FUGAZI – End Hits (Dischord)

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Album immenso, il quinto Fugazi.

Quello che saluta gli anni Novanta e si proietta nel nuovo decennio con la fierezza tipica del gruppo di Washington D.C..

Lucidissimi e appena più giocherelloni del solito.

Comunque precisi e spietati: Fugaziani.

Niente è fuori posto su questo capolavoro, dagli intrecci psichedelici di Recap Modotti e Arpeggiator che proiettano immagini di Television e Electric Prunes nello schermo del post-core statunitense all’apocalisse matematica di Place Position, dal rimpallo di distorsioni di Floating Boy agli sbocchi melodici di Foreman’s Dog, dall’hardcore di Five Corporations all’evanescente marcia di Closed Captioned e al post-rock di Pink Frosty tutto serve a dare l’immagine di una band fedelissima a se stessa ma allo stesso tempo permeabile al cambiamento, alla riformulazione del proprio canone stilistico senza rinnegare niente della propria identità di band e di uomini. Padroni del proprio tempo e della propria musica.

Mi mancate, Fugazi.

Dieci anni di buio intollerabile in cui gli scarafaggi si sono presi tutto, anche le classifiche e le pagine delle riviste di musica. 

Riaccendete le luci di Washington D.C. per favore.

                                                                                    Franco “Lys” Dimauro

End+Hits

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THE ADVERTS – Crossing the Red Sea with The Adverts (Fire)

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L’Inghilterra del 1977 è piena di adolescenti annoiati.

Alcuni però sono più annoiati di altri. Come Tim Smith che, pure se anagraficamente non è più un vero teenager, ha le balle piene del vecchiume imperante e quando passa davanti Buckingham Palace non si scorda mai di sputare per terra. Quando arriva a Londra dalla nativa Bideford si accompagna già con una bella figa di nome Gaye Black che in tanti gli insidiano, prima e dopo il matrimonio, compresi Joey Ramone e Lemmy dei Motörhead.

Giubbotto di pelle cucito addosso, trucco dark, sguardo torvo, collare borchiato, Gaye “Advert” diventa il prototipo della ragazzina punk che non sa cosa vuole ma sa bene dove trovarlo. Nella capitale reclutano Howard Boak e Laurie Muscat e mettono su una “band da un solo accordo”, come loro stessi si proclamano sul singolo di debutto che, meno di un anno dopo, aprirà anche la scaletta del loro primo long playing. Un disco che, in una scena che ha già bruciato l’ anno prima gli esordi di Damned, Clash e Sex Pistols, è il più bell’album punk del 1978.

Dentro ci sono One Chord Wonders, Bored Teenagers, New Church, No Time to Be 21, Safety In Numbers, Great British Mistake e (solo per la versione americana dell’album) Gary Gilmore‘s Eyes. Come dire, se sei sopravvissuto al ’77, forse hai le ossa abbastanza dure per altre mazzate e non storcerai il naso davanti a due accordi sbagliati su un totale di tre.

Perché forse hai capito che la storia possiamo farla tutti e che domani i tuoi figli potranno suonare uno strumento senza stare chiuso in un conservatorio a solfeggiare come un bambino autistico. Anche grazie a quattro cessi senza futuro come gli Adverts.

La Fire ristampa ora Crossing the Red Sea con scaletta allungata a 25 pezzi (sei pezzi dai singoli + altrettanti registrati barbaramente dal vivo in un Roundhouse gremito di skinhead in aggiunta alla scaletta completa del disco, NdLYS) e note redatte dal “solito” Dave Thompson e da T.V. Smith in persona, per le poche centinaia di coglioni che si fanno ancora catturare da dischi di cui non frega ormai niente a nessuno.

 

                                                                                    Franco “Lys” Dimauro

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THE CLASH – Give ‘em Enough Rope (CBS)

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L’Armata Rossa scende e invade l’Occidente, rappresentato dalla salma di un cowboy dilaniato dagli avvoltoi. Accanto a lui, a cavallo, non c’è un pellirossa ma un muso giallo. L’opera visiva è un collage di Gene Greif, designer e illustratore di successo morto per Epatite C nel 2004 che all’epoca del punk approntava volantini per concerti punk usando e accostando immagini della cultura popolare.

La copertina del secondo disco dei Clash è insomma un emblema dell’auspicato crollo capitalista e della sua disfatta per mano del socialismo cinese.

Un sogno sovversivo in forma di fumetto. Con colonna sonora allegata.

