.

I Clash rivendicano il diritto di poter costruire non mostrando quello che hanno distrutto ma esibendo quello che da quell’abbattimento hanno salvato.

Non ne fanno mistero e lo ostentano come dichiarazione d’intenti sin dalla copertina, andando ad omaggiare graficamente la storica copertina del disco di debutto di Presley.

Sulle quattro facciate del disco sembra di camminare attraverso le teche di un museo dove musiche bianche e musiche nere vengono esibite come bottini di guerra.

Now get this!”: questo è quello che abbiamo.

Ancora una volta.

E, se vogliamo costruire, è su questo che dobbiamo farlo. Come in effetti succederà con i dischi successivi. Punk, reggae, folk di protesta, rockabilly, ska, pop, calypso. Cui via via si aggiungeranno funky, dub, hip-hop, disco-music per creare un canale di dialogo interrazziale che fosse da catalizzatore per la nascita di una musica moderna, populista e democratica.

Poi è ovvio che, al di là dei dati storici, sociologici, politici ed estetici, di quelli oggettivi e di quelli individuali, London Calling rimane un grandissimo monumento alla musica rock.

Pieno zeppo di anthem da mandare a memoria (London Calling, Spanish Bombs, l’inarrivabile The Guns of Brixton, Train In Vain, Clampdown, Hateful, Death or Glory, I‘m Not Down, Rudie Can‘t Fail), roba che negli anni si è sedimentata nel nostro DNA fino a mutarci geneticamente.

I Clash diventano, in questo preciso istante, la rock band più bella del mondo.

L’iconizzazione di una ribellione, per quanto concettualmente opinabile (come tutte le ideologie, del resto, NdLYS), condivisibile.

Proletario, socialista e piratesco, lo stendardo dei Clash sventola nel cielo grigio mattone di una Londra che sta per affrontare il decennio tatcheriano.

 

 

 

                                                                                    Franco “Lys” Dimauro

london-calling

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