JOY DIVISION – Unknown Pleasures (Factory)

Gioia e piaceri sconosciuti. Come un qualsiasi disco di funky music.

E invece, è un ossario.

Unknown Pleasures non rende quel che promette.

Un’impostura.  

Una beffa.

Una barzelletta che non accende nessun sorriso.

Non schiude nessun piacere carnale, nessuna gioia, nessun giocondo abbandono.

Unknown Pleasures è un disco in cui la nudità è ripugnante come in certe foto delle larve umane sfuggite al macello di Auschwitz. Avvilente come quella delle donne costrette a prostituirsi per i soldati del Terzo Reich nei campi di sterminio nazisti, chiuse dentro baracche di legno marcio uguali a tutte le altre, dentro il recinto di mattoni e filo spinato di quella stazione.

Anche loro regalano una gioia che non fa ridere per niente. Una gioia inutile.

Nell’Aprile del 1979 sia Ian che la giovane moglie Debbie sono chiusi in sala parto.

Una per dare alla luce Nathalie. L’altro per partorire in meno di una settimana Unknown Pleasures, un disco che sebbene venga spesso citato come un ritratto più o meno austero, più o meno attendibile del malessere urbano della giovane Inghilterra del dopo-punk, non è esattamente una foto ma un autoscatto.

Un autoscatto, questo si rigoroso e spietatamente credibile, del terribile dolore di Curtis, la foto di un uomo in fuga da se stesso, l’immagine di un ventenne già vecchio. Ian trascorre la primavera cercando di prendersi cura della bambina e dimenticando di prendersi cura di sé. Si chiude spesso in casa da solo, ascoltando i suoi dischi di musica reggae e, per racimolare qualche soldo, si mette a disposizione di Tony Wilson pulendo i locali della Factory e incollando, una per una, duemila strisce di carta vetrata sulle copertine di quello che sarà il disco di debutto dei Durutti Column.

Infine, a Giugno, la Factory dà alle stampe Unknown Pleasures imbustato personalmente dalla band dentro una confezione severa che mostra il diagramma degli impulsi elettrici emanati da una stella collassante. Perfetto.

Diviso in due sides complementari (Inside e Outside), il debutto della band di Manchester diventa immediatamente un classico del post-punk monocromatico, grazie ad una solennità catacombale dentro cui pare soffocare qualunque alito di vita. La musica dei Joy Division, grazie al lavoro di Martin Hannett in sala, appare come riecheggiare gelida dentro una cava di marmo.

Hannett elimina le residue scorie punk del gruppo.

Li mette in studio e li addestra severamente all’essenziale.

Come un plotone, un reparto della Wehrmacht.

Martin, o Zero come lo chiamano i ragazzi del gruppo, è ossessionato dal suono della batteria. Costringe Stephen a smontare la batteria e a riposizionarla nei bagni degli Strawberry Studios per ottenere un suono di porcellana, quello che consegnerà alla storia il suono dei Joy Division: la disco-music della morte.

Ian ne rimane completamente affascinato, gli altri un po’ meno.

È un processo di adeguamento e adattamento che la band non aveva previsto e che costa fatica. Però cresce la consapevolezza di aver creato una forma espressiva peculiare, distintiva, accresciuta a dismisura dalle crisi epilettiche che sgomentano il pubblico durante i concerti e che i più superficiali bocciano come un’ insana, eccessiva, buffa e malata forma di rappresentazione del dolore.

Ian invece stava male davvero.

Si stringeva al microfono per scongiurare un attacco in pubblico, chiudeva gli occhi ai flash delle macchine fotografiche per alleviare la sua fotofobia che li trasformava in lampi di proiettili, sentiva montare l’aura, poi si accartocciava su se stesso e si preparava ad accogliere il grande male, finendo rantolante sul palco come un piccolo maiale rosa ferito a morte.

L’incapacità di gestire il dolore diventa l’incapacità di poter godere delle piccole e delle grandi cose della vita.

L’incapacità di poter godere dei suoi piaceri.

L’incapacità di saperli riconoscere.  

La condanna a doverli dichiarare piaceri sconosciuti.

 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro     


2 thoughts on “JOY DIVISION – Unknown Pleasures (Factory)

  1. Ciao Franco. Unknown Pleasures, il mio album zero. Avevo 16 anni e da quell’album è partito tutto, dalla ricerca della centinaia di capolavori usciti prima alle migliaia che verranno dopo. Buone Feste a te e a tutti coloro che godono delle tue recensioni!

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