L’album si apre con un trittico micidiale, il più enfaticamente robusto ed impetuoso della loro intera discografia: Safe European Home, English Civil War, Tommy Gun.

Tre canzoni da combattimento. Tre stendardi che ondeggiano come le bandiere rosse sul retro copertina. Fucili e pistole entrano prepotentemente nell’immaginario della band. Ce ne sono un po’ ovunque qui dentro. Nascoste o esibite.

Ma anche le droghe sono una presenza ingombrante, in questa nuova fase del gruppo. Se ne parla in qualche pezzo. Ma più che parlarne, se ne fa abuso.

Topper Headon, il nuovo batterista, è un eroinomane.

Ma quando si siede dietro la batteria è una macchina da guerra.

Non un cannone qualsiasi, ma un fucile di precisione.

Tutti e quattro lo sono, in realtà. Se sul primo disco l’immagine è quella di quattro guerriglieri scesi da un panzer, su questo secondo album i Clash SONO quel panzer. Hanno imparato a suonare. Soprattutto, hanno imparato a farlo assieme.

I dialoghi tra le chitarre di Mick e Joe hanno adesso raggiunto l’intesa perfetta. 

I toni barricadieri si fanno più leggeri al quarto pezzo, ammorbidito dalla presenza di un pianoforte boogie e da chitarre che accarezzano invece di aggredire: Julie‘s Been Working for the Drug Squad è di fatto il primo pezzo dei “nuovi” Clash, quelli che si preparano ad assaltare la Torre di Babele di London Calling.

Guns on the Roof tradisce (come era già stato per Clash City Rockers) l’amore di Mick Jones per i Who degli esordi, quello strumming potente come una mannaia.

La crescita artistica dei Clash emerge prorompente e coraggiosa in un pezzo come Stay Free che si stacca totalmente dai canoni del vecchio punk come un pezzo di intonaco da un muro ormai corroso dalla salsedine, smussando asperità e ruvidezze, ridisegnando se stesso con i toni di una ballata amara ma sempre fiera, incentrata su vicende e ricordi personali e toccando un altro dei temi più cari alla poetica dei Clash: quella dei fuorilegge, del banditismo proletario ma anche più banalmente delinquenziale.

Tutti i giovani punk si sentirono allora parzialmente delusi, sia per la scelta poco condivisibile di un produttore come Sandy Pearlman che per la svolta in direzione di un suono che sembra voler parzialmente restaurare quanto distrutto dalle squadre teppiste del ’77, ignari di quanto la band aveva in serbo per loro e che ne avrebbe presto fatto la più grande rock band del dopo-Beatles.

 

 

                                                                                                          Franco “Lys” Dimauro

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THE CURE – Seventeen Seconds (Fiction)

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Seventeen Seconds è il primo vertice del triangolo delle Bermude in cui i Cure vengono risucchiati all’alba degli anni Ottanta e da cui usciranno con un autentico e sorprendente guizzo da delfini alla fine del 1982.

Il più minimale e impalpabile album dei Cure esce nell’Aprile del 1980.

Un autentico disco di transizione dal suono secco e asciutto di Three Imaginary Boys a quello scuro e claustrofobico di Faith, un disco sfocato come l’immagine di copertina dove le idee sembrano afflitte da un senso di incompiutezza creativa accentuata dalle complicazioni economiche e logistiche che ne ridurranno ulteriormente lo sviluppo come nel caso limite di The Final Sound concepita come traccia lunghissima e ridotta paradossalmente a un abbozzo che non tocca neanche il minuto di durata a causa della banale interruzione della bobina analogica su cui Mike Hedges sta registrando la musica della band.

Seventeen Seconds è invaso da soffi di aria gelida, scrosci di pioggia, gocce di condensa che avvolgono la voce di Robert, letteralmente soffocata dagli strumenti, fino a diventare eterea ed impercettibile (Secrets).

Ad accentuare il senso di alienazione contribuisce pure Lol Tholurst che utilizza la batteria senza alterazioni, battendo metronomicamente cassa e rullante come una drum machine. I pezzi però sono perlopiù inconcludenti reiterazioni su idee banali (In Your House), furbe rimasticature su modelli già usati (Play for Today ricalca lo schema di Jumping Someone Else‘s Train), volgari siparietti horror (A Reflection, Three, 17 Seconds). Unico pezzo memorabile e imperituro rimane la corsa affannosa di A Forest, incalzante e tetra fuga attraverso il nulla sottolineata dal basso rutilante di Simon Gallup e dalle tenebrose note di synth dell’altro nuovo acquisto Matthieu Hartley fino al finale destinato a diventare un classico archetipo del nuovo suono dei Cure e di tutto l’immaginario gotico dei primi anni Ottanta.

L’impressione è che qualcosa stia per succedere, anche se non è ancora chiaro cosa. Tuttavia basteranno pochi mesi per scoprirlo.

 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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THE CRAMPS – Stay Sick! (Enigma)

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Prendi una donna, dille che l’ami…e cantale le canzoni dei Cramps.

E poi stai a vedere che succede.

Stay Sick! porta la carica erotica dei Cramps a livelli inarrivabili.

Il singhiozzare bavoso di Lux Interior è l’esasperazione dei gemiti Elvisiani dalle sbarre dell’Heartbreak Hotel e il tocco di Ivy è diventato un fisting al corpo del rockabilly, una mano che scava in profondità verso “il centro della donna”, con una sensualità che cede del tutto alla pornografia del corpo-oggetto, all’anatomia genitale, al parossismo linguistico, alla simulazione orgiastica del coito animale.

I Cramps ci sono e ci fanno.

Portano al pubblico il loro universo animato dall’istinto.

Sanno che i benpensanti si gireranno dall’altra parte. E loro ne accelerano la fuga.

È su questo equilibrio tra autenticità e parodia che si regge il suono crampsiano, che Stay Sick! riconferma come animalesco e caricaturale insieme.

La loro giungla è sempre quella infestata da ronzanti mosche umane (Saddle Up a Buzz Buzz), creature squamose (The Creature from the Black Leather Lagoon), peccati primordiali (All Women Are Bad), non-sense glottologici figli del lessico di Richard Penniman e Trashmen (Mama Oo Pow Pow) e volgarissime riscritture delle peggiori nefandezze del rock ‘n roll (Shortnin’ Bread e Bop Pills, un calypso tranciato in verticale usando il riff di Ramrod a mo’ di sega elettrica).

Grazie Cramps.

Per tutto questo Dannato Rock’ n Roll.

Per tutte queste cose che non salvano l’anima.

Perché siamo tutti Adamo ed Eva quando mettiamo su la vostra musica.

 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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NICK CAVE & THE BAD SEEDS – The Boatman‘s Call (Mute)

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Il 27 Novembre del 1997, la cattedrale di Sant’Andrea di Sydney si gonfia di lacrime e delle note di una tristissima canzone suonata al piano da un uomo accartocciato su se stesso. È vestito di nero e porta un paio di occhiali color fumo, ha i capelli imbrillantinati e le scarpe di vernice. Si è alzato dalla prima fila, ha passato una mano ai lati degli occhi e si è seduto al pianoforte. Ha pregato i giornalisti di spegnere le telecamere e ha intonato la sua canzone.

Quell’uomo si chiama Nick Cave. È in quel posto assieme a un paio di centinaia di persone per dare l’addio al suo amico Michael Hutchence.

È venuto da Londra e ha portato in dono questo pezzo, pensato originariamente come commento sonoro alle scene conclusive de La passione di Giovanna D’Arco, il film muto di Carl Theodor Dreyer del 1928 che Nick ha musicato in teatro due anni prima assieme ai Dirty Three e che otto mesi prima dei funerali del cantante degli INXS è finito dentro il suo disco più melanconico e intimista della sua carriera: The Boatman‘s Call. È un disco dei Bad Seeds ma, più che tutti gli altri, è soprattutto un disco di Nick Cave. Per la prima volta Nick intima ai compagni di fare silenzio, nella fase più delicata della sua vita, quella dove i bisogni di protezione e di affetto sono così profondi da lasciare solchi sulla carne e nell’anima.

The Boatman‘s Call è un disco bagnato dalle lacrime.

È un disco sull’amore che viene e sull’amore che va, mai su quello che resta.

Come l’amante dai capelli neri di Black Hair o quella dagli occhi verdi di Green Eyes, come gli amori lontani di Far From Me e Into My Arms, nella lettera d’addio di Idiot Prayer o nell’elegia funebre e struggente di un amore defunto di People Ain‘t No Good. Sono amori divorati dai vermi, recisi ancor prima di sbocciare, spiegazzati dalla mano divina, bruciati e carbonizzati senza aver goduto dell’ardore che li ha generati. Cave è un cuore che affoga nelle tenebre, con dieci dita che gli scavano nelle viscere. Alla fine gli porgono il suo stesso sangue e lui ne beve e ne offre, come in un’ultima cena. Come in un cenacolo di preludio all’ultimo atto.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro 

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SHEETAH ET LES WEISSMULLER – Hola Ye-Yeah! (Screaming Apple)

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Narra la leggenda che, dopo aver calcato i palchi d’Europa tra il ’62 e il ’66, monsieur Barnabè Weissmuller e i suoi scimmioni abbiano inavvedutamente scambiato i calici di una pozione magica per uno dei mitici cocktails al Campari dei bar di Via Veneto svanendo così nel nulla per 35 anni. Da allora questi primati del beat hanno imparato l’arte del ponderare e non si sono messi fretta. Qualche demo da far girare in auto prima dei concerti, un tributo al mito Ferrer e diversi gig che hanno alimentato il culto. Il disco ufficiale arriva solo ora, registrato con la complicità di Mike Mariconda ed è, tranne per la cover di My Little Red Book , tutto un tribolare di yè-yè in lingua gallica. Peccato solo che (stranamente, vista la merce che gira all’interno del Circo Pernotti di Gijon, NdLYS) suoni un po’ troppo levigato per poter graffiare a dovere. Avrei più gradito un disco da combattimento che non di intrattenimento. Ma forse a volte è meglio far pace col mondo.

 

P.S.: alla memoria di Ernesto Meazza, The Mod Doctor forever.

 

                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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TV ON THE RADIO – Desperate Youth, Blood Thirsty Babes (Touch and Go)

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WE GOT IT!!! Potremmo prendere in prestito l’ormai famoso annuncio al mondo della cattura di Saddam e, parafrasando, annunciare che siamo finalmente riusciti a mettere le mani sull’atteso disco dei TV on the Radio malgrado il netto rifiuto da parte del distributore nazionale a volerci aiutare nell’impresa. Per carità, è quasi tutta gente che si è salvata dal naufragio di altre benemerite case del disco per cui fa benissimo a scegliere oculatamente a chi fornire i dischi e magari suggerire anche come recensirli. Il pane è pane, che a darcelo sia una multinazionale o un altro padrone poco importa. Davvero, senza nessuna celata ironia.

Ora, se la Touch and Go crollerà di colpo sapete che parte della colpa sarà nostra, avendo voluto spedire una copia del disco di propria tasca a gente piccola e ininfluente come noi.

Difficile a questo punto essere obiettivi, nel senso che il mio istinto di irriducucibile teppista mi indurrebbe a dirvi che si tratta di un disco di merda in modo che la gente che lavora alla Spin-go! riduca il proprio giro di affari e si riduca a vendere bibite all’idroscalo ma la coscienza critica che si agita anche dentro sciupafogli come noi mi porta invece a dire un gran bene di queste gioventù disperate. Un disco che è insieme immensamente vecchio e incredibilmente nuovo, come del resto tanta roba che è  uscita negli ultimi mesi (penso ai Rapture, anche loro “incrinati” purtroppo da una promozione a dir poco scandalosa, NdLYS), costruita su un humus new-wave teso e spasmodico fatto di bassi pesanti, tastiere decadenti e chitarre vagamente noisy (lungo l’asse Pixies/Blonde Redhead) ma in cui il gruppo newyorkese è abile a innescare spesso l’effetto sorpresa (The Wrong Way scioglie i Morphine nell’acido sintetico dei Suicide, Ambulance sono gli Oneida che suonano anzi, cantano, come i Neri per Caso, Wear You Out è il Paisley Park di Prince trasportato a Twin Peaks). Fondamentale, in questo contesto, l‘uso delle voci: una passione “curata” sin dai tempi della cover acappella di Mr. Grieves che stava su Young Liars e che costituisce forse l’autentico elemento di scarto con molte bands contemporanee. Ce n’è abbastanza per fare di Desperate Youth uno dei dischi inevitabili di questo 2004 e dei crescendo di Staring at the Sun, Dreams, Poppy, Bomb Yourself degli inseparabili compagni di viaggio. Lavorano sottocoperta i TV on the Radio, giocano a coprirsi anziché a svestirsi per essere irriverenti come fa ad esempio una band come i Liars, volutamente sopra le righe ed è questo che li rende infinitamente affascinanti.

              

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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THE SMITHS – The World Won‘t Listen (Rough Trade)

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Il successo con cui vengono accolti i singoli post-The Queen Is Dead (un undicesimo posto per Panic, un quattordicesimo per Ask e un decimo per Shoplifters of the World Unite a dispetto dei piazzamenti di The Boy With the Thorn in His Side e Bigmouth Strikes Again al 23esimo e 26esimo) spingono la Rough Trade ad assemblare una nuova raccolta di materiale che possa sfruttare l’aureo momento commerciale della band inglese e seminare il terreno per il raccolto di Strangeways, Here We Come.

The World Won‘t Listen (e il suo fratello grasso “Louder Than Bombs”) pur non raggiungendo le vette espressive dello storico “Hatful of Hollow” rappresenta un ottimo compendio alla discografia maggiore degli Smiths, un glory hole in cui viene esibito l’eclettismo del nuovo corso e il dinamismo di cui è in parte artefice Craig Gannon, il chitarrista aggiunto che affianca Marr nelle tessiture di Panic, Ask, London, Half a Person, l’inutile cover di Golden Lights (aggiunta solo nella seconda stampa dell’album) e You Just Haven‘t Earned It Yet, Baby unico vero inedito della scaletta destinato dapprima alla pubblicazione su singolo e poi rifiutato in favore di Shoplifters of the World Unite.

Il linguaggio musicale degli Smiths si è fatto più policromo e sfaccettato giungendo a una forma di riadattamento del muro del suono spectoriano (si ascoltino la sinfonia a stantuffo di Ask, la scampanellante Sheila Take a Bow, il galoppo jingle jangle di Oscillate Wildly, l’invettiva corale e proto-glam di Panic e il crescendo di Rubber Ring e Unloveable, lo slancio di Shoplifters) sacrificando la tenera filigrana dei primi singoli in favore di un suono più scintillante e impetuoso.

La lingua di Morrissey invece conserva ancora lo sprezzante e brillante vocabolario che gli è consueto passando con facilità e arguzia dall’autocommiserazione più nera (Asleep, Unloveable, That Joke Isn‘t Funny Anymore) all’umorismo più pungente e sarcastico (Half a Person, Panic).

Sempre eccessivo e sempre penetrante. E il mondo, intanto, avrà imparato ad ascoltarlo.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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THE JESUS AND MARY CHAIN – Automatic (Blanco Y Negro)

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Dopo la malinconica immobilità di Darklands Jesus and Mary Chain vogliono ridisegnare il proprio stile. La nuova linea Reid & Reid debutta con la collezione primaverile del 1988. La passerella è esigua ma rivelatrice: il Sidewalking E.P. del Marzo ’88 sfoggia un sampler di batteria rubato a Roxanne Shantè: è un altro furbo “aggancio” come era già stato per Just Like Honey con quell’attacco rubato a Be My Baby delle Ronettes solo che i tempi sono cambiati e adesso dietro la batteria non siede più nessuno e alla tempesta di feedback di allora si è sostituito un pesante pesante riff bubble-glam rock. 

Ormai assuefatti al rumore, i fratelli Reid assumono dosi sempre più pesanti di hip-hop. Stetsasonic, Run DMC e Public Enemy sono gli ascolti che si affiancano al vecchio amore per Velvet Underground, Stooges, Phil Spector e 13th Floor Elevators.

Per la stagione autunno/inverno 1989 la nuova collezione è pronta: Automatic si affianca alle vetrine di Happy Mondays, That Petrol Emotion e Stone Roses cercando di stemperare la pesantezza dei due dischi precedenti con un propellente ritmico fortemente danzereccio (UV Ray e Sunray i due pezzi più incalzanti sotto questo profilo, NdLYS) e sostituendo alle ballate gonfie di umore nero un boogie-rock sempre più impersonale (Coast to Coast, Her Way of Praying, Head On, Blues from a Gun).

Una banale schiera di villette monofamiliari con cui i Jesus and Mary Chain sperano di conquistare l’America. Sul recinto mettono un cartello con su scritto Head On e sperano gli americani si accorgano di loro. E il miracolo accade.

Proprio adesso che pare il gruppo non abbia molto da dire, tutti li stanno ad ascoltare. Compresa MTV che li mette in heavy rotation e i Pixies che pisciano sulla palizzata e alla fine si portano via il cartello, andandolo a ficcare sul loro Trompe le Monde. Per festeggiare, in madre patria il singolo lo pubblicano in sette formati diversi: CDsingolo, cassetta, 12” e ben quattro 7 pollici, ognuno con una differente B-side. È il trionfo dell’idiozia, ma nessuno sembra voglia accorgersene.

Siamo in piena estate acida ma vedere i fratelli Reid piantare l’ombrellone fa un po’ sorridere.  

                                                                             Franco “Lys” Dimauro 


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